Bennati: «Azzurri, voglio onestà e cattiveria»

di Giulia De Maio

È soprannominato Pantera e da buon felino ha ormai accumulato quasi tante vite quanto quelle di un gatto. A 41 an­ni Daniele Bennati si è messo alle spalle 18 stagioni da professionista, suddivisi in tre vite diverse. Nella prima era l’uomo deputato a la­sciare a 500 metri dal traguardo Re Leone Mario Cipollini; nella se­conda è stato uno dei pochi italiani a vincere volate in tutti e tre i grandi giri; nella terza è tornato a lavorare come gregario di lusso per capitani del calibro di Al­berto Contador. Nella prima ha im­parato il mestiere, nella seconda la gloria del successo, nella terza lo spirito di sacrificio. Un percorso completo e affascinante: anche per questo è sta­to scelto ­dal presidente federale Da­gnoni co­me guida della Nazionale maggiore.
La parentesi da corridore in pensione è stata breve: per l’aretino è ora di iniziare una nuova vita sull’ammiraglia az­zur­ra. A pochi giorni dal debutto in corsa al Trofeo Laigueglia, che rappresenterà l’avvio ufficiale di un nuovo capitolo della sua vita, lo abbiamo in­tervistato mentre era in Spagna, Paese in cui tanti suoi corridori erano in ritiro prima dell’avvio stagionale.
L’emozione è la stessa di quando da neoprof dovevi affrontare la tua prima corsa?
«In un certo senso sì, anche se dalla prima edizione del Tour of Qatar ne è passata di acqua sotto i ponti. Sincera­mente non vedo l’ora che arrivi il 2 mar­­zo. Oramai sono passate diverse settimane dall’annuncio del mio in­carico, abbiamo svolto tante riunioni, stilato programmi e ora sono contento di passare all’azione. Finalmente. Non sono mai salito in am­mi­ra­glia, certe cose devo conoscerle e provarle in prima persona ma sono tranquillo perché posso contare su collaboratori che hanno molta più esperienza di me. Alla guida ci sarà Mario Scirea che fu il mio primo compagno di squadra nel 2002 all’esordio tra i professionisti. Dopo 20 anni lo ritrovo come compagno di squa­dra non più in bici ma in macchina».
In questo caso non ti devi preparare fisicamente, ma sotto altri aspetti. Come ti stai “allenando”?
«Abbiamo svolto tanti incontri, più virtuali che in presenza purtroppo, e ho studiato. Non conoscevo personalmente tutti i corridori che si affacciano al professionismo quindi ho ricercato la loro storia, il loro rendimento nelle ca­te­gorie giovanili. Ci sono tante Con­ti­nen­tal in Italia e tanti azzurri che corrono all’estero, bisogna restare aggiornati costantemente. Ci sono molti aspetti da tenere in considerazione, sto cercando di affrontare un passo alla volta, appuntandomi qualsiasi buona idea per non dimenticare nulla. In passato mi sono preparato sul campo e commentando tutte le corse in televisione per la Rai, ho seguito i corsi da direttore sportivo e superato tutti gli esami. L’esperienza televisiva mi è servita mol­­to, mi ha insegnato a parlare, a ra­gionare, a guardarmi attorno. Un CT moderno deve assolutamente sa­perlo fare».
Quanto pedali?
«Mi piace ancora tanto andare in bici. Non essendo più il mio mestiere non posso dedicarci lo stesso tempo che in passato, ma appena posso ne approfitto per montare in sella. Mi aiuta a scaricare a livello mentale, mi serve per risolvere qualunque dubbio. Quando torno da un bel giro, spesso ho la soluzione. Mi permette di tenermi in forma a livello psicofisico, di staccare dalla scrivania e dagli impegni di cui si sta riempiendo l’agenda. Quando sono a casa porto mio figlio Francesco a scuola, poi torno in ufficio e sbrigo le questioni più urgenti, mi tengo aggiornato con i social sul mondo del ciclismo e non solo, poi scappo in bici o di corsa, per rimettermi al lavoro nel pomeriggio. Ora che iniziano le gare sarò più spesso in giro e ci saranno anche più mo­­menti stressanti, ma mia moglie Chiara è ormai abituata alla vita del cor­ridore e quella del CT non sarà troppo diversa».
Cosa ti manca di quella vita?
«I massaggi (sorride, ndr). La sensazione di salire sul lettino per un’ora-un’ora e mezza di relax. Ho sempre avu­to la fortuna di poter contare su massaggiatori molto bravi, quindi an­che quando avevo mal di gambe e un pochino dovevo soffrire sotto le loro mani era il momento più bello. Ora, se va bene, me ne concedo uno ogni due mesi. Al contrario non mi manca tutto quello che comporta arrivare alle competizioni tirato, i sacrifici che ho sopportato per 18 anni e che non mi sono mai pesati finché gareggiavo. Quando esco ora in bici mi rendo conto che in attività ho vissuto come in una centrifuga, facendo le cose in automatico, senza rendermi davvero conto di quante rinunce mi imponevo».
Per arrivare a grandi traguardi non c’è altra strada. Quali sono i momenti che custodisci con più orgoglio?
«Il successo sui Campi Elisi nell’ultima tappa del Tour de France 2007 non ha paragoni. Mi ha consacrato, spalancato porte a livello internazionale. Il 2008 è stato un anno fantastico: al Giro vinsi tre tappe e la maglia ciclamino, poi fui frenato dai problemi al tendine d’A­chil­le che compromisero le due stagioni successive, che avrebbero dovuto rap­presentare l’apice della mia carriera. Non riuscii a esprimermi al meglio, nel 2011 in Leopard iniziai a stare meglio ma intanto il treno era passato. È inevitabile che in quasi due decenni siano stati più i momenti difficili rispetto a quelli rosei. Ho subito tanti infortuni, due importanti con la frattura di due vertebre ciascuno e non solo, alla San­remo 2016 e l’ultimo alla Vuelta Ca­stilla y Leon 2019, che sostanzialmente mi ha costretto a smettere. Non avrei mai voluto finire la mia carriera in una curva a 200 metri dall’arrivo, ma non ne ho fatto un dramma, poteva andare peggio. Se mi guardo indietro, non ho rimpianti. Ho iniziato tirando le volate a Cipollini, che fino al giorno prima per me era l’idolo che vedevo vincere in tv. Ritrovarmi nel suo treno da neopro, ben presto come penultimo uomo, era tutt’altro che scontato. Sono nato leadout per aiutare un grande capitano. Imparato il mestiere, mi sono ritagliato uno spazio personale, vincendo un po’ da tutte le parti (ben 58 volte, ndr). Dal 2013 ho capito che mi stava stretta l’idea di girare il mondo in lungo e in largo per vincere solo 1-2 corse all’anno perché i giovani incalzavano così ho colto l’occasione di affiancare Con­ta­dor e sono nuovamente tornato ad es­sere un corridore importante per capitani di peso».
Il ciclismo è...?
«Passione. Per me lo è sempre stata fin da bambino. E un grande insegnamento. Ho avuto la fortuna di conoscere campioni e persone speciali che mi hanno fatto crescere. Di un’esperienza così lunga e ricca fanno parte mo­menti felici e altri meno, uno sport così duro ti insegna a rialzarti e a non mollare mai. È la perfetta metafora della vita, che cerco di trasmettere so­prattutto a mio figlio. A luglio compirà 14 anni, pratica calcio. Si diverte, è ab­ba­stanza bravo, ma potrebbe fare di più».
Il CT è anche un ambassador del ciclismo, ti piace questa veste?
«Sì. In Italia è un ruolo che va oltre quello del tecnico. Se guardo ai miei predecessori sono tutti nomi che han­no avuto un carisma eccezionale sia da corridori che da CT. È un ruolo di re­sponsabilità e di immagine molto alto che sognavo di ricoprire ed è arrivato prima di quanto sperassi».
Allora registriamo qualche spot. Manda un messaggio a una azienda che potrebbe es­sere interessata a investire nel nostro sport.
«Beh, gioco in casa. Ho a che fare con lo sport più bello del mondo. Anche chi non ha una passione innata, se riesce a viverlo da vicino se ne innamora, è inevitabile. Venite alle corse e non ne resterete delusi».
Rivolgiti a un giovane che tra tutte le di­scipline da praticare non sa quale scegliere.
«Questo è più delicato perché abbiamo un serio problema: manca la cultura della sicurezza stradale. Decisamente non è il fiore all’occhiello del nostro Paese. Consiglierei il ciclismo per mille e più ragioni ma comprendo la paura dei genitori che, prima di mettere un figlio in strada, ci pensano due volte. Io ho iniziato a correre in bmx e contemporaneamente giocavo a calcio, per cominciare a bambine e bambini consiglierei di andare a divertirsi come ho fatto io in una pista protetta, su una pump track, in mtb, per iniziare a prendere confidenza con il mezzo».
Invia una richiesta alle autorità nazionali.
«È proprio quella di fare di più per rendere le nostre strade sicure, chiunque dovrebbe poterle percorrere senza rischiare di non tornare a casa».
Cambiamo totalmente argomento: procedono i contatti con Max Sirena, skipper e team director di Luna Rossa?
«Sì, l’ho sentito anche in questi giorni. Ci incontreremo a metà febbraio, la pi­sta sarà il bacino d’utenza da cui tireremo fuori 2/3 atleti per l’America’s Cup quindi sarà Marco Villa a dare indicazioni su quali atleti potrebbero essere adatti e disponibili».
E con il tuo amico Jovanotti continui a pedalare?
«Di recente purtroppo non è capitato perché lui è super impegnato con i suoi nuovi progetti quindi parte presto al mattino, a orari proibitivi per il periodo. L’alba è il momento più bello della giornata per uscire, ma in inverno bisogna avere davvero coraggio. Lorenzo è una forza della natura, un vecchio ra­gazzo che prepara le tournée come fossero grandi giri, un innamorato totale del ciclismo».
Torniamo ai tuoi primi impegni in am­miraglia, hai già sentito alcuni corridori?
«Sì, per il debutto stagionale la squadra è ormai pronta. Schiererò 2-3 corridori di squadre World Tour, 2-3 under 23 su consiglio di Marino Amadori, e anche qualche atleta che arriva dalla pista e dalla mtb nel segno della multidisciplinarietà. Per Europei e Mondiali ho diversi nomi sul taccuino ma è presto per pensarci. Mi sono appena alzato da tavola dopo un pranzo in compagnia di Sonny Colbrelli che l’anno scorso, oltre al titolo nazionale e continentale, ci ha regalato una meravigliosa Roubaix. Da quando inizierà il ca­len­dario italiano avrò modo di vedere da vicino i corridori più rappresentativi del nostro movimento visto che sarò presente anche a Strade Bianche, Tir­re­no-Adriatico e Milano-Sanremo».
Per quanto riguarda lo staff, hai ereditato il gruppo di lavoro di Cassani o hai scelto altri collaboratori?
«Il personale più o meno è rimasto in­variato rispetto a quello di Davide e Mar­co (Villa, ndr). Potrò contare su co­lonne portanti della squadra azzurra come il massaggiatore Luigino Moro e il meccanico Giuseppe Archetti, im­man­cabili ai mondiali, ma anche su pre­ziose new entry come Enrico Pen­go, che sarà il nostro meccanico per tutto il programma italiano e le trasferte di Amadori».
Hai dichiarato in più occasioni che ti ispirerai a Martini e Ballerini. Se fossero ancora tra noi che consigli pensi ti darebbero?
«Fossero qui non so sarei io il CT (sorride, ndr). Alfredo è stato un grandissimo maestro, Franco guida e amico: era il mio testimone di nozze. Fortuna­ta­mente ho imparato tanto da entrambi. Recentemente più di una persona mi ha detto che rivede qualcosa di loro in me, è un orgoglio immenso».
Gli obiettivi 2022 sono ovviamente Euro­pei e Mondiali, più a lungo termine Pa­rigi 2024.
«Sì. Per ora i percorsi li abbiamo valutati solo virtualmente, verso marzo cre­do programmeremo un sopralluogo a Monaco di Baviera con Marco Velo (tec­nico delle crono) e Paolo Sangalli (donne). Sembra abbastanza agevole. Per visionare il mondiale non sarà così semplice andare in Australia ma ci proveremo. Il tracciato prevede 3.800 me­tri di dislivello in 280 km. La prima parte comprende due tratti in linea con due diverse salite, segue quindi un circuito di 17 km con uno strappo di 1 km all’11% di media che terminerà a 7 km dall’arrivo, dopo di che ci saranno 2 km di discesa e pianura. Per un percorso così abbiamo tanti corridori, non ci resta che aspettare e vedere come si comporteranno. Viviani ha avuto due anni non brillantissimi, sa che per guadagnarsi i gradi di capitano deve tornare l’Elia che tutti conosciamo, così co­me Mat­teo Trentin e tutti gli altri pretendenti per un ruolo da capitano».
Che Italia sarà quella di Bennati?
«Ai ragazzi chiederò onestà e tanta cattiveria agonistica. Spesso si dice che in Italia mancano i fuoriclasse, non penso sia così e comunque l’unione fa la for­za. Lavorerò per avere un gruppo mol­to affiatato e spero di avere una Na­zio­nale in salute: se così sarà, avremo bisogno solo di un pizzico di fortuna. Il risultato può arrivare, chi veste la ma­glia azzurra ci deve credere. Come chiunque mi abbia preceduto, sogno di riportare in Italia quella maglia iridata che ci manca da 14 anni».

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