Rapporti&Relazioni
Passione senza fine

di Giampaolo Ormezzano

Ma che bello andare a un ra­duno di sportivi, andarci per parlare di cose sportive, prepararsi ovviamente sul calcio e fi­nanco su Moggi, e scoprire che del calcio a tutta quella (bella) gente non può fregare di meno, e invece vogliono sapere - udi­te udite - se Basso tornerà alla grande, se Sa­ronni è un direttore sportivo ideale, perché è stato scrit­to poco in morte di Angelo Con­terno, se ricordo quel­la tappa del Giro 1947, quando... Quando avevo dodici anni, dico, e spero che mi assolvano se non ricordo, ma non è così. La colossale fortuna che ho avuto do­po, quando sono entrato in contatto col ciclismo grande, non può esimermi dal non avere esplorato compiutamente il passato, allorché cresceva il grano per la farina di quelle che sarebbero state le mie pagnotte.

Mi accade sempre più spesso di essere convocato, talora persino con gettoncino di presenza, per questi ludi oratorii, e di norma tiro fuori tutto quello che ho, mi tolgo le vesti del tempo, del­la cosiddetta carriera giornalistica po­livalente, e cerco di (ri)di­ven­tare il giornalista di ciclismo, quello che seguiva il Giro e il Tour nello stesso anno, e se quello era anche l’anno dei Giochi olimpici voleva dire che l’impegno olimpico veniva in terza posizione, e per fortuna che non si accavallava con gli altri due. Mai avuto problemi con il Mondiale o l’Europeo di cal­cio, anche da direttore di quotidiano sportivo cedevo volentieri il servizio agli altri, persuaso fra l’altro che il mio compito fosse quello di stare in redazione per fare il mi­glior giornale possibile, alle prese con una manifestazione così vasta e sparpagliata. E non coltivavo la stessa idea a proposito di Giro, Tour e Giochi perché li pensavo come gli eventi superiori in assoluto ad ogni altro impegno, e così importanti, anche e magari in senso spirituale, da non poterli di­sertare. Men­tre il calcio era so­prattutto bassa cucina, poca so­stan­za etica da gonfiare, frollare, gra­tinare, mantecare con tanto me­stiere e tante accortezze anche tipografiche.

Su come ho ospitato dentro di me i rapporti complessi, giornalistici e non solo, tra il ciclismo e il calcio, fra il ciclismo con cui sono giornalisticamente cresciuto e il resto dello sport, potrei scrivere molto, ma ho la precisa sensazione che di ciò non freghi niente a nessuno. Dunque le righe qui sopra vanno intese come confessione di una paura e poi di un sollievo (pau­ra di dover parlare di calcio, sollievo nel parlare di ciclismo) che dicono qualcosa della si­tuazione, della condizione dei due sport, su quanto e come ormai sia­mo ad uno sottomessi, dell’altro in­namorati. Arrivo addirittura a pensare che tantissimi appassionati di sport, sport in generale, patiscano al loro interno questa “lot­ta” fra il soggiacere al calcio, con il suo vetrinismo spinto, e il non riuscire a consegnarsi a qualcosa di alternativo, o per mancanza di ve­tri­na (tantissimo altro sport) o per paura di quella bestiaccia che si chiama doping (il ciclismo). Ecco, ad appassionarsi palesemente di ci­clismo si corre il rischio di fare fi­guracce quando scoppia - e scoppia sempre, appunto ciclicamente - un caso di doping. In ogni altro sport il doping è visto ancora co­me un in­fortunio individuale, nel ciclismo diventa la denuncia di una situazione generale. E questo è un freno psicologico enorme. Ma se il ciclismo tiene duro, proprio considerando il doping una caso grande che chiama ad un battaglia comune, riesce a ripulirsi, lasciando quasi tutto il resto dello sport (nel “quasi” c’è l’atletica leggera, va riconosciuto) nella melma del suoi trucchetti per non vedere, non sapere, non punire. Una mel­ma che diventerà palude, sabbie mobili.
Così dico sempre quando mi chiedono di parlare di ciclismo. Ma siccome ho una squa­dra di calcio che amo, invariabilmente gli astanti miei fratelli di tifo mi portano dove essa sta, spesso nel basso della classifica, e mi chiedono se possono sperare in un emer­gere futuro, sino a grandi successi, allo scudetto. Dico allora che il calcio è un porcaio, tutti mi fanno di sì con la testa, e passo alla do­manda: ci tenete molto ad essere i re del porcaio?

hhhhhhhhh

E’ morto quasi di botto Ric­cardo Cassero, grande giornalista, successore di Gino Palumbo a Napoli (Il Mattino, Sport Sud, Sport del Mezzogiorno), amicissimo del ciclismo, amicissimo mio, per tanti anni sospiroso di nobile invidia quando partivo per il Giro, infine decisosi a provarlo anche lui: arrivò con la Fer­ra­ri di un amico convinto egli pure a togliersi lo sfizio, mi ospitò a bor­do, furono giorni memorabili. Torriani ci diceva di accelerare e zacchete eravamo già tre chilometri davanti al gruppo. Riccardo scrisse pezzi impeccabili, da grande esperto: alla fine disse che era stato bellissimo però basta, lui era genio di redazione (non ha mai preso un aereo). Ricordo che alla punzonatura i corridori si affollavano intorno alla vettura, tutti fuorché Visentini che di Ferrari aveva la sua personale. Che Giro, grazie Riccardo.
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