Gatti & Misfatti
Senti chi parla

di Cristiano Gatti

Mentre noi, bene o ma­le, festeggiamo i cento anni del Giro, si respira attorno una certa aria di scetticismo, come se il mondo esterno volesse farci pesare e pagare gli anni di delusioni e di tradimenti che abbiamo inflitto spudoratamente all’ideale dello sport. Sì, il ciclismo sta forse timidamente rialzando la testa, dicono fuori dall’ambiente: ma ci vorrà molto tempo, aggiungono subito, prima che i disillusi e gli arrabbiati, messi in fuga dalla nostra indefessa opera di demolizione, da Pantani in poi, riprendano contatto e passione con le storie di questa disciplina. Il purgatorio sarà lungo, inu­tile nascondercelo. Abbia­mo fatto di tutto per convincere la gente che il ciclismo è in pro­fonda crisi, dovremo inventarci di tutto per convincerla del con­trario. Tutto questo, sia det­to chiaramente per evitare stupidi vittimismi, è ampiamente meritato. Ce la siamo voluta, adesso dobbiamo grattarcela.

Dopo aver riconosciuto quello che va riconosciuto sullo stato di salute del ciclismo, vorrei però dire subito agli acuti e inflessibili osservatori esterni che non ci va per niente di passare per de­relitti e moribondi in un pianeta di meraviglie. Se cioè il ciclismo non sta benissimo, diciamo al massimo che affronta una delicata convalescenza, non mi pare gli altri possano so­stenere d’essere in pieno Ri­na­scimento. Basta guardarci at­torno: come direbbero a Roma, il più pulito ha la rogna.

Non voglio fare il carogna che guarda nel piatto de­gli altri per restituire me­schinamente un po’ di cattiverie e di veleni. Voglio soltanto ristabilire un minimo di verità e di equità. Vediamoli, questi che condannano il ciclismo ai la­vori forzati, per troppi scandali e per troppo caos. Chi so­no, da che pulpito parlano. Pren­diamoli in ordine sparso. Vogliamo cominciare dalla For­mula 1? E cominciamo dalla Formula 1. Senza riesumare le vicende penose delle passate stagioni, con gli spionaggi e le denunce, con i titoli vinti o per­­si dagli avvocati, basta fermarci agli ultimissimi mesi. Proprio un sublime spettacolo. Come no, la gente impazzisce d’en­tu­siasmo, trasuda euforia, davanti alle discussioni e alle risse per i diffusori, ai ricatti di Ec­clestone e alle rappresaglie del­le scuderie, alle grandi case che lasciano per evitare la bancarotta, con il risultato di assistere al grandioso evento del podio ap­paltato alla Toro Ros­so o alla Brawn. E va bene che questi si­gnori del bel mondo sono bravissimi a raccontarci che anche Button e Vettel sono grandi per­sonaggi, che il livellamento è sinonimo di freschezza e di sorpresa, ma almeno dovrebbero poi spiegarci perché invece al ciclismo imputano la colpa im­perdonabile di non avere più grandi campioni. Che si mettano d’accordo: non è che il no­stro livellamento è pattume e il loro è argenteria. E comunque: se hanno cassato disgustati il ci­clismo per eccesso di carte bollate, com’è che riescono a digerire questa patetica Formula 1 decisa da legulei, avvocaticchi e disegnatori di protesi?
Poi c’è il bel mondo dei cosiddetti sport intellettuali, cioè praticati, diretti e anche seguiti da un genere di umanità eletta, plurilaureata e di buone letture. Dico del ba­sket, come massimo esempio. Era­no quelli della correttezza, della lealtà, dello spettacolo. Erano. Direi: furono. In un pas­sato molto remoto. Guar­dia­moli adesso, in contemporanea: subissati dagli scandali. Diri­genti che taroccano i tesseramenti, inchieste nazionali con il sospetto che partite e risultati fossero pilotati. Uno sport mol­to universitario. E il nuoto? E la scherma? Vogliamo tornare per un attimo a Pechino, contemplando l’edificante spettacolo di questi idealisti tanto di­sinterassati, tanto diversi dai biechi mercenari del calcio, da piantare subito una grana sindacale, una battaglia del grano, alla prima medaglia vinta? Da quelle parti, lo chiamano poeticamente spirito olimpico. Io mi fermerei allo spirito, inteso co­me umorismo, perché le superbe carognate emerse ad esempio tra gli schermidori fanno rivoltare De Coubertin nel sarcofago.

Non voglio fare l’elenco del telefono. Il tennis fi­nito sotto i capricci di mamme e piccini viziati, l’atle­ti­ca mondiale sommersa di ri­velazioni sui laboratori del do­ping. Non procedo, mi fermo qui. Voglio solo dire che guardando in casa di ciascuno è sempre un bel vedere. Sul calcio è inutile infierire: tra coltellate in zona stadio, Lega commissariata e cori disumani contro i giocatori neri, siamo ancora ben lontani dal definire florida la situazione. Forse, ad es­sere sinceri e leali, l’unico sport davvero in salute - a parte la generale difficoltà dei bilanci - resta il motociclismo. Lì sembra di poter davvero ravvisare un’atmosfera buona e serena, per quanto almeno lo permetta la complessità di un ambiente tanto competitivo. Se proprio vogliamo spaccare il capello in quattro, c’è da dire che il vero problema nella MotoGp sorgerà al momento della pensione di Valentino. Non sarà facile tenere in piedi certi ascolti e certi budget, senza l’eroe assoluto. Ma siamo nel campo dell’ipotetico e del futuribile, suo­na ingeneroso aprire già adesso gli scenari da beccamorti. Direi beati loro, e tanti complimenti per la trasmissione.

Se Sparta piange, Atene non ride, si diceva una volta. Il ciclismo ha molti motivi per starsene accucciato e castigato, lavorando duro per rifarsi una facciata e una sua solida serenità. Ma per favore non facciamoci troppo mortificare da quegli altri. La smettano di guardarci dall’alto in bas­so. Non hanno alcun motivo per mantenere la spocchia. Tut­to sommato, sono dei poveracci: continuano a ballare in un effluvio di champagne, ma stanno tutti ballando su dei Ti­tanic che imbarcano acqua. Bal­lano, ma hanno già i piedi in ammollo.
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