Amico del ciclismo, mettiti seduto e respira profondamente. Certo hai grande fisico, spalle larghe e stomaco potente, ma il momento è terribile: ti vedo provato, hai bisogno di una pausa. Da anni incassi e sopporti le prove più feroci, tutti i nuovi miti e le loro relative imprese immancabilmente fatti a brandelli dall’antidoping. Ultimo caso il più mito di tutti, con quei sette Tour vinti consecutivamente: una ventina di colleghi di lavoro mettono nero su bianco che il fenomeno era solo un gioco di prestigio, con il trucco sin troppo noto. Niente, annullato anche il superman americano. Non è una cosa seria.
E bastasse la sterminata sequela di campioni sterminati. Invece non basta, caro amico del ciclismo. Sul tuo povero morale, sulle tue illusioni di appassionato, fiocca anche la botta peggiore: la gelida sensazione che i controllori, i garanti delle regole, abbiano per anni gestito la giustizia a giorni alterni, con due pesi e due misure, dividendo tra figli e figliastri. Il mito americano troppo potente, troppo danaroso, troppo, per meritare punizioni e squalifiche. Più conveniente - in tutti i sensi -tutelarlo fino alla fine. E poco importa se a scandalo completato venga improvvisamente riscoperto il rigore: non conta, se arriva dopo la banda.
Anch’io sono un amico del ciclismo e se mi guardo in giro trovo tutti gli elementi per tirare la più grave delle conclusioni: dei periodi critici che ci hanno inflitto negli ultimi quindici anni, questo mi appare il più critico. Perché arriva dopo troppi periodi critici e il nostro fisico è ormai allo stremo. Perché ogni volta che ci illudiamo sia finita si ricomincia invece da capo. Perché - prima di tutto - chi dovrebbe traghettarci fuori dalla palude si è rivelato alla prova dei fatti completamente inadeguato. Non tanto per incapacità: peggio, per malafede. Il che rende tutto maledettamente più nero, perché taglia le gambe sul nascere alla speranza. E senza speranza, lo sappiamo, nella vita non si va da nessuna parte.
Sono parole e riflessioni molto amare, e in fondo averci ridotti così è certamente la colpa più imperdonabile da addebitare al governo mondiale del ciclismo. Un conto è sapere che i corridori sono sporchi e cattivi, ma che nel gioco di guardie e ladri le guardie sono implacabili. Tutto un altro conto è sapere che le guardie fanno la guardia a modo loro, secondo lune, convenienze, simpatie. In questo caso, la rabbia è centuplicata. Visto come s’è mossa l’Uci nei primi dieci anni di questo secolo con Armstrong - come minimo, con atteggiamento molto materno e comprensivo, per non dire altro -, visto come tutte le grida di un certo personale scientifico serio e attendibile siano immancabilmente finite nel nulla, se non soffocate sul nascere, ecco, visto e scoperchiato questo mondo nebbioso e melmoso, chi ci dice che la lotta contro i dopati non si sia svolta tutta e sempre così, cioè su doppio binario, a due velocità, feroci e spietati contro gli inermi, o i qualunque, ma molto delicati e collaborativi con gli amici e gli amici degli amici?
In tutti questi anni, anche sforzandomi di studiare e di capire, io non ho mai ben capito un sacco di cose. Ad esempio perché tanto furore antidoping in Italia e in Germania, mentre in Spagna e in Kazakistan, per non fare nomi, lotta e pene come acqua fresca. Perché alcuni corridori fermati preventivamente e altri neppure sotto tortura. Per anni mi hanno raccontato che l’Uci ha le mani legate, che non può invadere competenze altrui, che tuttavia sta alla finestra come un cecchino, pronto a colpire alla prima occasione utile. Li teniamo monitorati, stiamo loro sul collo, conosciamo i nostri clienti peggiori: così assicuravano dalla Svizzera i massimi controllori del ciclismo. Io ho sempre avuto il sospetto che ciurlassero un po’ nel manico, stabilendo di volta in volta, caso per caso, chi affossare e chi salvare, magari anche soltanto mettendolo sul chi va là. Ma dopo il caso Armstrong, con il dossier dell’inchiesta americana e con le dichiarazioni di ex funzionari Uci usciti dal sistema, ormai ho una certezza: la lotta antidoping di questi anni fetenti non è una cosa seria. Meglio: lo è solo per alcuni. Per certi altri, è solo una messinscena vergognosa.
La conclusione sarebbe molto logica: un grande cambiamento, di facce e di regole. Se così fosse, non sarebbe neppure scandalosa l’idea di una mega-amnistia sul passato, con la contropartita di un regime spietato sul presente e sul futuro. Un modo per dire va bene, quel che è stato è stato, passiamoci un colpo di spugna e morta lì, però sappiate che chi ci prova da adesso in poi sa già cosa l’attende, la fine senza possibilità di sconti, attenuanti, perdoni. Purtroppo, è pura teoria: qui le facce e le regole non cambiano mai. E allora perché dovrebbe cambiare qualcosa nel ciclismo?
Amico del ciclismo, è per questo che ti consiglio di metterti seduto e respirare profondamente. Ho l’impressione che siamo arrivati al capolinea. Fa molto male dentro, ma dobbiamo rispondere a questa domanda: con certa bella gente a comandare, ha ancora senso essere amici del ciclismo, di questo ciclismo?
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