Rapporti & Relazioni

LA CATTEDRALE DEL TOUR

di Gian Paolo Ormezzano

Tanto ciclismo estivo alla tv, con trasmissioni utili an­che per valutare e le sofferenze fachiresche dei pe­da­latori nei giorni poi di una estate infernale e la nostra grande fortuna di vivere sì nel caldo, ma condizionabile con apposite ap­parecchiature e con oneste riflessioni sul come, rispetto a quanto soffrono “loro” in bicicletta, ci va comunque di lusso.
Il Tour su tutto. Ma anche e purtroppo i Mondiali anomali di da­tazione a Glasgow e dintorni, fra gente abbastanza indifferente an­corché folta e sollecitata da alcuni bravi enfants du pays in senso la­to, britannici, o anche locali, scozzesi. Superstite, questa buona bra­va gente, anche alla visione dal vivo di tremende gare di un certo nuovo tremendo ciclismo iridato, roba che pure un circo medio di­gnitosamente snobberebbe, ro­bac­cia pseudo acrobatica in ministadi di plastica per disarticolare corpi e biciclette e spiriti. Come un servizio inconscio a fare ancora più grande. nei ricordi freschi di pochi giorni prima, il Tour de France. E in chi scrive queste ri­ghe come utile stimolo per un viaggetto/viaggiaccio all’indietro.
Viaggetto perché personalissimo, e dunque a priori insignificante, viaggiaccio perché generatore di forte e intanto inutile dolenzia mnemonica. Essì, voglio dire di quando il Tour era una cattedrale mobile, con i suoi riti precisi spostati quotidianamente in vari posti di Francia e (raramente) di paesi vicini, geograficamente a contatto (specialmente i Pirenei spagnoli, ogni tanto un po’ di Alpe italiana o svizzera). E con i suoi fedeli che erano sempre gli stessi e sempre i più variati, specie sulle salite, a far siepe nelle strade con attori scelti ancorché inconsci e comparse e replicanti, e tante ma tante bandiere di ogni paese e di ogni fede. E con sempre gli dei occupatissimi - allora come adesso - a far sì che pochissimi fossero i corridori urtati dalla gente, pochissime le cadute e le ferite.

Una cattedrale itinerante con i suoi sacerdoti, e due pontefici mas­simi giornalisti. Jacques God­det (L’Equipe) e Félix Lévitan (Parisien Liberé, l’uomo che in­ventò la maglia a pois per il mi­gliore scalatore, ormai il massimo business tessile dello sport, considerando il tanto popolo che le in­dossa). C’erano i moltissimi giornalisti inviati speciali, anche e spe­cialmente italiani, che davano ai due gran capi del vous, il lei francese, e li omaggiavano in vari modi, anche teneramente servili. E c’erano i ciclisti soggiogati dai riti: ricordo, nel 1960, al primo dei miei quindici Giri di Francia, che si doveva attraversare un lago per andare al luogo del via in un posto diverso da quello dell’arrivo (allora accadeva di rado questa disgiunzione, divenuta ormai un must per fare soldi con i doppi contributi degli enti locali). L’ita­liano Gastone Nencini, maglia gialla, cercò di dribblare il rituale che voleva i corridori tutti intruppati sullo stesso battello, salì sulla mia auto a bordo di un barcone, fu scoperto e diffidato: o con gli altri pedalatori o fuori dalla corsa, tuonò Lévitan, peraltro collega simpaticissimo in altre circostanze. E il ruvidissimo Nencini si adeguò.

Quel Tour tutto irreggimentato (embrigadé, quando in Francia si parlava il francese di Molière e non l’inglese falso e comodo di adesso) prevedeva tracciati differenti e inderogabili all’arrivo per corridori, giornalisti, fotografi, massaggiatori, ufficiali di gara ecc. ecc., guai a scordarlo, pena il ritiro delle credenziali per alcuni giorni, cioè una sorta di morte civile. E tutto era rito imposto, in­flitto: dalla consegna all’arrivo, naturalmente in sede apposita e scomoda, giorno dopo giorno del tagliando per l’hotel dove andare a dormire, spesso un albergaccio lontano sadicamente scelto dall’organizzazione, sino alle delimitazioni degli spazi anche alla località di partenza, dove ad esempio la distribuzione del caffè era soltanto per i corridori.
Ecco, se mi resta del tempo nella vita lo uso anche per decidere, scientemente de­ci­dere, cosa mi va meglio: se quel Tour severo in cui noi giornalisti stavamo in un ac­quario, rispettato e magari invidiato ma acquario sempre, e i ci­clisti in un altro, gli ufficiali di ga­ra in un altro ancora, e Goddet e Lévitan nel loro cielo, o lo sbracato svampito anarchico Tour di adesso, con a spupazzarselo al via e all’arrivo mogli e amiche e compagne e eventuali figliolanze, sino ai Cam­pi Elisi si capisce, un Tour di li­beri tutti di andare dove vo­gliono e fare cosa vogliono e strabaciucchiarsi ad oltranza, anche uomini con uomini cioè soprattutto uo­mini con sponsor. Un Tour dove ognuno che sia importante ha i suoi tanti paggi con su­perlasciapassare e ha la sua vita di corte, dove i giornalisti lì “dal vivo” sono così pochi che non riescono proprio a costituirsi onde essere un problema e creare di­sturbo (ma cosa aspetta uno dei miei colleghi residui lì fisicamente a palpare una donzella e far notizia grassa e crassa?). Comunque il Tour è sempre più bello, in danese o sloveno e persino inglese e non più in francese o italiano, e amen, anzi in paleolingua ainsi soit-il.

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