Brent Copeland: «La ripartenza, le sfide, il sogno»

di Giulia De Maio

Un uomo di mondo come lui mai si sarebbe aspettato di dover star fermo, di non po­ter vedere i propri cari e presentare loro la sua bim­ba, di vedere i propri corridori costretti a rinunciare a traguardi per cui avevano lavorato per anni e, appena le cose sembravano volgere per il meglio, che scoppiasse una guerra in Europa.
Brent Copeland è sudafricano ma da tempo vive a Como con la moglie Ga­briela e da poco più di due anni con la piccola Grace, venuta al mondo mentre questo era alle prese con la pandemia e il suo papà con la preoccupazione di gestire un team di ciclismo professionistico per sua natura itinerante.
Il general manager della BikeExchange Jayco ci apre idealmente le porte di casa, nei giorni in cui finalmente ha po­tuto riabbracciare i suoi genitori dopo 4 anni trascorsi a oltre 12.000 km di distanza, e ci racconta del buon avvio di stagione della sua squadra, delle am­bizioni per la corsa rosa, delle sanzioni inflitte agli atleti russi che gli ricordano quelle che lui e i suoi connazionali hanno subìto in seguito all’apartheid. Una chiacchierata ricca di spunti, dai sogni rosa di Simon Yates al premio No­bel per la pace di Nelson Mandela.
Quanto hanno influito le limitazioni ai viaggi e ai contatti, anche con gli affetti più cari, nel rendimento dei corridori?
«Tantissimo. L’anno scorso abbiamo avvertito la difficoltà degli australiani che a fine stagione non sono potuti tornare a casa dalle loro famiglie per “staccare” come d’abitudine in inverno. La stagione 2020 si è conclusa a fine novembre con la Vuelta e a gennaio eravamo di nuovo in pista per quella nuova. Per molti corridori in pratica la stagione è durata 18 mesi, ha pesato sia a livello fisico che mentale. Non vuole essere una scusa, ma questo ha senz’altro influito sulla mancanza di risultati. Io dovevo vedere i miei genitori a dicembre ma per colpa della variante Omicron abbiamo dovuto ri­mandare ancora una volta visto che i voli per il Sudafrica erano stati nuovamente interrotti, ora però fortunatamente sono riusciti a raggiungerci loro a Como. Queste due settimane insieme valgono oro. Non abbiamo fatto nulla di speciale, giusto qualche giro in zona lago e Milano, ma vederli finalmente con in braccio la loro nipotina è stato davvero emozionante. Quanto abbiamo vissuto è stato surreale, speriamo di tornare presto alla normalità».
Intanto per il vostro team l’inizio stagione è andato decisamente meglio rispetto al 2021.
«L’anno scorso abbiamo chiuso con solo 9 vittorie, ora non ci poniamo li­miti. L’arrivo di Dylan Groenewegen ha fatto la differenza, è il velocista puro che ci serviva, non è un caso che ci abbia regalato lui i primi due successi al Saudi Tour. Ha portato in squadra una mentalità vincente. È uno tosto, che sa cosa vuole e quando le cose non vanno ha il coraggio di farlo notare perché cambino, sempre in modo ri­spettoso e produttivo. Ha già vinto quattro tappe al Tour de France in carriera e noi siamo convinti che possa dimostrare di essere il più forte di tutti, a partire dalle prossime classiche veloci. È un ragazzo eccezionale, un atleta di primo livello, che ci interessava da un po’ e siamo riusciti a garantirci grazie alla Giant che è stata fondamentale in questa operazione e che, con il suo impegno triennale, ci permette di lavorare con serenità. Vedo un bel cambiamento nel morale di tutto il gruppo, è più propositivo. Stiamo lavorando bene, nonostante gli ostacoli che continuiamo a trovarci davanti, da ultimo queste numerose malattie che non si capisce se siano legate al Covid o se siano semplici influenze. Il nostro staff medico sta analizzando quanto sta ac­cadendo per capirne di più e tutelare la salute dei corridori».
Yates e Matthews sembrano essersi ritrovati.
«Simon sta correndo bene, le sue prestazioni alla Parigi-Nizza sono state confortanti, dopo il Covid non si capisce mai se un atleta può tornare al li­vello di prima, mancano ancora prove scientifiche a lungo termine, ma la vittoria nella frazione conclusiva è stata un segnale incoraggiante. Simon è la no­stra punta per le grandi corse a tap­pe, a partire dal Giro d’Italia, che un anno fa lo vide sul terzo gradino del podio finale al fianco di Egan Bernal e Damiano Caruso. È il nostro grande so­gno: ci ha girato tanto intorno, sa­rebbe bello se finalmente conquistasse la maglia rosa. Michael, per la prima volta nella sua carriera, l’anno scorso non ha vinto neanche una corsa, anche se ci è andato spesso vicino. Ritrovarsi a braccia alzate in una gara World Tour (la prima tappa della Vol­ta Ca­talunya, vinta allo sprint davanti a Son­ny Colbrelli, ndr) gli serviva per il morale. Di recente ha sofferto di problemi gastrointestinali ma spero si rimetta per l’Amstel Gold Race».
Chi ti ha sorpreso?
«I giovani che stanno crescendo al me­glio. Kaden Groves ha 23 anni e sta af­frontando le volate con la confidenza del veterano. Matteo Sobrero è già sta­to protagonista alla Coppi&Bartali e me lo aspetto pimpante al Tour of The Alps. Attendo un segnale anche da Dion Smith, Alexander Konychev, Jan Maas, Kevin Colleoni, i debuttanti Campbell Stewart, Alexander Balmer, Kelland O’Brien e Jesus David Peña. Con loro stiamo investendo per il futuro, i loro piazzamenti ci danno soddisfazione e ci fanno ben sperare».
I protocolli Covid restano rigidi e generano preoccupazione.
«Molta. I nostri dottori Guardascione, Pollastri e Beltemacchi insistono giustamente nel continuare a svolgere nu­merosi controlli interni, importanti per sapere come stanno gli atleti. Il recupero da questo virus non è scontato, so­prattutto per chi pratica uno sport di endurance. La salute di corridori e staff per noi viene prima di qualunque risultato, è chiaro che più cerchi e più trovi, e ciò spaventa perché una positività può compromettere mesi di preparazione. Non vogliamo ritrovarci come nel 2020 con il vincitore della Tirreno dato tra i favoriti per la corsa rosa, che dopo il primo arrivo in salita è già ko. Ri­cor­diamo bene quell’esperienza e manteniamo la soglia di attenzione alta visto che la pandemia non è ancora finita. Fa paura a tutte le squadre perché ognuna investe tanto tem­po, denaro e programmazione nel preparare una corsa importante e rischia di ritrovarsi con in mano nulla, non per mancanza di per­formance o di un infortunio. Per questo non trovo corretto che l’UCI stia spingendo tanto sul criterio sportivo per il ranking mondiale, è evidente che non stiamo correndo tutti alla pari. La pandemia non è una cosa normale e il sistema di classificazione delle squadre dovrebbe tenerne conto».
Il team femminile sta andando forte.
«Siamo contentissimi. In Australia Ruby Roseman-Gannon è partita come meglio non poteva. È una ragazza giovane, molto talentuosa, che in Eu­ro­pa deve fare esperienza ma che ha tutto per diventare grande. L’americana Kristen Faulkner purtroppo è caduta durante la ricognizione della Strade Bianche, picchiando la testa. Sarebbe stata la nostra punta per le classiche ma non è ancora pronta a rientrare in gara. Speriamo in Belgio si faccia valere Arianna Fidanza e per le corse a tappe vediamo come recupererà Amanda Spratt: l’esperta australiana a fine settembre si è sottoposta a un intervento per risolvere l’endofibrosi dell’arteria iliaca di cui soffriva, ci auguriamo per il Tour de France possa tornare al top. La rivelazione? Fate attenzione a Urska Zigart, non è so­lo la promessa sposa di Po­gacar».
Il ciclismo è sempre più cool, ora anche Netflix si è interessato al nostro movimento. Un documentario che racconti il dietro le quinte del nostro sport pensi che possa creare ulteriore appeal?
«Assolutamente sì, è un bellissimo progetto che permetterà di coinvolgere tante persone che finora non avevano mai seguito il ciclismo come Drive to Survive ha fatto con la Formula 1. Net­flix è seguitissimo, soprattutto dai giovani. In generale ritengo che il ciclismo abbia svolto un grandissimo lavoro negli ultimi anni, ha superato la pandemia meglio di molti altri sport nonostante le difficoltà logistiche e gli spostamenti che impone. Dobbiamo esserne orgogliosi e valorizzare il nostro prodotto così da aumentare l’interesse delle aziende che potrebbero investirvi. Noi siamo grati a Gerry Ryan non solo per quanto finanzia la squadra ma an­che per la voglia che ci trasmette ogni giorno per continuare a migliorarci. Non vede l’ora di venire al Giro, è co­me un bambino pronto a scartare un bellissimo giocattolo, non sta nella pelle. Sono tre anni che non riesce a incontrare la squadra fisicamente, ma nonostante tut­to ci è sempre stato di supporto e lo sa­rà anche in futuro. Sarà presente alla grande partenza dall’Ungheria e puntiamo a ripagarlo con le soddisfazioni che merita la sua passione».
A proposito di sponsor, c’è una squadra ferma ai box per via delle sanzioni conseguenti l’invasione russa dell’Ucraina. Da manager come valuti questa situazione?
«Si tratta di una vicenda molto complessa, che va al di là dello sport. Io da sudafricano ho vissuto in prima persona qualcosa di analogo perchè il mio paese ha ricevuto 24 anni di sanzioni da parte del mondo intero per l’apartheid. Nei primi anni della mia carriera non potevo partecipare a eventi internazionali, fino agli anni Novanta, quando è arrivato Mandela ed è stata messa fine alla politica di segregazione razziale, io e i miei connazionali neanche potevamo sognare di andare alle Olimpiadi, ai mondiali, né partecipare a competizioni come il Giro o il Tour. Certe decisioni devono essere prese per mettere pressione ai politici, le conseguenze purtroppo ricadono sull’economia in generale, su aziende, società e singoli individui che non le meritano e nulla hanno da spartire con chi governa il loro Paese. La guerra ha tante facce, nessuna di queste è bella. In gruppo abbiamo ragazzi e ragazze di ogni provenienza, colore e credo, il nostro sport è senza dubbio compatto nel promuovere la pace e speriamo di poter tornare presto a correre tutti insieme spensieratamente».

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