Uno sport che ha metabolizzato il caso Armstrong può permettersi una fiaba di Natale. Eccola.
C’era una volta il figlio di un famoso campione di ciclismo, e lì per lì sembrava automatico che anche il ragazzo si desse allo sport della bicicletta, dove il padre aveva raccolto allori e quattrini. Fra l’altro il ragazzo cresceva tosto, alto, forte, e davvero ricordava il padre nel fisico. Il padre però non voleva, in questo d’accordo anche con la madre trepida, che il figlio praticasse, e ovviamente con impegno, uno sport così faticoso. E allora aveva ben presto tessuto una vasta saggia trama per far sì che il pargolo diventasse tifoso di calcio, e andasse a tirare calci ad un pallone presso una società organizzata anche nel settore giovanile. Era una squadra di cui il padre era persino più che tifoso: nel senso che era amico dei dirigenti, dei tecnici, era un idolo dei calciatori che in quel paese si ritenevano e anzi erano inferiori, come popolarità, ai ciclisti amatissimi, e in particolare era amicissimo di colui che giocando da centravanti era diventato la massima gloria del football nazionale. E la massima di sempre, addirittura.
Il figlio dunque prese seriamente a giocare al pallone, e non giocava male, anzi. Prometteva, ecco. Il padre provvedeva a enfatizzargli e intanto a demonizzargli le fatiche e i rischi del ciclismo, e di contro a magnificargli la relativa comodità del calcio, dove non era necessario essere fachiri masochistici per emergere, se almeno si aveva un po’ di talento e un bel fisico. Il suo caso. Il ragazzo però non sembrava convinto della scelta, continuava a chiedere al padre che gli raccontasse delle sue gesta in bicicletta, e non perdeva occasione non solo per seguire lo sport che era pur sempre quello di casa (la mamma fra l’altro era la figlia di un ex commissario tecnico nazionale dei pedalatori dilettanti), ma anche per salire su una delle molte biciclette da corsa che stavano nel garage di casa e scatenarsi in pedalate vigorose per le stradine del suo paesino, una specie di sobborgo della grande città, e pazienza se dalle sue parti pioveva quasi sempre.
La vigilia di un Natale in casa del campione si fece festa sino a tarda ora e si brindò all’anno nuovo che stava arrivando come a quello che avrebbe dovuto finalmente vedere le prime affermazioni calcistiche del ragazzo. Il quale ragazzo diceva che sì, si sentiva pronto, però i genitori, e specialmente la mamma, avvertivano qualcosa di strano nel suo assentire ad un programma di grande impegno prossimo venturo col pallone.
La mattina di Natale faceva freddo, molto freddo, e le strade erano ghiacciate. Nella stanza da bagno principale dell’alloggio vasto e lussuoso c’era un grande specchio, e sullo specchio la mamma lesse la frase con cui il figlio annunciava che era uscito in bicicletta, rinunciando a ore di sonno, per allenarsi in quello che, lo aveva deciso irrevocabilmente, sarebbe stato il suo sport, nella scia del papà. E tanto peggio per il calcio. La scritta, l’annuncio, l’editto era stato compilato usando come matita il rossetto della mamma. Non molte ma poche precise parole: “Voglio diventare un buon ciclista e sono uscito ad allenarmi. Dovete capirmi, scusarmi e lasciarmi libero di insistere. Grazie di volere spiegare per conto mio la cosa ai vostri amici del calcio”.
Lo specchio era quello del bagno grande di casa Merckx a Krainen, periferia di Bruxelles, Belgio. La casa del più forte (non il più grande, che si chiama Fausto Coppi) campione di ogni tempo. Il ragazzo era Axel, figlio dell’immenso Eddy e di Claudine e fratello di Sabrina. Il quale Axel, convinti così i genitori spauriti e orgogliosi insieme, della genuinità della sua vocazione, riuscì a diventare ciclista professionista, vincendo anche una tappa del Giro d’Italia, e imitando il padre almeno una volta nella feroce volontà agonistica, visto che per il resto era inimitabile.
La fiaba di Natale mica finisce qui, sarebbe troppo comodo e facile. La fiaba prosegue nel senso che io, che sono stato amico di Merckx, fra l’altro arrivando da subito a scrivere il suo cognome senza confusioni o omissioni delle ostiche consonanti, quando lui era ancora un ben poco noto dilettante, e che ho avuto in regalo il racconto di Natale proprio dalla signora Claudine un paio di annetti dopo l’evento (più nessun rimpianto per il molto rossetto usato), ho smistato la storia della scritta sullo specchio ai sei (tre maschi e tre femmine) dei miei sette nipotini, ovviamente cogliendo ognuno di loro nel momento anagraficamente più propizio per il trasferimento della storia. Salvo prossimi arrivi, dei sette mi manca ancora Matteo, che ha appena due anni e mezzo e comunque reperisce già sulle foto di calcio i giocatori del Toro.
Ennò, la fiaba non finisce neanche qui. Perché devo ancora riferire la parte più fiabesca di essa. E cioè il fatto che i sei pargoli, ancorché visitati da forti clangori e colori calcistici, mi hanno ascoltato attenti, hanno creduto ad ogni sillaba della mia narrazione peraltro onestissima, si sono divertiti a immaginare Axel sulle strade ghiacciate di quel 25 dicembre, ma intanto mica hanno neanche per un attimo pensato che il figlio di Eddy sia stato un fesso a rinunciare a correre dietro al pallone, ai soldi tanti, alle veline che per la verità cercano loro di sbattere contro di te giocatore famoso, per prendere tutto quel freddo belga anche la mattina di Natale.
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