Rapporti&Relazioni
I Giochi dell'oblìo

di Gianpaolo Ormezzano

Bene, anche i Giochi olimpici invernali di Torino 2006 sono passati, e per il ciclismo sono stati uno spintone. Uno spintone, si badi, non una spinta. Il ciclismo è stato spostato dai Giochi, più di ogni altro sport teoricamente importante. Non ha avuto quasi niente, qualche tedoforo sperduto, nessun aggancio diretto o indiretto con i grandi eventi della neve e del ghiaccio. Nessuna importante comparsata magari contrabbandata, per avere la cosiddetta luce riflessa. Per tutto l’inverno la presenza mediatica del ciclismo, e in particolare quella, vitale, alla televisione è consistita nelle gare di ballo di Cipollini e nella confessione di avere fatto con Cipollini “un paio di volate” da parte di un mammifero di lusso. E dire che la pratica propedeutica della bicicletta è il secondo sport di fondisti nordici e di sciatori alpini.

Complimenti se si pensa che lo sport più diventa grande o quanto meno grosso più fa schifo. Ma siccome almeno in tempo olimpico certi pensieri sono blasfemi, e siccome i Giochi conservano ancora, nonostante tutto, alcune nicchie di preziosità pura, possiamo anche parlare di occasione mancata. E nei giorni olimpici ci ha intrigato la presenza diciamo pure anomala del ciclismo in un notiziario televisivo teoricamente di alta audience e di grande importanza, però in Italia poco seguito e usato soprattutto come riempitivo di mattino presto. Vogliamo dire Euronews, la televisione dell’Unione Europea, che anche in piena indigestione appunto di neve e di ghiaccio mandava in onda riprese di corse ciclistiche, le prime dell’anno, nei posti caldi o presunti tali. Immagini piene di una sorta di tenerezza. Alla vigilia dei Giochi di Torino comunque Euronews ha offerto anche un servizio sullo spagnolo Heras sospeso per due anni causa doping, e così finalmente ci siamo sentiti al centro di qualche attenzione di quelle che contano.
Naturalmente adesso uno può chiederci cosa invece si sarebbe dovuto fare: elemosinare qualche presenza nella grande compagnia teatrale dei Giochi, a costo di ottenere soltanto un paio di comparsate? cercare l’entrata sensazionale, forte, come quella di un Del Piero che ha osato dire che magari durante i Giochi il campionato di calcio poteva essere sospeso? Onestamente non abbiamo le idee chiare. Ma non devono averle neanche i responsabili del settore propaganda, se i cinque cerchi non hanno dato mai a qualcuno l’idea piccola piccola, timida timida di un cerchione.
hhhhhhh

Uno come chi scrive queste righe, nato quando l’arrivo della primavera era più o meno il giorno della Milano-Sanremo, cresciuto quando l’arrivo della primavera era il momento di cambiare olio al motore dell’auto, trova difficile adesso, nei tempi nuovi e specialmente nelle stagioni nuove, collocare il ciclismo che ritorna. Lo scorso inverno i nostri cari marrani hanno pedalato - guidati dal campione del mondo, il belga Boonen - sulle strade assolate del Qatar, per voyeurs arabi ricchi in petrolio, e ci sono sembrati avulsi dal tempo e anche dallo spazio, come se corressero su Marte.
Ma adesso pensiamo che Marte sia qui, che ormai tanto ciclismo sia alieno al fluire dei tempi moderni, e tanti ciclisti alieni al divenire dello sport. Pensate che sono grosso modo vestiti come i loro nonni, e che allungano ancora le mani per prendere la borraccia al rifornimento.
In questi giorni dobbiamo decidere se certe immagini che ritornano fanno tenerezza povera o fanno antiquariato prezioso. Una decisione che riguarda ognuno di noi, che sancisce, al momento in cui viene presa o comunque frequentata, un’aristocrazia di pensiero. Ma forse noi del ciclismo siamo gli unici aristocratici ad essere stati fatti poveri non da una rivoluzione, ma da una evoluzione. Sembra un gioco di parole, ma non c’è niente di giocoso.
hhhhhhh

Vedrò il film su Bartali e non quello su Pantani. Temo di più la memoria breve per Marco che quella lunga per Gino. Sicuramente, filtrato dalla storia e non tatuato dalla cronaca, il Bartali sarà più rigoroso, più severo, dunque più ciclistico.
Sarà dura resistere a non vedere il film su Pantani. Ce lo siringheranno dentro la testa e gli occhi e il cuore in tanti modi. Sappiamo già che sarà un film sulla cocaina, non sul ciclismo. Su un drogato, non su un ciclista. Inevitabile, a suo modo anche giusto.
Comunque temo più il male al cuore che il male agli occhi.

hhhhhhh
Tornando all’inizio di questa elucubrazione mensile, segnalo che la Torino dei Giochi olimpici invernali ha pensato bene (nel senso che ha pensato male) di trascurare anche Fausto Coppi: soltanto chi scrive queste righe è riuscito ad offrirlo in qualche modo ai lettori, grazie ad una rubrica apposita su La Stampa, in cui ha potuto fare i suoi bravi liberi giri di pista. Ma gli organizzatori non hanno pensato a qualcosa da legare al monumento di Fausto, che pure sta in una zona sportiva della città, davanti al motovelodromo dove adesso si gioca il football americano dopo che per tanti anni si è giocato il rugby. Forse Fausto aveva avuto una divinazione quando si era rifiutato, lui che in sella tutto poteva, di vincere almeno una volta a Torino. Sapeva che in qualche modo la città non lo meritava, o meglio non lo avrebbe meritato.
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