Editoriale
GUARDARSI ALLE SPALLE. È vero, il Giro d’Italia deve guardare oltre, avanti, fuori, ma anche alle proprie spalle. Il Giro deve ancora lavorare molto, per ricollocarsi, per riposizionare il proprio brand e la propria storia in un contesto mondiale più ampio, più autorevole e riconoscibile. Ma per fare questo i suoi dirigenti e nello specifico il capo, Michele Acquarone, devono avere anche la lucidità di capire che la fortuna del Giro non è data solo da quello che sa o saprà fare la «corsa rosa» da oggi in poi, ma anche da cosa sanno e sapranno fare gli altri, i vari “competitor” con in testa l’Uci, il governo mondiale della bicicletta. La concorrenza è spietata, la sfida è appena agli inizi. Alain Rumpf - il direttore di Global Cycling Promotion, il braccio organizzativo dell’UCI - sta lavorando alacremente ad una nuova corsa a tappe russa - otto giorni - che dovrebbe collegare Mosca a Sochi. Per una corsa che nasce, ce ne sono altre che soffrono, soprattutto il nostro beneamato e adorato Giro d’Italia: se il progetto andrà in porto, la corsa russa si disputerà infatti in maggio ed entrerà a far parte immediatamente del circuito World Tour. Quindi il rischio che si abbassi la qualità dei partecipanti al Giro cresce ulteriormente: in concomitanza alla corsa rosa, infatti, si disputa già il Giro di California che interessa molto alle formazioni americane e anglofone in genere (molte hanno schierato già quest’anno i loro uomini migliori negandoli al Giro) e se le squadre di serie A saranno costrette a dividersi addirittura in tre con la gara russa che porterà punti pesanti quasi quanto il Giro, è facile comprendere come la corsa di casa nostra sia destinata a soffrire pene ulteriori. Con mille ringraziamenti a chi governa il ciclismo mondiale e a quanti si limitano a pensare che per fare una grande corsa è sufficiente tenerla incerta e in equilibrio fino all’ultimo giorno.

NESSUN IMBARAZZO. È un amico, una persona perbene, uno stimato simbolo del ciclismo italiano e mondiale, nonché un navigato ed esperto dirigente. Ciò non toglie che vederlo al Giro d’Italia nelle vesti di grande pierre, che accoglie autorità e vip in nome e per conto della Rcs Sport, mi ha lasciato molto perplesso. Mi riferisco a Vittorio Adorni, uno dei grandi Signori del nostro movimento, che il ruolo a lui assegnato ha svolto con assoluto garbo, classe e misura. Nulla da dire sulla scelta. L’unico appunto e non è un appunto di poco conto, è che il grande Vittorio è tutt’ora presidente del World Tour. Il presidente di tutto il movimento di serie A creato dall’Uci. È l’omologo di Michel Platini, presidente dell’Uefa. Come reagireste se vedeste Roi Michel nel ruolo di pierre dell’Italia di Cesare Prandelli agli europei prossimi venturi? Vi sembra normale che il numero uno del circuito di serie A del ciclismo lavori per un’organizzatore che fa parte del proprio organismo? Nessuno ha provato il minimo imbarazzo per la scelta, io sì.

NOTAPP. Cristiano Gatti, nel suo intervento laggiù alla fine del giornale, spiega perfettamente e con le sue proverbiali lucidità e chiarezza, alcune cose che andrebbero fatte per ridare linfa al nostro adorato Giro d’Italia. Il ritorno ad un cast d’eccezione, invocato ed evocato da Cristiano è una priorità. Ma non va trascurata nemmeno la scelta delle wild card a disposizione degli organizzatori. Lo sappiamo, sulle squadre World Tour invitate di diritto c’è ben poco da fare: loro ti portano quello che vogliono e sta alle capacità di Acquarone, Vegni e Allocchio cercare di far arrivare il meglio di quello che hanno in casa questi team. Ma importante è anche scegliere le squadre da invitare. Tagliarsi gli zebedei da soli, non è il massimo della vita. Il male ce lo possono fare gli altri, guai farselo scientemente da soli. Ad ogni modo, abbiamo aspettato il Giro per vedere, verificare e tirare le nostre conclusioni. Non ci voleva uno scienziato per capire che la NetApp sarebbe stata una delusione. Abbiamo i numeri, che piacciono tanto ai dirigenti di Rcs. Il Giro ha detto che la squadra più imbarazzante in assoluto è stata la Orica GreenEDGE. Peggio anche della Rabobank. Per il team australiano cinque ritiri e i restanti corridori tutti con un ritardo dalla maglia rosa superiore alle 4 ore. Tra le wild card Androni, Colnago e Farnese Vini hanno fatto la loro parte: due tappe per la formazione di Savio, una tappa e un onorevole ottavo posto nella generale per quella dei Reverberi, due tappe e la maglia azzurra per i ragazzi di Scinto. La NetApp è lì da vedere: non si è vista. Qualche fuga con Cesare Benedetti, Jan Barta e Matthias Brandle e alla fine due ritiri e sette corridori tutti ad oltre le due ore e mezza dalla maglia rosa. Non un piazzamento, niente di niente. Al Giro ci hanno detto che erano venuti per il marketing. Sarebbero stati un valore aggiunto per la “corsa rosa”: non abbiamo visto nulla di tutto questo. Se non qualche banner pubblicitario sulla Gazzetta, uno stand al villaggio di partenza semplicemente anonimo e nessun giornalista tedesco accreditato. L’Acqua & Sapone o la stessa Utensilnord avrebbero sicuramente onorato meglio la nostra corsa. Avrebbero anche operato meglio a livello di promozione, ma la logica dell’internazionalizzazione ha portato i dirigenti di Rcs Sport ad inserire una squadra tedesca che ha corso come se fosse al Brixia Tour. Insomma, una presenza che non ha certamente giovato alla Germania, e sicuramente non ha fatto bene al Giro d’Italia. Nessun piazzamento, nessuna tappa, nessun “appeal”, nessuna operazione simpatia per la NetApp, prontamente rinominata NoTapp.

Pier Augusto Stagi
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