Capisco che ancora dobbiamo metabolizzare le vicende di fine stagione, ma io sento l’impellenza di portarmi avanti. C’è una questione che mi sta troppo a cuore, perchè possa aspettare altro tempo: la Milano-Sanremo. Tempo fa, come se annunciassero un cambio d’abito, gli organizzatori hanno annunciato che sarà cambiato il percorso: dentro una salita prima del Poggio, la Pompeiana, più lunga e più dura delle Manie. L’obiettivo sin troppo ovvio ed evidente è proclamato con molta convinzione: rendere la corsa più avvincente e più selettiva, mettendo in croce qualche velocista prima del finale.
Quando ho letto questa cosa mi è presa una brutta depressione. Ho cominciato a rimasticare i pensieri più malinconici. Purtroppo, devo dirlo senza giri di parole, a me il cambiamento sembra una boiata pazzesca. Il cambiamento in sé e anche tutta la filosofia che ci sta dietro, questa fregola di rendere persino la Sanremo più difficile e meno imprevedibile.
Per inciso, non sono di quelli che chiedono corse facili per battere il doping: come dice sempre il direttore Stagi, corse alla portata di tutti inducono tutti a doparsi. In aggiunta, continuo a considerare un percorso duro e faticoso l’essenza stessa del ciclismo. Questo per dire che il mio no alla nuova Sanremo non è ideologico e pregiudiziale, come direbbero a Montecitorio: no, è proprio legato alla corsa in sé e allo stravolgimento in sé.
Voto no alla nuova Sanremo perché penso che la Sanremo sia un
gioiello di famiglia. Uno dei pochi. Uno degli ultimi. È un gioiello perché resta diversa da tutte le altre gare, nella sua noia per lunghe ore lungo la Riviera, per la sua imprevedibilità sul Poggio, per quei dieci minuti inimitabili di vero thrilling che regala dalla cima del Poggio al traguardo. Secondo la logica tecnica e grigia dell’ortodossia è una corsa stupida, fatua, ingiusta. La chiamano terno al lotto. La considerano una follia. Ebbene, voglio dirlo fino in fondo: tutti questi difetti che le attribuiscono, per me sono i pregi che la rendono unica al mondo. Nessuna come lei. E allora che vogliamo fare, stravolgerla per uniformarla a tutte le altre corse? Ma per scegliere il corridore più completo e più forte abbiamo già tutta una sequela di prove dure, ciascuna a modo suo, dal Lombardia alla Liegi, dal Fiandre alla Roubaix: davvero non possiamo permetterci una giornata all’anno di straordinaria follia?
Semel in anno licet insanire, una volta all’anno è lecito impazzire, dicevano gli antichi andando al Carnevale. Allo stesso modo noi dovremmo goderci la stravaganza della Sanremo con il massimo gusto, senza menarla troppo con teoremi tecnici, ma assaporando gli attimi iripetibili di un menù pazzoide. Nessuno al mondo può proporre qualcosa di simile: mi chiedo perché noi dobbiamo smussare, mortificare, snaturare, frustrare un pezzo tanto pregiato del nostro made in Italy sportivo.
Temo di avere anche la risposta a questa domanda. Temo che alla base di questo accanimento contro la Sanremo - fenomeno che peraltro dura già da qualche anno - ci sia l’appiattimento e la globalizzazione di questa nostra epoca, impegnatissima ad omologare tutto e tutti, chiudendo qualsiasi cosa dentro grigi standard universali, senza più spazio e tolleranza per la diversità, l’originalità, l’eccentricità. Anche nel ciclismo vince il grigiore delle esigenze televisive, degli schemi tecnici, del precotto e del precostituito. Ma davvero è così scandaloso se alla fine vince Cavendish, o Zabel, o Cipollini? Davvero è così inaccettabile che la corsa più lunga del mondo proceda monotonamente per sette ore e poi si risolva in un fulmineo bagliore finale?
So benissimo che anche questa della Sanremo va ad arricchire il faldone delle mie battaglie perse. È già molto pesante. Ma non m’importa. Finché è possibile, io mi ribello. A quelli che compatiscono, a quelli che non capiscono, voglio destinare un’ultimissima domanda, un congedo per qualche serena riflessione. Chiedo: se la Sanremo non ha più motivo di sopravvivere, se anche la Sanremo deve diventare una corsa seria e vera, perché Monte Carlo si ostina a ospitare la Formula uno tra vetrine e sottoscala, perché Londra si ostina a ospitare il tennis sull’erba di Wimbledon? Monte Carlo avrebbe le risorse per farsi un circuito ipermoderno: se non oggi, certo in passato. E certo Londra potrebbe tranquillamente piazzare sui suoi campi i materiali di ultimissima generazione, per un gioco più veloce e più preciso. Ma perché mai monegaschi e inglesi si ostinano invece a difendere i loro controsensi come patrimonio nazionale, come valori supremi e intangibili della propria storia? Sono pazzi loro o siamo pazzi noi? Io dico solo questo: quando si vendono i gioielli di famiglia è un momento molto triste. È come non riconoscere più la famiglia. Noi non lo facciamo neppure per bisogno: lo facciamo solamente perché non siamo più in grado di comprenderne il valore.
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