Mondiali pista: Los Angeles, lavori in corso

di Paolo Broggi

Dalla vetta della Tour Eiffel se puntate lo sguardo verso sudest potete vedere il brillare del tetto che copre il velodromo di Montichiari; se invece vi voltate decisi a ovest, nelle giornate più limpide potete vedere il sole che illumina la scritta Hollywood.
Impossibile? Probabilmente è così per tutti, ma non per Marco Villa, il ct az­zurro della pista, ovvero l’uomo che appena conclusa l’avventura olimpica di Parigi 2024 ha iniziato a preparare quella di Los Angeles 2028.
L’appuntamento a cinque cerchi è lontano solo per chi guarda alla pista occasionalmente, ma per chi programma, studia e lavora sul progetto, è praticamente... dopodomani.
Il primo passo verso Los Angeles è sta­to fatto con i mondiali di Ballerup, un appuntamento ibrido perché piazzato a soli due mesi dalla fine delle Olim­pia­di. Molti dei protagonisti di Parigi - citiamo per tutti, il quartetto degli inseguitori australiani che detengono il re­cord del mondo - hanno rinunciato, altri sono arrivati scarichi, altri invece - e in questo caso citiamo gli straordinari velocisti olandesi - hanno colto l’occasione per conquistare nuovi allori e arricchire la loro collezione di trionfi.

LE STELLE. La rassegna iridata ha confermato lo straordinario valore di Emma Finucane e in generale delle velociste britanniche, ha proposto gli acuti della neozelandese Ally Wollaston, il primo oro di Lorena Wiebes nello scratch, il ritorno di Katie Archibald dopo l’incidente domestico che l’ha esclusa delle Olimpiadi, la crescita degli atleti giapponesi donne e uomini, l’imbattibilità dei velocisti olandesi trascinati da un Harrie Lavreysen che è davvero...il Po­gacar della pista le ottime prestazioni della nazionale danese galvanizzata dal correre sulla opista di casa.

BILANCIO AZZURRO. Quattro medaglie per gli azzurri con lo splendido oro a suon di record del mondo di Jonathan Milan - 3.59.153 - che ha fatto letteralmente impazzire i tifosi in Italia e gli appassionati che gremivano il velodromo di Ballerup. Uno straordinario raggio di sole che ha illuminato una spedizione italiana che non è riuscita a dare il me­glio di sé, pur con mille attenuanti. Ve­diano com’è lo stato dell’arte della pi­sta azzurra alla luce dell’obiettivo di cui parlavamo all’inizio, quello dei Gio­chi di Los Angeles.

VELOCITA’ MASCHILE. Il lavoro del ct Ivan Quaranta è puntuale e prezioso in specialità nelle quali i progressi si migliorano in centesimi di secondo.
Il terzetto della Team Sprint - composto da Mattia Predomo, Stefano Mi­nu­ta e Matteo Bianchi - ha superato le qualificazioni con il settimo tempo in 43.906 e nel primo turno è stato battuto dall’Australia chiudendo all’ottavo posto finale. È un progresso rispetto al decimo posto dell’edizione precedente, è come aver messo un piede nel salotto buono. Ora bisogna mettere anche il secondo e prendere possesso dell’appartamento...
Nella velocità individuale Mattia Pre­domo comincia a prendere confidenza con le sfide dirette: superate le qua­lificazioni, ha battuto il canadese Dodyk nei 16esimi ed è stato sconfitto negli ottavi dal giapponese Oka (per soli 96 millesimi di secondo) che poi ha conquistato la medaglia di bronzo. Dalla sua, Predomo ha l’eta - 19 anni - e un percorso di crescita che può portarlo molto lontano.
Il mondiale di Ballerup ha riportto alla ribalta Stefano Moro: il ventisettenne bergamasco della Arvedi ha accettato la sfida che gli ha proposto il ct Qua­ranta, si è fermato ai 16esimi nel torneo della velocità ma nel keirin - altra specialità che assegna l’oro olimpico - ha sfiorato l’ingresso in finale e nella gara che assegnava i posti dal 7° al 12° ha chiuso quarto. In entrambe le prove ha chiaramente pagato l’inesperienza tattica, ma la sua prova è stata comunque inaspettata e convincente. Come Predomo e in generale tutti i velocisti, ha bisogno di continui confronti ad al­to livello per imparare e crescere ancora.
Delusione invece per Matteo Bianchi che nel “suo” km da fermo è stato fermato da un problema al pedale e non ha potuto chiudere una prova nella quale puntava al podio.
VELOCITA’ FEMMINILE. Qui il discorso è più veloce perché legato ad un solo nome, quello di Miriam Vece. La velocista azzurra si conferma di livello mondiale: nel torneo della velocità ha battuto nei 16esimi la messicana Verdugo e nel turno successivo ha sfiorato il successo con l’olandese Hattie Van de Wouw (che ha vinto per soli 64 millesimi di secondo) che poi è arrivata all’argento arrendendosi solo alla fenomenale britannica Finucane in finale.
Nel keirin, poi,Vece è arrivata quarta in una semifinale difficilissina - passano le prime tre - e ha poi chiuso il torneo al decimo posto. In chiave olimpica può crescere ancora e nella sua scia potrebbe arrivare Sara Fiorin, che la prima esperienza a cinque cerchi l’ha vissuta a Parigi. La speranza è che dal gruppo delle juniores possa arrivare qualche elemento nuovo con il quale dar vita anche alla formazione per la Team Sprint e quindi proseguire con il lavoro del collettivo.

ENDURANCE MASCHILE. L’uscita di scena - in chiave olimpica, beninteso - di Elia Viviani e le scelte “stradiste” di Filippo Ganna e Jonathan Milan spingono lo staff azzurro ad avviare un inevitabile rinnovamento nel settore degli inseguitori. Al mondiale il ct Villa ha schierato il solo Lamon tra i medagliati di Tokyo e Parigi, affiancandogli i giovani Man­lio Moro, Davide Boscaro e Renato Favero. Il trenino azzurro viaggiava con il terzo tempo - e la medaglia di bronzo era l’obiettivo - in qualificazione quando, a due giri dalla conclusione, Favero è caduto. Il regolamento ha concesso agli azzurri di riprovare ma scendere in pista dopo soli cinque mi­nuti (mancava solo una squadra per chiudere le qualificazioni) e con un uo­mo acciaccato non ha permesso ai no­stri di qualificarsi. Il classico incidente di percorso ma il materiale per costruire il futuro c’è e altri ragazzi arrivano dalla categoria juniores: toccherà alle loro squadre, soprattutto, avere una visione lungimirante e permettere loro di continuare a frequentare i velodromi. Ricordate il campanello d’allarme suonato in questo senso dal ct Villa subito dopo Parigi? Deve essere sprone e monito.
Il tutto senza dimenticare Jonathan Mi­lan: il gigante friulano vuole concentrarsi giustamente sulla strada ma nel suo cuore la pista avrà sempre un po­sto speciale e la sfida tutta azzurra con Filippo Ganna - che come il compagno punterà molto nelle prossime stagioni sulla strada - promette di regalare an­cora molto alla nazionale.
Come averte potuto leggere nell’intervista di Giulia De Maio, Simone Con­son­ni ha già messo l’omnium di Los Angeles tra i suoi grandi obiettivi: il baffuto bergamasco si avvia a raccogliere l’eredità di Elia Viviani, che ov­viamente non ha nessuna intenzione di fermarsi, come punto di riferimento dell’intero movimento. Da scovare e costruire anche una nuova coppia per la madison.
Nel progetto di Villa c’è ovviamente quello di trovare volti nuovi anche per la corsa a punti e per l’eliminazione, prove che non assegnano medaglie alle Olimpiasi mentre mettono in palio titoli mondiali ed europei.

ENDURANCE FEMMINILE. Per mille motivi, Mar­co Villa quest’anno ha sempre do­vuto fare i conti con la coperta troppo corta. Balsamo a mezzo servizio a Pa­rigi, assente a Ballerup (per motivi validissimi, ha sposato Davide Plebani: au­guri!) e giovani che faticano a farsi lar­go. Finisce così che il quartetto che ha chiuso quarto a Parigi conquista un bronzo che in un primo momento vie­ne guardato storto per la delusione della sconfitta nel primo turno contro la Germania, arrivata con Al­zini al po­sto di Fidanza e Pa­ternoster costretta a dare tutto per finire poi con il pagare dazio nella successiva eliminazione. In finale, rabbia scatenata sui pedali e Canada cancellato dopo nemmeno due chilometri.
Capitolo Paternoster: Letizia ha fatto un grande lavoro per tor­nare ai livelli che le era­no propri, tanto in pista quanto su strada, ma nel mo­mento decisivo ha fallito l’obiettivo sia a Parigi che a Ballerup. Evi­den­te­mente c’è an­cora da fare per ritrovare, ol­tre al colpo di pedale, an­che la convinzione di potersi battere con le migliori. Con­son­ni e Guaz­zini, invece, so­no una sicurezza sia per l’inseguimento che per la ma­dison: pur pensando ora alle corse su strada, sono i pilastri sui cui fondare - in­sieme a Bal­samo, Fidanza e all’emergente Federica Venturelli - il futuro az­zurro. Un futuro che ha la forma e i colori del cinque cerchi olimpici.

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