La superiorità letteraria del ciclismo sul calcio e su un po’ tutto il resto del nostro sport era enorme e si è ovviamente, diremmo canonicamente intensificata nell’anno del mezzo secolo da che è morto Coppi e del decennio da che è morto Bartali. La persistenza delle due leggende, debitamente ammodernate da rievocazioni e osservazioni ed esplorazioni di vario tipo, specialmente nel caso di Coppi, è a suo modo un successo del ciclismo, laddove il calcio stenta a storicizzare personaggi definitivi (a parte Gigi Meroni, ma per ragioni extracalcistiche): il fatto è che i ciclofili amano il ciclismo prima ancora del loro campione, i calciofili amano il loro campione, o la loro squadra, prima ancora del loro sport.
Il problema comunque per i ciclofili non è quello di guardarsi allo specchio e dire “oh quanto siamo belli”. Ci sono due altri problemi assai più seri e vitali. Il primo è quello di conservare tanta vis poetica, letteraria e dunque umana, conservarla difendendo il ciclismo non solo dagli assalti condotti da altri sport ricchi e gaglioffi e sfrontati, ma anche da se stesso, dalla sua perniciosa famigliarità con il doping. Il secondo è quello di utilizzare questo primato sentimentale in chiave pratica: detto così sembra facile, in fondo basta lasciar fare al tempo, ma se si vuole tenere un certo ritmo di respiro, se si vuole avere una garanzia almeno di sopravvivenza, per non dire di supervivenza purtroppo necessaria per stare bene a certi livelli e in un certo ambiente socialpopolare, non basta vivere di rendita, vivere da pensionati della gloria vetusta.
Naturalmente io non so cosa fare in assoluto. So cosa si dovrebbe fare nel relativo della prima mossa: usare i moderni mezzi di avvicinamento al fronte dei nemici. Per esempio affidare una realtà come quella dell’ultimo Giro d’Italia, col suo vasto successo popolare, con i tifosi a migliaia che salgono sui monti per vivere una partecipazione che nessun altro sport ormai consente, almeno a quei livelli di sintonia sentimentale (altrove si soggiace al campione, si adora il campione, prosternazione compresa, nel ciclismo al campione si dà ancora la pacca sulla spalla; e gli si parla faccia a faccia, mentre altrove si chatta nell’algido lucore dello schermo di internet), affidare il tutto a qualche mago della pubblicità, delle pubbliche relazioni. Pagarlo bene perché faccia benissimo, perché scovi nella sua esperienza e nel suo talento la Grande Invenzione. Essere pronti ad avere e patire la sensazione di denaro buttato via, ma provare, per Dio, provare.
Al Mondiale di calcio abbiamo mandato tranquillamente, sfrontatamente una Nazionale voluta dagli sponsor, fortissimi imprescindibili fornitori di denaro e perciò protettori potentissimi dei cocchi belli scelti per le loro campagne. Al Giro d’Italia è stata sfruttata soltanto in minima parte di una potenzialità come quella del personaggio Basso, della vicenda Basso con frequentazione dell’inferno, dopo la prima ascesa al cielo, e poi la risalita al nuovo paradiso. Nel ciclismo c’è uno che vince, ammette una colpa, paga, reagisce, rivince nel senso che vince di nuovo e si prende una rivincita, e non viene abbastanza valorizzato dal punto di vista didascalico e didattico, nel calcio si accetta che un corruttore conclamato spalmi la vergogna sua e quella di altri pallidi suoi imitatori su tutto un mondo, confidando che la spalmatura sia anche un annullamento, con il velo che diventa così sottile che nessuno lo avverte più, sente più il gusto cattivo.
Fare qualcosa non prima che sia troppo tardi, perché ormai il ciclismo ha provato di essere eterno, ma semplicemente e umanissimamente per non sentirsi dilapidatori cretini, e omaggiare il cosiddetto popolo, o meglio la parte sana di esso.
ggggggg
Però io un gemellaggio col calcio lo tenterei. Non ad altissimi opulenti livelli, no. Un gemellaggio fra tifosi del ciclismo e tifosi del Toro: magari nel nome di Coppi che tifava granata, e con la sicurezza dunque di non commettere sacrilegio alcuno.
Non hanno molto dei ciclofili questi tifosi che da sessantun anni ormai piangono una squadra scomparsa, e muoiono i nonni, i padri che videro quei campioni, ma a piangere danno il cambio, fieri, quasi felici di saperlo e poterlo fare, i figli, i nipoti, che hanno capito, pardon avvertito, spartito tutto? Non hanno molto dei ciclofili questi tifosi che dopo quarantatreanni piangono ancora un loro calciatore bizzarro, morto giovane in un incidente d’auto, colpito da una vettura alla cui guida stava uno che sarebbe diventato presidente del Toro, per un divertissement atroce del destino? Quella finita nello schianto di Superga era una grandissima squadra che in patria stravinceva su tutti senza umiliare nessuno, segnando gol che si facevano applaudire dagli avversari, Gigi Meroni non era ancora un grandissimo calciatore, le ribalte internazionali non avevano ancora neanche accertato la sua esistenza, però era uno che rinunciava alla Nazionale pur di conservare i capelli lunghi. Sono cose sentimentali del ciclismo, queste, mica del calcio dove la squadra avversaria anzi subito nemica è una compagine schifosa da distruggere, il calciatore con quella certa maglia è un verme da schiacciare.
Non è un caso che la produzione diciamo letteraria sul Torino, con poesia e romanzi, storie biografie, canzoni e commedie, pitture e sculture, iniziative intimistiche e spettacoli di massa, stia a quella delle altre società italiane del pallone come la produzione diciamo letteraria del ciclismo sta a quella del calcio.
Basso viene scoperto in peccato e in reato di doping, ammette, paga nel senso che sconta la pena e ritorna e vince. Il Torino deve restituire lo scudetto del 1926 per un tentativo di corruzione, non andato a fine, operato individualmente da un dirigente marginale su un calciatore della Juventus, accetta senza protestare e soprattutto senza mettere in piedi una difesa cavillosa, pur avendo tutti i cosiddetti pretesti legali, e vince il campionato successivo. Sono pazzo a suggerire certi accostamenti?
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