Gatti & Misfatti
Moratoria per i dannati

di Cristiano Gatti

Sinceramente, questo clima di purghe e di epurazioni po­stume avvilisce molto. Nell’interminabile gioco di guardie e ladri che segna la storia contemporanea del ciclismo, a mano a ma­no che le guardie riescono a smantellare il castello di porcherie allestito dai ladri - ultima la lista nera del Tour 1998 - saltano per aria i mo­numenti di quei tempi. Sto te­nendo la conta, ma certo qualcuno sfugge. Penso a Olano, rimosso dal trono di direttore tecnico della Vuel­ta. Penso a O’Grady, fatto brillare dal Comitato olimpico australiano. Penso a Zabel, all’epoca bandiera di uno sport equo e solidale, senza divismi e senza eccessi, a sua volta messo alla porta dalla Vat­ten­fall Cyclassic, l’unica corsa tedesca di World Tour, nonché dalla Ka­tusha. Penso a Jens Heppner, sceso con accordo consensuale dall’ammiraglia della Netapp Endura.

Lo ripeto, mi sono segnato so­lo i nomi delle prime teste rotolate nella cesta, dopo che i Robespierre di ultimissima generazione si sono messi all’opera. Altri non vengono rimossi da nulla perché già piuttosto ai margini, co­me Ullrich, come il nostro stesso Ta­fi. Ovviamente possiamo parlare soltanto dei nomi usciti da liste o da confessioni, mentre la conclusione generale, e cioè che il 99 per cen­to dei ciclisti di quella generazione facesse tranquillamente ricorso all’Epo (e ad altro, non dimentichiamolo…), ecco, questa è solo una logicissima conclusione, sostenuta da mille indizi concreti, ma comunque non un fatto conclamato. Tant’è vero che tanti altri volti noti del tempo continuano tranquillamente a svolgere la loro nuova man­sione, in una seconda vita tutta diversa, chi come diesse, chi come meccanico, chi come commentatore televisivo.

Questa generazione ha subìto negli anni un complicato processo di mutazione. All’inizio, di fronte alle accuse di doping, ridevano in faccia alla stampa e all’opinione pubblica, negando con sdegno ogni allusione. Ricordo su tutto il trattamento subito dal povero Eugenio Capodacqua, in­dub­biamente pioniere tra i nemici dei dopati, preso letteralmente a in­sulti, sarcasmi, minacce, quando non direttamente a lanci di boracce (piene) dai terzi piani degli alberghi. Era così: guai a chi si permetteva di dubitare. La cupola imponeva l’omertà al gruppo, minacciava rappresaglie pesanti (chiedere al martire Pippo Simeoni), tagliava fuori i giornalisti appena appena ficcanaso. Questo il clima: non per continuare a menarla in eterno, ma perché niente venga frettolosamente rimosso.

Arrivano però i primi casi, i primi scandali, le prime de­nunce. A seguire, tutti gli tsunami degli ultimi anni che svergognano l’intera epoca. A questo punto, scatta la mutazione. Ovvia­mente i personaggi di quel tempo non possono più negare: c’è un li­mite a tutto, di fronte all’evidenza restano soltanto i mariti a provarci con il patetico “non è come sembra, ti posso spiegare tutto”. Molto più realisti, e pure furbi, i ciclisti sbugiardati adottano lo schema caro ai politici corrotti: una volta presi con la mazzetta in bocca, non possono che rivendicare con rabbia la loro grande attenuante, diavolo, fanno tutti così, proprio con me dovete prendervela??? È questo il nuovo dogma cui si aggrappa un’intera generazione: facevano tutti così, gli stessi diesse ti imponevano di farlo, come potevamo ribellarci? Do­man­da legittima, però io la girerei a quelli che invece, nel loro piccolo, mosche bianche del gruppo, un preciso no lo dissero, finendo magari per cambiare mestiere. Purtroppo, si sa, l’onestà è un bene di extralusso, costa tantissimo - fatica, dolore, sacrifici, rinunce, strade sbarrate - e mica tutti possono permetterselo.

L’ultima evoluzione del “così fan tutti” l’ho ap­presa recentemente da Silvio Martinello, nel suo accorato e orgoglioso editoriale di autodifesa, al grido non devo spiegare niente, non mi devo vergognare di niente, per lavorare in quell’epoca bisognava fare in un certo modo. Siamo cioè all’ultimo stadio, raffinatissimo, della mutazione: dal negare tut­to, sempre e comunque, al facevo così perché lo facevano tutti, fino al sublime “stato di necessità”. Sì, bi­sognava drogarsi per necessità, per trovare un contratto, per continuare a correre, come la pensionata che ruba il cotechino al supermercato per non svenire dalla fame. Sce­na­rio drammatico, quasi mette il ma­gone.

Io direi questo. La piantassero di arrampicarsi sui vetri e la chiudessero lì. Sul doping co­me stato di necessità le parole sono superflue: ci arriva chiunque a capire che un conto è rubare per mangiare, un altro è barare per fare uno sport in modo professionale. Ri­cor­do che milioni di brocchi, per quanto innamorati della bicicletta (io tra questi) si sono rassegnati alla loro pochezza e hanno cercato un’altra occupazione, chi in banca, chi in fabbrica, chi in agricoltura. Non sta scritto da nessuna parte che un ap­passionato di bici debba per forza fare il ciclista professionista. E co­munque basta, per favore. La storia è andata in un certo modo, ormai sappiamo come. Per filo e per se­gno. La smettano loro di blaterare, la smettano anche i segugi zelanti di ricostruire morbosamente i dettagli di troppi anni fa. Di fronte allo scempio di questi tempi attuali, con tutti questi uomini di mezza età co­stretti a sparire nella vergogna per colpe di due decenni fa, è possibile soltanto un atto: la moratoria. Loro la smettono una volta per tutte di sparare menzogne - questa la colpa imperdonabile: le menzogne di vent’anni, molto più del doping, ce la fa a capirlo Martinello? -, noialtri beffati e traditi ci mettiamo una pietra sopra e non pretendiamo stupide epurazioni fuori tempo massimo. Restino pure a fare i commentatori, i diesse, i dirigenti di corsa, magari cogliendo questa seconda oc­casione per emendare gli errori del­la prima, a beneficio dei giovani che cominciano adesso e anche del pubblico che ancora ci crede.

Bisogna voltare pagina, a tut­ti i costi: non per dimenticare frettolosamente, o per buttare tutto in ridere. Ma abbiamo già troppi stress a controllare e candeggiare il ciclismo d’oggi, perché ancora si possa sprecare tempo con i Dannati degli anni Novanta. Oggi siamo al punto che il vincitore di quattro tappe al Tour (Kittel) si sottopone alla macchina della verità pur di convincere il mondo della sua pulizia. A questo siamo arrivati, a queste aberrazioni assurde. Al­me­no la storia lontana, ormai chiara e definita, deve arrivare al punto fi­nale. Chi era nella liste, chi ha confessato, chi continua a fare finta di nulla: moratoria per tutti e non se ne parli più. Se eventualmente qualcuno giustamente non ci sta, perché allora correva pulito, si faccia avanti: con la macchina della verità, il ciclismo assegna medaglie al valor civile. Ho seri dubbi però che la macchina avrà molto da lavorare.
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