Ancora di doping e di scarsa serietà
di Gian Paolo Porreca
Non sappiamo se Emmanuel Magnien, il ciclista della Française des Jeux sotto inchiesta da parte dell’UCI e della Federazione francese di ciclismo, sia stato l’unico corridore ad aver utilizzato farmaci dopanti, nell’ultimo Tour de France. Ma è indiscutibile che la sua storia, fra lo sconcertanteed il patetico, è emblematica della paradossale complessità delle normative antidoping vigenti.
L’atleta francese, 29 anni, secondo alle spalle di Zabel nella Sanremo del ’98, un corredo discreto di successi, con il Tour de l’Avenir ’95, il Giro del Mediterraneo ’97 e la Coppa Sabatini ’98, una gravissima caduta - come Bartoli... - al Giro di Germania ’99 che ne aveva posto in dubbio il prosieguo dell’attività agonistica, andrebbe innanzitutto salutato quale esempio paradigmatico del coraggio, vorremmo dire, di certi ciclisti, assai più che non delle loro abitudini scorrette. E ci sarebbe tanto più spontaneo ricordare il suo romantico tornare alla vittoria in questa stagione, al Gran Premio d’Ouverture. O ancor più sottolineare il fatto che sia riuscito a portare a termine il Tour - novantottesimo, a 2.51’21” da Armstrong - nonostante corresse con il polso fratturato nella tappa del Ventoux!
Ed invece no. Di Magnien bisogna parlare perché è risultato positivo ai corticosteroidi, in un controllo a sorpresa eseguito a Morzine il 18 luglio. E perché, pur rientrando nell’ambito di quel sorprendente 45% dei 96 campioni di urine del Tour che dimostravano l’uso dei prodotti proibiti ma giustificati in senso terapeutico da certificato medico e come tali «perdonati», il suo caso presentava un’atipia di comportamento...
Qual è il problema, dunque. Secondo la normativa della UCI, l’assunzione a scopo curatico dei corticosteroidi - farmaci atti a lenire i processi infiammatori, in senso lato intesi - è autorizzata solo se essa è eseguita per via intraarticolare o locale: per infiltrazioni o pomate, in altre parole. Non è invece consentito l’uso delle stesso sostanze per via orale o intramuscolare.
Questa è la realtà, discretamente arida, dei regolamenti. Che, si sa, sono tutti di una raggelante formalità. Ma tant’è. E vanno rispettati, sono scritti, anche se discutibili: basta saper leggere, sperando che se ne creino di migliori. Il betamesone in collirio, poniamo per una congiuntivite, può essere utilizzato. Ma una compressa o una fiala di Bentelan, per un problema di allergia al polline, quelle no! E così, nel caso di Magnien, aver dichiarato al medico delegato dell’UCI «l’uso il 29 giugno, due giorni prima ,della partenza del Tour, di una fiala per via intramuscolare di Kenacort 80» - il che a dire cortisone - «in assenza di qualsiasi altra scelta terapeutica per un’allergia severa e recidivante» è divenuta una confessione di colpevolezza, non una dichiarazione di onestà!
Abbiamo virgolettato la versione dei fatti proposta da Magnien, e controfirmata dalla sua équipe, la Française des Jeux, e dal suo medico, il dottor Guillaume. Ed è giusto, a tal proposito, sottolineare, per ritornare alla base del nostro discorso ed evidenziare il paradosso del doping anni 2000 - fra Epo ed emoglobine di sintesi - come l’unico atleta a figurare nel libro nero dell’ultimo Tour sia un ragazzo con tante traversie alle spalle innanzitutto, un polso appena fratturato e inserito per di più in una formazione - La Française des Jeux, appunto - e trattato da un medico - lo stesso dottor Guillaume... - che erano stati tra i primi, nel ’98, a denunciare la deriva morale del ciclismo e a perseguire per concetto une vie claire! E per una dose di Kenacort 80!
Ma ci pensate che per questa vicenda, perché dal ’98 l’UCI non consente più ad alcun iscritto di partecipare a Campionati del Mondo e Olimpiadi, se oggetti di procedure disciplinari in corso?
Ma ci pensate che se Magnien avesse detto di aver utilizzato il cortisone per via intraarticolare, ad esempio per lenire l’infiammazione del polso fratturato, oggi sarebbe del tutto vergine dal sospetto?
D’accordo, le bugie non giovano ad alcuno, e la nostra è una provocazione. Ciò non toglie che questa vicenda, tutta gestita dall’UCI nel rispetto doveroso ed assoluto delle sue regole, come è necessario d’altronde in certi tempi di deregulation farmacologica e morale, lascia un retrogusto di amarezza. Come ha dichiarato il presidente della FFC, Baal, non c’è dubbio sulla buonafede di Magnien e sulla esigenza del Kenacort 80 per la sua allergia: non si voleva barare sul farmaco. Si voleva solo rischiare, giocare d’azzardo sul controllo: sperando di sgattaiolare, ci verrebbe da aggiungere. E ci resta ancora qualche perplessità, di fondo.
Ci viene da ricordare, ad esempio, di uno scontro verbale fra Verbruggen lo stesso dottor Guillaume, in passato, per vicende di doping... Ed infine, per tornare alla esclusione di Magnien dalla nazionale francese per Sydney, ma di grazia l’UCI e la FFC hanno dimenticato che tuttora sotto inchiesta - ordinaria e non solo sportiva - pure Richard Virenque?
Gian Paolo Porreca,
napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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