Rapporti&Relazioni
Il pescatore di Pechino

di Gianpaolo Ormezzano

Si parla tanto della storicità massima decisa a priori nei riguardi dei Giochi olimpici che avranno inizio l’8 agosto a Pe­chino: nel senso che mai ci sono stati Giochi così grandi, coinvolgenti direttamente così tante persone, con così tanti addentellati eco­nomici e quindi politici (l’af­fer­mazione è dogmatica ed è stata emessa addirittura sette anni fa, quando i Giochi vennero assegnati, a prescindere da ogni paura di boicottaggio anche in extremis, ad­dirittura anche sul posto e nei diciassette giorni della manifestazione). In effetti le cifre di Pechino ridicolizzano ogni cifra precedente quanto a coinvolgimento di soldi, bipedi, interessi. Ma noi andiamo oltre e mettiamo avanti l’ipotesi che Pechino, oltre a rappresentare al massimo quello che una manifestazione olimpica può essere, rappresenti anche al massimo quello che non deve essere: e cioè inquinamento ambientale e anche spirituale (la questione del Tibet sottomessa alla realpolitik che è poi la realisticeconomy), sicurezza garantita ma pagata a chissà quale prezzo, e anche senso di spaesamento di alcuni sporti nei riguardi della manifestazione. Su tutti questi sport, il ciclismo.

Sino a pochi anni fa la capitale cinese era anche una capitale mondiale della bicicletta intesa come strumento di lavoro. Mi­lio­ni di pedalatori alacri sciamavano nelle sue arterie dove le rarissime auto si facevano strada con cal­ma rispettosa, a leggeri colpi di clacson. Le biciclette erano quasi tut­te nere (diciamo di cosa abbiamo personalmente visto, non di cosa ci hanno riferito) e apparivano robustissime. Molte biciclette presentavano, appollaiato sul ma­nu­brio, un volatile, una sorta di piccolo pellicano, trattenuto da una cordicella che passava intorno ad una zampetta. Arrivato al bor­do di un fiume, un canale, un la­ghetto (la città ne era piena, adesso il cemento ha quasi coperto tut­to), il ciclista lasciava che la cordicella si srotolasse, il volatile si im­mergeva dritto e preciso e onniveggente nelle acque anche scure, dalle quali emergeva subito con un pesce in bocca. Un anello intorno al collo gli impediva di ingoiare la preda, il pescatore riavvolgeva la cordicella, riportava così a sé il vo­latile, si impossessava del pesce ed aveva risolto il problema del pranzo. Nella Pechino di adesso quan­do anche il ciclista (ce ne sono an­cora, tantissimi, in lotta fisica con gli automobilisti) riuscisse a conservare lucidità in mezzo ai gas combusti delle molte auto e ai fu­mi dell’inquinamento industriale, quand’anche il volatile non fosse lui pure ammorbato, quand’anche il canale, il fiume, il laghetto non fosse stato ricoperto dalle colate di cemento di un imponente sviluppo edilizio, quale pesce malato di ac­qua marcia o inquinata o velenosa, quale pesce immangiabile verrebbe pescato?

I ciclisti e i podisti si scontrano più di tutti gli altri atleti con le difficoltà ambientali, patiscono la polluzione dell’aria, e ri­schiano di diventare protomartiri di una nuova forma di martirio sportivo moderno pubblicizzato in mondovisione, quello da inquinamento atmosferico e più genericamente ambientale. Altro che il pedalatore danese dilettante stroncato a morte dal sole mentre ga­reg­giava ai Giochi di Roma 1960, altro che la podista elvetica-statunitense zigzagante, ebbra di fatica e di caldo, sulla pista del Coliseum ai Giochi di Los Angeles 1984. Il caro vecchio feroce sole esiste da che esiste il mondo, l’inquina­men­to ce lo siamo “costruito” tutti noi.
Da Atene 2004 il giorno del ciclismo individuale su strada, a Olim­piade inaugurata da due giorni e con dubbi residui, poi tutti smentiti, sulle capacità organizzatrici dei greci, una peraltro solitamente bravissima giornalista nostrana te­le­fonò al suo grande giornale e dis­se che non poteva recarsi in quel dato posto, per seguire quel dato evento, perché la città era bloccata, visto che qualche pazzo aveva pensato bene di organizzare una gara ciclistica nel pieno della zona olimpica. Fu il giorno di Bettini e anche lei dovette accettare che il ciclismo sta nel programma olimpico, e ci sta dai primi Giochi dell’era moderna, quelli sempre di Atene ma nel 1896, il ciclismo su pista come quello su strada, e il primo Paolo Bettini si chiamava Aristides Konstadinidis, era greco, vinse la prova sugli 87 chilometri in 3 ore, 21 minuti e 10 secondi, stac­cando di oltre 10 minuti il te­de­sco Goedrich.

Questa volta purtroppo il ciclismo avrà addosso tanti occhi anche non esperti, però ri­chiamati dalla possibile tragicità e dalla sicura iperdifficoltà delle ga­re su strada. Idem per la marcia sui 50 km e, si capisce, per la ma­ra­tona. Il governo cinese ordinerà al popolo di Pechino, in quei giorni, di non respirare troppo, onde non produrre troppa anidride carbonica, ma chi ha sperimentato in bicicletta o a piedi quell’aria che sa insieme di progresso e di dannazione, non riesce ad essere ottimista.
Bene, tante righe per dire che il ciclismo ai Giochi di Pechino 2008 sarà sport in qualche modo protagonista. Decida ognuno di noi se questo è un bene o un male. Ci sono forze puritane che chiedono al Cio di togliere dal cartellone olimpico lo sport della bicicletta ma anche del doping. Noi abbiamo già scritto, e scriviamo ancora, che se il ciclismo continuerà a praticare con attenzione e serietà e in­sistenza l’antidoping, fra poco sarà il mondo della bicicletta ad autoescludersi dall’Olimpiade degli al­tri, troppo inquinata e poco controllata. Ma questo è un altro di­scorso, almeno per ora.
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