Si è accorto qualcuno che molti giornali ospitavano sì, il 22 marzo scorso, il pezzo di presentazione della Milano-Sanremo, il cosiddetto articolo della vigilia (improprio anche se così si dice sempre: in realtà è l’articolo che appare il giorno della corsa), ma che la firma, ormai apposta quasi sempre in testa all’articolo, del giornalista addetto ai lavori era accompagnata dalla scritta “Milano” e non anche dalla dizione “dal nostro inviato”?
Per chi sa le cose interne dei giornali, la spiegazione è semplice: il giornalista ha visto datato sì il suo pezzo da Milano, località di partenza. Ma non è andato sul posto, anzi se non milanese non è andato manco a Milano. Già tanto che il giorno della gara sia andato a Sanremo, così potendo datare, in regola anche sindacalmente, il suo pezzo dalla località ligure insieme con la scritta “dal nostro inviato”, persino “dal nostro inviato speciale”. Altri addirittura rimangono in sede, in redazione, e “fanno” la corsa davanti al televisore: il loro pezzo sarà soltanto datato Sanremo, senza altra specificazione. Tanto la gente mica capisce. E c’è persino l’alibi: cosa si va a fare a Sanremo, il viaggio costa, l’auto che una volta il giornale teneva quasi esclusivamente per le corse ciclistiche non c’è più, i servizi automobilistici ormai sono tutti dati dai giornali in appalto, e poi meglio della televisione non c’è niente, e quanto alle interviste del dopocorsa le senti appunto in video, e se pure li potessi intervistare tu sul posto, quei puzzapiedi dei corridori mica avrebbero cose speciali, diverse da dirti.
Ma non è questo il nocciolo sentimentale e magari un po’ etico di questo mio intervento. Il nocciolo è la punzonatura. Prima però devo ricordare che, in occasione proprio di una Milano-Sanremo, la televisione intervenne con una grossa innovazione, forse era addirittura la diretta in gara, e io scrissi un neretto sulla prima pagina del quotidiano sportivo torinese, col titolo “Mamma tivù dacci di più” (credo addirittura che quell’espressione “mamma tivù”, poi usata da tanti, possa essere un mio copyright). Il grande collega buonanima Mario Fossati mi rimproverò: “Bisogna ignorare la televisione, sennò ci uccide tutti e uccide tutto il ciclismo”. Più o meno quello che uno storico caporedattore di un grande quotidiano politico aveva detto dei primi quiz mikebongiorneschi in televisione: “Ignoriamoli sul giornale, così il fenomeno muore automaticamente”. Cercai di dire a Mario che tanto non c’era niente da fare contro il “progresso” (virgolettato quanto si vuole), e allora tanto valeva che la televisione ci surrogasse del tutto. Fatto, e non siamo che agli inizi di una rivoluzione tecnoepocale.
Voglio però dire, fuori da ogni considerazione passatista o modernista, da ogni valutazione del lavoro dei miei colleghi assai più giovani del pensionato che io sono, da ogni presenza o meno della dizione “dal nostro inviato”, che a me manca soprattutto la punzonatura, l’articolo della vigilia nato sul posto della punzonatura. Per la verità non so neppure se la punzonatura classica abbia ancora luogo, e non voglio saperlo. So che da po’ di tempo il posto della punzonatura veniva chiamato villaggio di partenza, intitolato agli sponsor. Escludo che possa esistere ancora l’aura magica e intanto bonaria di un tempo, il senso di vigilia di un qualcosa di speciale, il senso di una nostra militanza giornalistica sancito appunto dalla presenza. I corridori arrivavano sulle ammiraglie, da ogni ammiraglia ne uscivano dieci come da un’auto nei film di Ridolini, passavano dove noi giornalisti facevamo piccola siepe umana e amica, rilasciavano le loro dichiarazioni sempre eguali, frasi banali che però suonavano come poesie di famiglia, di quelle che si imparano sin da bambini e si recitano nelle belle occasioni.
C’era uno speaker che diceva una battuta (preparata) per ogni corridore almeno un pochino famoso, mentre l’atleta firmava il grande foglio di partenza, destinato a diventare cimelio. Una volta, anno 1967, un corridore balzano, bravo in volata, di grossa simpatica notorietà, Dino Zandegù, mi disse: “Domani vinco io, scrivilo pure”. Rideva ma lo presi sul serio, e Tuttosport uscì in prima pagina col titolo: “Oggi Zandegù / vince il Giro delle Fiandre”. Era appunto la punzonatura di una corsa importantissima, di quelle che adesso vengono chiamate corse-monumento. Vinse Zandegù e io passai per veggente.
Ai giovani - che allora ascoltavano - lì al raduno della vigilia spiegavamo magari che il termine punzonatura sopravviveva da quando le prime biciclette erano appunto punzonate, con l’apposizione di un piombino, una sorta di sigillo che non si poteva togliere, acciocché non fossero cambiate in gara, operazione allora vietatissima. I giovani si interessavano o facevano finta di interessarsi alla spiegazione. Il termine era rimasto, è rimasto anche se non vuole dire più nulla, pressappoco come adesso onestà, poesia, fatica, persino amore, forse anche giovani.
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