Rapporti&Relazioni
Il Giro vero

di Giampaolo Ormezzano

Ho letto il bel libro di Gian Luca Favetto sul Giro d’Italia (Italia provincia del Giro, Mondadori) e l’ho apprezzato tutto, perché onesto, appassionato, scrupoloso, sentito, scritto bene, senza nessun timore di confessare ed esibire un amore repente fra il bipede scrivente, il bipede pedalante e l’insieme della corsa. Dopo e con il calcistico “Azzurro tenebra” del grande Giovanni Arpino è il più bel racconto vero sullo sport che abbia letto, fra quelli scritti in Italia. Si parla pure dei giornalisti del Giro, e avendo fatto parte di questa tribù per tantissime edizioni della corsa, mi sembra arrivato il tempo, io che ormai contemplo le sue vicende da sette anni senza partecipazione diretta, di fornire qualche mio parere che potrebbe anche interessare qualcuno. E che alla fine riconduce al libro di Favetto.

Dunque: io ho cominciato col Giro nel 1959, ricordo che c’era l’auto di un settimanale (ci collaboravo persino, di tantissimo in tantissimo) diretto dal mitico Emilio De Martino, che da ragazzino avevo conosciuto come autore del romanzo I ragazzi della squadra di stoppa, che poi avevo letto sulla stampa quotidiana, e che per me rappresentava il massimo del giornalismo irraggiungibile, sacro, ieratico e protagonistico. Lo salutavo ogni mattina alla partenza della tappa, “Buona giornata, direttore”, e lui - solenne e intanto vaporoso - mi rispondeva: “Ciao caro, ti leggo”. Non sapeva assolutamente chi io fossi e dove e cosa io scrivessi, ma io non volevo sapere che lui non lo sapeva, e così ero molto contento e motivato a far bene.
Da allora ho frequentato, conosciuto, in genere apprezzato tantissimi giornalisti del Giro, mai coltivando il culto quasi sempre bieco dello scoop se non un paio di volte (ma non lo racconto adesso, non c’entra col discorso che tento di portare avanti), esercitando sovente l’arte dello scambio, perfezionando in amicizia vera alcuni sodalizi importanti, e in linea di massima trovandomi sempre bene con tutti, anche con quelli che riempivano l’auto di fumo. Mi chiedo se questi giornalisti, io fra di essi si capisce, abbiano accompagnato o piuttosto subìto l’evoluzione del ciclismo, una evoluzione che ha anche dovuto contemplare un bel po’ di declino, legato e alla fine di una certa epica, anche per estinzione degli attorti sommi, e all’instaurazione di un nuovo tipo di vivere, specialmente nelle città, con esemplificazione massima di esso nel culto per l’automobilismo.

Devo subito dire che - sempre a mio parere, è ovvio, e dunque senza pretesa alcuna di emettere sentenze - quelli che adesso appaiono come momenti alti della comunicazione, dell’audience (mica soltanto televisivo) della corsa, appaiono pure come concessioni ai gusti correnti rivelatesi, con il passare del tempo, non sempre utili.
Si prenda il Processo alla Tappa, grande trasmissione ideata da Sergio Zavoli. Ecco alcuni suoi effetti, dopo si capisce quello ottimo massimo di una volgarizzazione intelligente, mai gaglioffa, delle vicende del Giro attraverso le parole dei protagonisti e gli interventi dei testimoni (compresi noi giornalisti). La trasmissione è stata ripetuta negli anni successivi alla partenza di Zavoli per altri lidi del mestiere, ed è stata sempre un “volere e non potere”, un dimezzamento, una riduzione: lo dice uno colpevole anche lui di questo, lo dico io. Si sono create più nostalgie che approvazioni. Intanto il calcio ha copiato l’idea, ha fatto il suo Processo, non ha avuto paura di gaglioffizzarlo, e adesso se per caso il ciclismo per mettersi nuovamente in piedi come ai bei tempi, mandasse nuovamente in onda un suo processo davvero riuscito bene sul piano dell’audience (il che spesso significa riuscito male sul piano dell’etica), la trasmissione otterrebbe, al massimo, il riconoscimento come succedanea del Biscardismo.

La stessa presenza accompagnatrice della televisione nelle corse è diventata fornitrice di gossip, di piccoli dettagli da gonfiare, inerenti al comportamento delle persone più che al respiro corale della manifestazione. Quella che a priori era una conquista, cioè la diretta con ampie possibilità di ripresa, in certi momenti è parsa una limitazione: più facce e gambe che paesaggi, più cadute che serpenti multicolori, più girini che Giro, più italiani che Italia.
In sostanza mi pare che il giornalismo, o meglio tutto l’ultimo giornalismo, applicato al Giro d’Italia abbia trascurato, in nome di novità di scrittura (per la stampa scritta l’intervista dura, forte) e di sollecitazioni tecniche (moviola, replay da varie angolazioni), la poesia primigenia della corsa. Più i giornalisti si sono fatti vecchi scafati o hanno accolto tra le loro fila giovani subito troppo bravi e troppo furbetti, meno Giro-Giro c’è stato. Così il libro di Favetto - arieccoci - diventa bellissimo anche e soprattutto perché è il resoconto virginale del Giro d’Italia 2005 seguito da uno che di ciclismo sapeva poco, di palinsesto mobile del Giro sapeva niente, e che ha eseguito con stupore ed entusiasmo alcune scoperte alle quali il giornalismo evolutosi con la corsa da tempo aveva rinunciato. Scoprire il divertimento, la preziosità, la magia della radio di bordo, tanto per fare un esempio piccolo piccolo, sembrava ormai al giornalismo consueto appiccicato al Giro un peccato di ingenuità: Favetto, che al Giro si è accostato anche giornalisticamente, pur essendo soprattutto scrittore, invece ci ha ricamato bene sopra. Ha osato persino parlare del gregariato, e del gregario tipico veneto. Tutte cose che il giornalismo scafato e svagato non faceva più da tempo, per paura del déjà-vu, del déjà-dit, del déjà-écrit.

Altro esempio: nel libro ci sono pochissime donne, o meglio c’è pochissimo della donna. Questo è il vero Giro, ma ultimamente si era pensato di fare giornalismo a 360 gradi inserendo anche nel diorama della corsa le belle ragazze, peraltro sempre più numerose al seguito, perché portate dal grande vento delle sponsorizzazioni audaci. Ma il vero Giro è senza la donna, e non per disprezzo o razzismo, ma per sana voglia di impreziosirla lasciandola fuori, tenendola distante, sospirando ed ambendola sempre più, giorno dopo giorno.
Adesso chiudo per non correre il rischio di passare per vecchio scrivano retrogrado, oscurantista, sessista, vetusto, tarlato, tarato. Però un po’ mi è dispiaciuto, per me e anche per la mia professione, dover leggere un libro sul Giro, scritto da uno alla prima esperienza, per ritrovare la mia vera corsa che è appena finita in questi giorni, e di sapere che Favetto non ci torna e di dover pensare e temere che non ci siano altri scrittori come lui che - contrariamente a quello che accade in Francia per il Tour - premono presso redazioni di giornali e case editrici per seguire la vicenda rosa.
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