Editoriale
ASPETTO SPIEGAZIONI. «Parassita» per Mark Cavendish, «vomitoso» per Marco Pinotti, adesso «un pezzo di merda» per Robbie Mc Ewen: Riccardo Riccò raccoglie consensi ad ogni latitudine. Lui ha un passato imbarazzante, la sua compagna Vania Rossi, un presente «da galera», per usare le sue stesse parole dopo essere scivolata sulla CERA. Con questa sua ultima “impresa”, la modenese non ha di certo facilitato le cose a Riccò, anzi. Resta però da capire una cosa, e mi piacerebbe che un giorno qualche corridore me la spiegasse. Perché Riccò viene considerato «un pezzo di» degno di essere massacrato non dagli organi di informazione ma dal suo ambiente e uno come Valverde, «baro» quanto lui, continua ineffabile a correre e a vincere (il Mediterraneo, per 2” su Nocentini) senza che nessuno senta la necessità di proferire verbo? Attendo fiducioso risposte, possibilmente ben argomentate. Grazie.

CHE FARSA SIA. Dopo quattro anni di indagini e rinvii, il 19 febbraio scorso la federazione svizzera ha archiviato il caso di Jan Ullrich. A confermarlo all’agenzia SID è stato Udo Sprenger, vicepresidente della federazione tedesca. Come, si parla ancora di Ullrich? Certo, perché anche se non annunciata ai quattro venti, l’archiviazione del suo caso è pesantissima: significa che Jan potrebbe tornare a correre domani. La cosa non mi dispiace affatto, anche perché il “kaiser” è uno dei pochi che è stato trucidato a livello
mediatico per l’«affaire Puerto», e ora sono curioso di vedere che piega prenderà la vicenda. Se è intelligente, Ullrich proseguirà a fare il pensionato, se deciderà di tornare alle competizioni, aspetto al varco l’Uci, la Wada e chi volete voi. La vicenda è simile a quella di Valverde: entrambi negano ogni addebito, ma entrambi hanno delle sacche in Spagna e si rifiutano di sottoporsi ad esame del DNA (la procura di Bonn l’ha fatto per suo conto su 9 sacche di sangue, motivo per cui in Germania rischia una condanna penale). Corre Valverde, che corra Ullrich! Se farsa dev’essere che finisca in farsa. È quello che si meritano sia l’Uci che il Cio e la Wada.

IL CICLISMO FA BENE. Finalmente sono stati resi noti i dati della ricerca fatta in occasione del Giro Bio. Finalmente numeri e cifre di una ricerca epocale. Il ciclismo non fa male e soprattutto si può praticare senza ricorrere a strane pozioni. Questo è quanto. In alto i calici: evviva! Tanti dati, tanti numeri e soprattutto qualche domanda, che in occasione del congresso da noi seguito con il bravo Francesco Cerruti, sono totalmente mancate. Qualche elemento strabiliante uscito da questa giornata studio? La causa più frequente dei ritiri? La stanchezza. E poi? I traumi da caduta. È stato anche detto che il GiroBio è stato molto duro, pure troppo: forse quest’anno si cambia. Domanda: è stato duro sotto il profilo tecnico o per la vita da soviet imposta dal GiroBio? Vallo a sapere. Ci hanno anche detto che grazie alla campionatura di 16 corridori muniti di SRM e altri 35 dotati di cardiofrequenzimetro, i dislivelli reali sono sotto stimati rispetto a quelli comunicati dagli organizzatori. In parole povere una tappa data con 3.200 metri di dislivello, nella sostanza è di 4.200 metri. Ma fin qui siamo ancora a considerazioni rilevanti quanto il peso di una bolla di sapone. Il discorso si fa più serio quando il dottor Simonetto presenta con orgoglio il numero imponente di controlli effettuati al GiroBio: la bellezza di 36! Sì, avete letto bene: 36 in totale. Nove urine più 27 sangue-urina. Quel che balza ancor più agli occhi di chi dottore non è come il sottoscritto, sono i tre «casi» verificati: uno di Epo e due dubbi successivamente chiusi. Per la serie: se su 36 esami, uno è “sporco” di Epo la percentuale è semplicemente imbarazzante: è più del 3%. Se questa percentuale fosse proiettata nel mondo dei «pro», non ci sarebbe più ciclismo. Pensate che in un anno, nel mondo professionistico, vengono effettuati oltre 9 mila esami, e con questa percentuale ben 270 sarebbero i corridori fermati ogni anno per Epo. Mica male, no? Ad ogni modo, la cosa più importante l’ha detta Simonetto tra mille altre cose dette: nel 2010 le squadre e i loro corridori, potranno tornare ad essere seguiti dai loro medici societari. Questa mi sembra la notizia più bella. Il ciclismo fa bene. E fa bene a non farsi più la guerra.

MERCI FRANCO. Un grazie in francese, come fece lui, italianissimo fino al cuore, quando affrontò il suo ultimo giro di pista nel velodromo di Roubaix, con la scritta «merci Roubaix». Anch’io lo ringrazio, per quello che mi ha regalato, da corridore e commissario tecnico, ma soprattutto da uomo e amico impareggiabile. Disponibile, intelligente, scrupoloso e attento come pochi, Franco mi mancherà. Credetemi, parole che possono suonare di circostanza, ma che tali non sono. Basta ascoltare quello che si dice di lui, basta verificare ciò che di lui è restato qua giù: ciò che dico è esattamente ciò che dicono in molti, e chi non lo vedeva di buon occhio, non può dire che fosse una cattiva persona, perché cattiva non era. Con Franco se ne va una persona perbene, seria e pacata, generosa e disponibile. Con lui forse se ne va anche la speranza di rivedere ancora una volta in mezzo al gruppo la Mapei di Giorgio Squinzi, che a Franco avrebbe voluto volentieri un giorno consegnare le chiavi dell’ammiraglia e oggi si accontenta di avergli dato le chiavi del suo cuore. Finisce con il Ballero un’epoca dolce e serena, un periodo iniziato nel ’93 con la squadra a cubetti, che guarda caso aveva costruito la sua nuova armata partendo proprio da quel «mattoncino» che prese nome e forma nella figura bella e gentile di Franco Ballerini. Fu lui la prima pietra, lui che su quelle strade sconnesse, si esaltava come se fosse in pista. Si chiude il capitolo di storia bella ed esaltante, purtroppo manca il lieto fine. Ma forse, da qualche parte, c’è.

Pier Augusto Stagi
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