ALTRO CHE PUFF. Non potevamo finire peggio l’anno, e temo che l’inizio non potrà essere tanto diverso. Altro che puff, questo è un colpo da KO, che ha mandato al tappeto il corridore più rappresentativo del ciclismo mondiale, quel Chris Froome che ha fatto suoi quattro Tour de France, una Vuelta e adesso ha nel mirino il Giro d’Italia. Positivo al salbutamolo alla 18° tappa della Vuelta. Il fuoriclasse britannico - dati alla mano - ha fatto ricorso a dosi massicce della sostanza, un broncodilatatore, principio attivo del Ventolin. Troppo dosaggio, per curare l’asma che da sempre tormenta il keniota bianco. Per la Wada e per l’Uci vi si può fare ricorso, ma senza esagerare, fino a 1.000 nanogrammi per millilitro: Froome ne ha fatti registrare 2.000. La posologia tradizionale parla di 8 puff al giorno, per toccare la quota di 1.000 ne servirebbero 16, per arrivare a 2.000 più di trenta. Ora il corridore e il suo staff devono disputare la corsa più difficile: dimostrare che il metabolismo di Froome ha mal digerito quel giorno il farmaco, reagendo in maniera differente per l’impatto della disidratazione sull’escrezione urinaria. Ora la Fondazione antidoping indipendente, incaricata dei controlli per l’Uci, ha trasferito tutto al servizio giuridico antidoping della Federciclo internazionale. Sono stati nominati due esperti, chiamati a scambiarsi informazioni con i legali di Froome e del Team Sky. Il corridore si sottoporrà a Losanna a test di laboratorio, dove saranno ricreate le condizioni di gara, per verificare le reazioni fisiologiche dell’atleta dopo aver fatto nuovamente ricorso ai puff di Ventolin. Non so come possano ricostruire in laboratorio le condizioni di gara, sia a livello climatico (pioveva), che di fatica (si era alla 18° tappa, dopo quasi tre settimane di corsa durissima): il team britannico è convinto di poter dimostrare la buonafede fisiologica di Froome, io un po’ meno. Probabile che alla fine di questo iter, il servizio antidoping decida di accogliere le spiegazioni dei periti di parte e considerare pulito l’atleta, oppure proporre per lui una sanzione anche seppur per negligenza (caso Ulissi). Il rischio? Che questa brutta faccenda duri troppi mesi. Il nostro movimento non può permetterselo.
FERMARSI. Ci sono alcune cose di questa vicenda che mi lasciano in ogni caso basito. Intanto la grande riservatezza mantenuta, caso più unico che raro. Il fattaccio è stato nascosto a regola d’arte fino a metà dicembre. Ricordiamo che la notizia della positività arriva allo staff del corridore il 20 settembre scorso, ma viene tutto silenziato, tanto che la notizia dell’anomalia del controllo arriva solo il 13 dicembre, a controanalisi già effettuate. Per il caso Ulissi, la Lampre di Saronni aveva sospeso in via precauzionale il corridore. La Sky, che come tutti i team di World Tour ha al proprio interno un codice etico (viene inviato anche alla Ernest Young, la società di controllo), non ci ha minimamente pensato. Fermarlo sarebbe stato un segnale di grande rispetto e di assoluta serietà da parte di un team che fin dal suo ingresso nel mondo del ciclismo si era fatto paladino del ciclismo pulito. Pensavo che anche questo facesse parte dei “marginal gains”.
SEMAFORO ROSSO. Ma qualcosa deve fare anche l’Uci. Se siamo a questo punto, molto dipende anche da lei. Manca chiarezza, troppe le zone d’ombra, tantissima la confusione: spero che il nuovo presidente David Lappartient ci metta presto mano. I grandi burocrati di Aigle spaccano il capello in quattro quando vogliono, con i loro semafori rossi, gialli e verdi per assegnare o meno le licenze, seguendo le linee guida che sono date da un buon comportamento sotto l’aspetto sportivo, economico, organizzativo ed etico. Domanda: ma come hanno potuto dare la licenza al Team Sky, senza che Brailsford si sia nemmeno presentato davanti alla commissione delle licenze dell’Uci? Un caso di questo tipo è davvero acqua fresca? È talmente acqua fresca che Froome rischia seriamente di perdere la Vuelta e di vedersi comminare almeno qualche mese di sospensione. Se la Sky l’avesse fermato subito, oggi potrebbe vantare un presofferto che gli avrebbe fatto molto comodo, dato che ora la squalifica scatterebbe dal momento in cui il britannico venisse sanzionato. L’Uci manda semafori rossi a iosa: basta che un corridore, anziché disputare 85 giorni di corsa all’anno (per gli studiosi dell’Istituto Superiore dello Sport di Losanna, oltre questo numero di corse c’è il forte rischio di ricorrere al doping) ne fa 91 ed il team rischia un richiamo formale, che vale un’ammonizione. Per un caso di positività al salbutamolo, invece, si fa spallucce. Sky favorita? Se si fa così, diventa davvero difficile non pensarlo.
BASTA VENTOLIN. Detto ciò, vedremo come andrà a finire questa tristissima e intricata vicenda. Ma il punto sta proprio nel fatto che è intricata, poco chiara, e il ciclismo mai come adesso ha bisogno solo di chiarezza. Non voglio entrare in ambito farmaceutico, non m’interessa e non sono nemmeno in grado di poterlo fare. Ma un’idea molto basica me la sono fatta. Il Ventolin non fa male, e non cambia la prestazione di un atleta? Che se ne discuta, ma si arrivi una volta per tutte a formulare un regolamento meno bizantino. Se si accetta il limite dei 1000 ng/millilitro, che si tolga la possibilità di ricorrere al laboratorio per dimostrare la propria estraneità: hai 2.000 ng/ml? Scatta la qualifica. Punto. Invece no, tutti con il fiato sospeso, come se l’asma ce l’avessimo tutti. Ecco, sento il bisogno di aria pura, chi ha il fiato corto si fermi, come un Aru con la bronchite (ha perso il podio del Tour) o un Nibali punto da una vespa (ha perso da Horner la Vuelta). Froome e tanti altri come lui soffrono di asma? Problemi loro, e meglio per tutti: è una variabile che renderebbe più spettacolare e incerto il nostro sport. Sul più bello il fiato si fa corto; come una gomma che si sgonfia e un mal di pancia che ti fa andare per i campi. Al grido di: Basta Ventolin per tutti! È il ciclismo che deve tornare a respirare.
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