Scripta manent
Roubaix, storia di eroi veri
di Gian Paolo Porreca

Abbiamo poche certezze, nel nostro patrimonio sentimentale e culturale, sportivo e non. Oltre l’orizzontalità di Shakespeare e la verticalità di Dante, oltre l’altissima parità fra Merckx e Coppi, crediamo vi sia al primo posto, fra le sicurezze adamantine, la stupidità dell’automobilismo. (E scusateci per l’eventuale disturbo). Ce ne convinciamo ogni volta che sull’autostrada ci troviamo un demente incollato alle spalle come una decalcomania, che ci chiede strada al di là di ogni tollerabile soglia di velocità e verosimilmente nell’assoluta assenza di una emergenza reale: e che di certo tali atteggiamenti proditori hanno ben recepito dagli esempi della Formula 1. Ce ne convinciamo, ancora, con dimesso sgomento, di fronte a certe scene di fanatismo scevro da cultura e municipalità, con quelle fiumane di cappellini rossi in testa ed il loro vagare per le piste larghe di asfalto, con l’indipendenza o la fantasia di pensiero propria di un branco. E ce ne convinciamo enormemente di più, con tutta la stima o la comprensione per gli amici giornalisti che sono condannati a scrivere - semmai detestandolo - di siffatto parasport, sfigati come quei colleghi destinati per settimane interminabili alla paraverità della politica, quando nella stessa domenica si affrontano un Gran Premio di Formula 1 ed una Parigi-Roubaix.

Noi meniamo vanto una volta ancora dello scrivere su un giornale di ciclismo come questo, dopo aver stretto a noi all’ennesima potenza l’ultimo Ballerini e quel Gaumont caduto e Wesemann con il pedale sinistro disastrato per 100 chilometri, le immagini del fango e della gramigna, del pavé sconnesso e della fatica umana, dell’ultima “Roubaix”. Noi siamo orgogliosi, come gli ultimi monarchici, di appartenere - criticandola al massimo per difenderla dai ladroni, ammonendola solo per troppo smisurato amore - alla disciplina di chi va ancora di corsa, di forza propria, su un veicolo a due ruote senza motore!

Abbiamo sorriso, domenica di Pasqua, dopo il Gran Premio di San Marino, impietositi dall’eccesso di zelo che la televisione di parastato ha con tanta sospetta sudditanza offerto, fra protagonisti, guasconi o rincalzi, per modo di dire. Ed è ovvio, da parte nostra, che ai due Schumacher preferiremo sempre i due Jalabert ed i due Nazon ed i due Baronchelli e la stirpe dei Moser ed i quattro Pettersson ed i due scomparsi fratelli Schepers ed i tre Planckaert con tanto di nipotino annesso. E quello che resta dei gemelli Ochoa, vittime appunto dell’insulto sconsiderato di un’automobile.
Ma l’avete visto Peeters, Wilfried come un eroe del Tannhauser, la domenica di Pasqua? Ma ne avete acquistato lo spessore, in corsa, solo in testa, per 84 chilometri, a stringere i denti ed a masticare polvere? Ed avete visto le forature in serie di Museeuw, uno che è scampato dalla cattiva sorte per due anni soli, e quella sua capacità di riprendere il posto di leader in gara che gli confaceva? Ed avete visto la sofferenza degli ultimi dei primi, che poi tanto ultimi non erano, la caduta di Mattan e la perplessità di Van Bon e l’inseguire perenne, alla Tantalo, di Tchmil e Pieri?

Ci sembra, credeteci, di parlare un’altra lingua e di vivere in un altro mondo, in un mondo sconfinatamente più aderente all’uomo e più vero, noi educati al ciclismo, nel paragonarci a quelle sensazioni telecomandate: obbligatorie solo perché ne parlano i convitati di rango al tavolo di fianco, solo perché è di moda chiedere di pole position e pure anche di warm up, in un’Italia trasversale intera, isole comprese, dove “Schumy” non è al momento ancora lo slogan di uno shampoo. (Non pretendiamo l’unanimità, sia ben chiaro, su un codesto giudizio. E ce ne carichiamo in conto pieno antipatia ed alienazione).
Ma quanto resta stridente, nel nostro approccio allo sport come filosofia di vita e di morale, il confronto fra i modelli del ciclismo, quantunque essi siano stati e siano tuttora non perfetti, ed i testimonial lautamente sponsorizzati dell’automobilismo! E quanto ingiusta la discrepanza offensiva fra gli spazi che i mass-media ad essi dedicano!
Siamo orgogliosi, perdonateci, del tingerci la fronte della stessa miracolosa poltiglia che rendeva irriconoscibili le fisionomie e le maglie sociali dei ciclisti che avevano navigato da Compiegne a Roubaix. Siamo orgogliosi, ricchi sia pure solo di dentro, di saper recitare a memoria i nomi di quei 55 atleti che dopo aver superato il traguardo finale, in tempo utile, hanno avuto bisogno dell’acqua calda per sbrinarsi il viso. E non dello champagne millesimato infilato nella tuta ignifuga dal buontempone di turno, tanto per regalarsi una fittizia emozione, sul podio del Gran Premio.
Ci piace il silenzio di quelle immagini, di quella lezione imperitura, di quella meditazione di stampo quasi religioso, il miracolo del ciclismo più alto, a confronto del rumore assordante.

Knaven, Museeuw e Peeters non avevano bisogno di parole, straniere o meno, a Pasqua per arrivare al cuore. (E non diteci, per cortesia, che il cuore è per forza rosso). Senza neppure l’obbligo, quello lì volgarmente condizionante per la F1 ed il bazar ad essa collegato, fra Schumacher I e Schumacher II, di arrivare primi.

Gian Paolo Porreca,
napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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