Editoriale
Abbiamo cento motivi per essere felici e soddisfatti del Giro Cento, ma altrettanti per essere tristi e anche critici. Mi trovo a turibolare il Giro, una corsa che è cresciuta tanto e anche bene. Dobbiamo dirlo con assoluto rispetto per il passato, ma oggi più di ieri assistiamo ad una corsa che è davvero internazionale, proiettata verso il mondo, anche se il cammino da fare è ancora tanto, ma la strada è segnata. Non è più corsa di Paese, nel senso di Italia e di corridori italiani. Ne parliamo anche in questo numero di tuttoBICI, per analizzare e valutare la situazione del nostro movimento: è davvero crisi di vocazioni e di talento, o è solo una questione di mera matematica? Quarantatré (43) corridori al via su 196 partenti sono il minimo storico. Non dicono tutto, ma spiegano molto. L’anno scorso al via erano 53 gli italiani; 48 nel 2006. Ci sono stati anni nei quali gli stranieri erano una quarantina, se non meno. Senza andare troppo indietro, basta voltarsi verso il 1998 - il Giro di Marco Pantani - per vedere che al via c’erano 162 corridori, di cui 102 erano di casa nostra. È la mondializzazione bellezza, e anche il Giro non può che adeguarsi a questo tipo di cose.

UN UOMO SOLO AL COMANDO. In verità Mauro Vegni non è un uomo solo, perché si avvale di un team rodato e collaudato che sa fare il proprio mestiere: da Stefano Allocchio, il direttore di corsa, al Grande Capo, Urbano Cairo, che da questo Giro Cento esce rinfrancato e consapevole di avere per le mani una pepita dal valore inestimabile. Doveva venire al Giro una mezza mattinata. Gli impegni del Presidente sono tantissimi, di cose da fare ne ha fin sopra i capelli, ma alla fine Cairo al Giro è venuto tre giorni, pieni, per vedere, valutare e comprendere fino in fondo il potenziale e il fascino del Giro, che non è solo una corsa in bicicletta. E da queste visite, ne è uscita rafforzata e rinfrancata la figura del direttore Mauro Vegni, che ora ha trovato in Cairo il vero interlocutore e punto di riferimento.
Nei mesi scorsi, quelli che hanno preceduto la “corsa rosa”, la vulgata parlava di un Vegni, stanco, demotivato e dubbioso sul da farsi. Erano in tanti a sostenere, che questo sarebbe stato il suo ultimo Giro di valzer. Non è così. Dal Giro Cento Vegni ne esce rinforzato, quanto e più di Dumoulin. Vegni ha trovato in Cairo l’interlocutore privilegiato, una stella cometa che potrebbe portare il Giro al via di Gerusalemme. Una meta, questa, che pare essere ben più di un’ipotesi.

UNO CONTRO UNO. Urbano Cairo ha una dolce ossessione: il Tour de France. È un punto di riferimento, probabilmente anche di arrivo, anche se non lo considera di certo un traguardo, perché chi conosce bene il Presidente di RCS Media Group, assicura che Cairo i traguardi non è abituato solo a raggiungerli e a tagliarli, ma è anche e soprattutto stimolato a inseguirli: sempre di nuovi. Detto questo, non possiamo che confermare che il Giro di quest’anno è stato un gran bel Giro. Combattuto e incerto fino alla fine. Ma c’è una cosa - al di là del gigantismo economico, dato soprattutto da una potenza dei media televisivi che il Tour può vantare anche perché beneficia di un mese di luglio che chiaramente fa la differenza - che distingue, e di molto, le due corse. Il Giro, anche quello di quest’anno, è una sfida uno contro uno. Uno scontro tra titani dove le squadre contano fino a un cento punto. Il Tour, invece, è un scontro di pesi massimi, che possono disporre di impressionanti truppe cammellate di assoluta organizzazione e forza. In Francia, prima che vada via una fuga, ci vogliono dai trenta minuti all’ora, al Giro solo in due occasioni c’è stata davvero battaglia, in tutte le altre al km 0 è andato via il gruppetto. Al Giro ci si rosola a fuoco lento, con la battaglia - come quest’anno - che si concentra solo nel finale. Al Tour ti rosolano a fuoco alto. Le fughe, come l’anno scorso, possono essere animate anche in tappe quasi banali da corridori del calibro di Sagan, Bodnar, Froome e Geraint Thomas: scusate se è poco. Questo per dire che cosa? Che il Giro sta cambiando pelle, sta diventando sempre più internazionale, ma a livello tecnico, anche per la posta in palio (non certo per il prestigio, perché il Giro ne ha da vendere) è qualcosa di meno, anche se a me piace maledettamente di più.

UNO CONTRO TUTTI. Uno che in pratica ha fatto da sé, ma ha fatto per tre è stato proprio beautiful Tom, che si è arrangiato, e anche bene. Ma senza offendere nessuno, tolto un Franco Pellizotti di assoluto livello, che ha fatto la sua parte più che bene, anche il nostro Vincenzo Nibali ha dovuto togliersi le castagne dal fuoco in pratica da solo. Facendo il gioco di Dumoulin, andando sul suo terreno. Sprecando energie e risorse che poi non ha avuto, come avrebbe voluto, nel finale. In pratica, ha fatto un miracolo. Per il prossimo anno c’è da muoversi, e pensare ad una campagna acquisti degna di questo nome. Corridori che possano essere vincenti, ma anche di aiuto, come Mikel Landa, per fare un nome. O ragazzi da crescere in prospettiva futura come Davide Formolo. Se invece si vuole che Nibali corra come Dumoulin, facendo gran parte del lavoro da solo, allora lo si dica: con chiarezza.

Pier Augusto Stagi
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