Editoriale

PIPPE CALZELUNGHE. Dalle motociclette che “guidano” la rincorsa di Nico Mattan nella Gand-Wevelgem, alle motociclette in mezzo al gruppo nel Giro di Svizzera, e per le quali Paolo Bettini, oro di Atene, è andato su tutte le furie nella prima tappa della corsa elvetica. Per non parlare poi delle scie prolungate nelle crono individuali: Sinkewitz raggiunto da Ullrich, che resta nella scia del campione tedesco per qualche chilometro inquadrato dalle tivù di mezza Europa. O lo spagnolo Navas che, anch’esso raggiunto, resta in scia per dieci chilometri, e nessuno vede e dice niente.
Corse ProTour, corse che dovrebbero essere il meglio del meglio, ma alla cui base restano giudici non sempre all’altezza della situazione e alla cui sommità c’è una federazione internazionale che parla di grande ciclismo, ma al momento così grande non è.
È dal fattaccio di un anno fa - al Tour de France - da quando Lance Armstrong mise in scena quell’azione da boss del gruppo ai danni di Filippo Simeoni, che pensiamo che in quella circostanza una grande responsabilità l’abbia avuta il collegio di giuria, rimasto colpevolmente silente e inebetito davanti a un simile comportamento. Non disse nulla, non fece niente, non emise né un richiamo, né un’ammenda in franchi svizzeri. Niente di niente.
Giudici negligenti e incapaci di guardare al di là del proprio naso, ma capacissimi di non farsi sfuggire le sciocchezze, come è accaduto all’ultimo Giro d’Italia, quando “puntarono” le calze di Juan José Cobo, della Saunier Duval. L’atleta spagnolo, per problemi di circolazione - e probabilmente anche per ragioni pubblicitarie -, ha usato calzettoni lunghi, da calciatore per intenderci. Calze dalle proprietà rivoluzionarie, in fibra di carbonio e argento che aiutano la circolazione arteriosa. Domenico De Lillo con un grande passato da corridore, tecnico e allenatore stayer, e oggi responsabile vendite di questo rivoluzionario accessorio d’abbigliamento, ascoltato sull’argomento si è limitato a commentare: «Il problema poteva essere aggirato agevolmente: bastava la prescrizione di un medico». Il penoso capitolo giudici va archiviato nella serie pippe calzelunghe.

LE ROC’H’S LIST. Giornalisti schedati, con tanto di archivio fotografico, per imparare a riconoscere gli «amici» dai «nemici». È l’iniziativa che avrebbe preso la squadra danese della Csc, il team di Ivan Basso, secondo la denuncia di Gilles Le Roc’h, presidente dell’Associazione internazionale dei giornalisti del ciclismo. Le Roc’h ha detto di aver appreso della schedatura da una fonte interna alla squadra stessa, diretta da Bjarne Riis.
«Quest’ultimo ha ideato un archivio per permettere ai membri del team di farsi un’idea sui giornalisti con i quali entrano in contatto e distinguerli tra “amici”, “rompiscatole” e “pericolosi”. Naturalmente si tratta di una distinzione del tutto arbitraria, per di più contraria alla legge francese che vieta la creazione di archivi sugli ordini professionali», si legge in una nota datata 11 giugno scorso. Dell’iniziativa, apparentemente tesa a penalizzare soprattutto le testate che si sono occupate più da vicino di doping, è stato informato telefonicamente anche il presidente dell’Uci Hein Verbruggen, che giustamente ha chiesto elementi a supporto. Cosa pensiamo noi di questa vicenda? Non pensiamo. O meglio, riteniamo che in questi casi occorrano semplicemente delle prove. E poi, il giorno in cui un nostro collega si sentirà dire da un corridore Csc o da chiunque altro - senza un giustificato motivo - «guardi, io con lei non parlo», ne riparleremo. Ad oggi, non ci risulta che nessun giornalista abbia ricevuto ostracismi da parte di corridori Csc o di altri team. Tutti si sono sempre resi disponibili, in maniera incondizionata. Il giorno che questo dovesse venire meno, sarà giusto prendere provvedimenti. A meno che il presidente Le Roc’h abbia o nel frattempo sia entrato in possesso di prove schiaccianti. Se ha la lista, la renda pubblica. Dovrebbe saperlo: sul sospetto non è mai bene scrivere. In ogni angolo del mondo, anche in Francia.

QUESTIONE DI CUORE. Lo diciamo subito: siamo costretti a ripeterci. Come per Denis Zanette, il gigante buono di Sacile, morto a soli 33 anni per una miocardite, anche per Alessio Galletti, morto in corsa a soli 37 anni probabilmente per problemi al cuore, chiediamo un minimo di rispetto. È giusto tenere alta la guardia contro il doping, ma è ingiusto ogni volta che un atleta muore, senza uno straccio di prova scientifica in mano, sparare sentenze. Leggiamo su La Repubblica del 17 giugno scorso: «Posso parlare in generale perché non conosco i casi specifici, ma credo che dietro ogni morte - dice Dario D’Ottavio ex membro della Cvd, la commissione di vigilanza sulla legge antidoping (376/2000) - specie in caso di arresto cardiaco in soggetti sani ci possa essere l’ombra del doping. Il problema è dimostrarlo con certezza giuridica».
Sempre su La Repubblica, un commento sulle morti improvvise, «Da Zanette fino a Pantani», quest’ultimo morto di cocaina e citato al pari di José Maria Jimenez. Perché confondere il doping con la droga? E nella chiosa la domanda: «Ma se si escludono i farmaci non resta che l’attività sui pedali. Il ciclismo fa dunque morire?». Probabilmente sì, come la discoteca e l’Acquafan.
Ad ogni modo, quando ne sapremo di più, ne riparleremo su basi scientifiche e lasceremo che a parlare siano i medici, gli stessi che in ogni caso un esame di coscienza se lo dovrebbero pur fare; quelli che probabilmente hanno concesso ad Alessio un certificato di abilitazione sportiva che non doveva avere. Per il momento un po’ di rispetto per la famiglia Galletti; per mamma Renza, per la giovane moglie Consuelo in attesa di un bimbo e per il piccolo Marcus, di dieci mesi, che il suo papà l’ha appena sfiorato. Rispetto per un uomo che amava il ciclismo come pochi altri; come Edo, il padre morto ad appena 58 anni per un infarto. Un po’ di rispetto. Per tutti.
Pier Augusto Stagi
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