L'ORA DEL PASTO. COPPI, IL DIO DEL TEMPO

LIBRI | 03/12/2025 | 08:20
di Marco Pastonesi

Che cos’è la crono? Una corsa contro il tempo. Da solo, in coppia, in quartetto, a squadre. Con e contro il cronometro. I vecchi dicevano: partire forte, continuare fortissimo, finire alla morte. Una corsa alla morte, dunque un suicidio. Una sfida e una lotta ai propri limiti, fra l’istinto di sopravvivenza e i confini della resistenza, fra le accelerazioni del cuore e i freni della testa, fra il coraggio della voglia e la paura dell’ignoto. Una prova scandita dai battiti, dai secondi, dalle lancette. Come un urlo muto, come un silenzio assordante. Come un’apnea con il fiatone. Tutto e il contrario di tutto, e il contrario di tutto non è il nulla. Una prestazione da macchina umana: muscoli a cilindri, a bielle, a stantuffo.


Fausto Coppi era il dio del tempo. “Fausto Coppi – il dio del tempo” (Bolis, 128 pagine, 14 euro), lo scrive Ildo Serantoni, che di Coppi è fin da piccolo devoto discepolo, poi apostolo, oggi anche evangelista. Perché Coppi, da solo o in coppia o a squadre, andava a tempo, dando il tempo, segnando il tempo, prendendosi il tempo, rubando anche il tempo. Più tempista e tempestivo che temporeggiatore, pure – nel finale della sua vita – ormai attempato. Andava a tempo (e il suo tempo non era mai identico a quello degli altri) nelle tappe a cronometro dei Giri d’Italia e dei Tour de France, al Vigorelli nel record dell’ora, negli inseguimenti italiani e mondiali, nei Gran Premi delle Nazioni e nei Gran Premi di Lugano, nei Trofei Baracchi.


E’ qui che Serantoni concentra la sua attenzione. Lui, quei Baracchi, cronocoppie che concludevano la stagione del ciclismo su strada e lanciavano l’inverno dei ciclocross e delle seigiorni, li ha annusati e respirati, abitati e vissuti. La prima volta nel 1949, paradossalmente e fatalmente quando il Campionissimo stava partecipando a un inseguimento contro Ferdy Kubler nell’anello di Oerlikon a Zurigo. “Quella uggiosa mattina mi vede puntuale alla partenza delle coppie del Baracchi, accompagnato da mio papà, il quale mi aveva trasmesso il gene della passione per il ciclismo e per Coppi in particolare. Il ritrovo e la partenza delle coppie iscritte alla gara sono fissati in via Frizzoni, nei pressi della Torre del Galgario, una zona semicentrale nella Bergamo di allora”. Ed è così che ricordi personali e cronaca pubblica s’incrociano e si sovrappongono. “Noi abitavamo a due passi, in via Maglio del Rame, e ovviamente eravamo andati a piedi alla partenza, inguainati nell’impermeabile e protetti da un ombrello”. La memoria è un dono. “Il campione più in vista, anche se non proprio acclamato, in quel campo di partenti è Fiorenzo Magni, toscano di quasi 29 anni, corridore duro e tenace…”.

Coppi e il Baracchi: nove edizioni disputate, quattro vinte, tre con Riccardo Filippi (dal 1953 al 1955) e una con Ercole Baldini (nel 1957). “Per un’altra sorta di privilegio, di cui Dio sa quanto avrei fatto volentieri a meno – scrive Serantoni –, ebbi l’occasione di assistere di persona all’ultima corsa della vita del mio amato Campionissimo. Fu il Trofeo Baracchi del 1959, disputato a inizio novembre”, “Venne accoppiato al suo grande amico francese Louison Bobet, un altro straordinario, che di anni ne aveva 34 ed era a sua volta agli sgoccioli”, “La coppia dei vecchi fuoriclasse concluse la fatica al quinto posto”.

Coppi che attraversava le ere del ciclismo. Coppi che pedalava 10, forse 20 anni davanti al gruppo. Coppi che aveva l’orologio, ma anche il tempo. Coppi che continua a pedalare nel tempo.

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