Editoriale
di Pier Augusto Stagi

UNA PRESA IN GIRO. Ha collaborato. Ha beneficiato di uno sconto di pena come un vero pentito. Ha ritrovato una squadra e presto tornerà in gruppo a sentire il fruscio delle ruote e il vento in faccia. Mauro Santambrogio riprenderà a correre. La squalifica è scaduta il 2 novembre scorso, tre giorni prima il corridore comasco ha firmato un contratto con l’«Amore & Vita» di Ivano e Christian Fanini.
Positivo all’Epo dopo la prima tappa del Giro 2013, ha accettato la sfida. È andato a Losanna, è stato il primo italiano a sedersi davanti al tavolo della Commissione indipendente di riforma del ciclismo (Circ), l’organismo straordinario voluto dal presidente Brian Cookson. Mauro era stato immediatamente fermato e qualche mese più tardi aveva sfiorato con la mente l’idea di un gesto estremo, affidando il suo malessere a twitter e ricevendone in cambio un affetto che probabilmente è stato decisivo per salvarlo. È in questo preciso momento – duro, drammatico e denso di ombre - che Santambrogio accetta di incontrare la Commissione presieduta dallo svizzero Dick Marty e composta dal tedesco Ulrich Haas e dall’australiano Peter Nicholson.  La Commissione ha pieni poteri e massima indipendenza, può comminare o cancellare sanzioni, collaborare con le autorità di polizia, interrogare, valutare e indagare. Santambrogio li incontra, parla e racconta: ovvio pensare che abbia spiegato come, dove e grazie a chi si procurava l’Epo. La Commissione ascolta e alla fine decide: squalifica fino al 2 novembre, 18 mesi quindi, con sconto per la collaborazione. E questo non è uno sconto qualsiasi, perché Santambrogio rischiava pena doppia, fino a quattro anni, visto il suo coinvolgimento nel processo di Mantova nel quale è stato rinviato a giudizio.
La sentenza della Commissione è valida ed è anche inappellabile, non c’è bisogno di passare per le forche caudine di nessun altro tribunale, nazionale o internazionale che sia. Non entro nel merito della questione morale, se il suo sia o meno un pentimento di facciata – quindi interessato – oppure assolutamente sincero. Non voglio parlare nemmeno del pentitismo come strumento per conoscere, capire e combattere in maniera più efficace la piaga del doping (per quanto mi riguarda, sono per la radiazione). Mi interessa capire perché il presidente Brian Cookson abbia favorito la nascita di questa speciale commissione, senza poi pensare al ricollocamento dell’atleta, riportando i corridori pentiti al centro del progetto ciclismo. In questo modo li lascia inspiegabilmente alla periferia. Voglio essere brutale: stando così le cose, collaborare non dà alcun beneficio. Santambrogio torna a correre con la maglia dell’Amore & Vita, ma se l’Uci non si fa garante di un reinserimento, lì ci resterà a vita. Il Movimento per un Ciclismo Credibile (MpCC): quando verrà chiuso sarà sempre troppo tardi) non consente a nessuna società aderente di ingaggiare un corridore che abbia subìto una pena superiore ai sei mesi. Le squadre di World Tour, anche quelle che non sono iscritte all’MpCC, con tacito accordo, hanno concordato di non prendere nessuno che abbia precedenti imbarazzanti. Se l’Uci crede davvero in questa Commissione, se ha intenzione di agevolare le confessioni dei pentiti per abbattere davvero la “sacra corona unita del malaffare chimico“ è il caso che oltre alla costituzione di questa speciale commissione crei un cammino preferenziale di recupero, in modo da uscire da questo equivoco e far rientrare tutti i “figliuol prodighi” dalla porta principale. Se invece non li si vuole più e questo è solo un lavoro di facciata, lo si dica. Messa così è solo una presa in giro.

VECCHIA EUROPA. Si parla inglese, ma a pedalare più veloci di tutti sono sempre gli stessi, i soliti noti: spagnoli, italiani, belgi, francesi e olandesi. Certo, il ciclismo si è globalizzato, diciamo anche polverizzato, ma la Vecchia Europa tiene botta. Parlo di nazioni, anche se a livello di team cambia poco: i più forti del mondo sono la spagnola Movistar, con il loro Alejandro Valverde numero uno del movimento mondiale. Certo, a livello di squadre il gap sembra molto meno evidente, anzi i team anglofoni sono lì: basti pensare che l’americana Bmc è seconda nel ranking e la Tinkoff-Saxo è terza, davanti alla belga Quick-Step e agli australiani della Orica.
Nel 2011, l’Italia era sola al comando. Alle nostre spalle Belgio e Australia, con Spagna e Gran Bretagna in scia. Il team più forte era l’Omega-Pharma e Philippe Gilbert, capitano della corazzata di Lefevere era il numero uno del ciclismo mondiale. L’anno successivo, il 2012, segna il sorpasso: Spagna e Gran Bretagna ci precedono. Ma il corridore più forte del mondo è sempre della Vecchia Europa, lo spagnolo Joaquin Rodriguez, mentre la Sky è il team di riferimento. Passiamo al 2013: la Spagna si conferma la nazione più forte, con l’Italia e la Colombia a completare il podio. Numero uno del ranking mondiale è ancora una volta Joaquin Rodriguez, mentre il team campione del mondo è quello di Unzue, la Movistar. Certo, i numeri non dicono tutto, la verità è solo parziale. Le vittorie non solo vanno contate, ma anche pesate, e la Sky, solo per citare uno dei team di riferimento del nuovo ciclismo globalizzato, di Tour in questi anni ne ha vinti. Ma questo 2014 si chiude con dei dati inoppugnabili. Anziché essere spazzata via, la Vecchia Europa ha reagito, mentre il nuovo ciclismo, quello australiano e britannico, ha segnato una evidente battuta d’arresto. Pronti al sorpasso, sono stati sorpassati. Guai però a dormire sugli allori. Guai a sottovalutare gli avversari. Guai a commettere l’errore che hanno commesso loro: i british.
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