Rapporti & Relazioni

Mi credete se dico che...

di Gian Paolo Ormezzano

Attenzione, questa è una esercitazione banale, non si deve, non si do­vrebbe, non dovete prenderla sul serio. Chi scrive non riesce, scrivendo, a non ricordare nel pesante senso scolastico di rammentare (cioè cercare di im­porre il ricordo), e a non fa­re paragoni, un suo viziaccio di giornalista antiquo usato come regola per la sospravivenza. Voi che leggete tarate tutto, tenendo fra l’altro presente l’età dello scrivente (86 e rotti) e le immani novità, an­che nel campo dei media, le­gate a soldi soldi soldi e poi an­che soldi, grazie a tecnologia spinta, sponsorizzazioni di tipo nuovissimo, continue trovate sensazionali di popolarizzazione planetaria e chissà se non di più, cellulari socializzatissimi e tante altre strumentazioni imperanti in un mondo comandato dal Diavolo, così diabolicamente bravo che si è fatto passare per Dio. Dio del progresso.

Dunque: sono sbalordito dall’eco totale, assoluta, cannibalesca che ha avuto la vicenda di un tennista serbo che ha tentato, riuscendovi eccome, di fregare Australia e mondo ed è diventato eroe speciale, dallo stravolgimento costante di un mondo, quello dello sport, che credevo fortemente, definitivamente ancorato nella storia con i suoi principali principi e che invece vaga come un iceberg in scientifica voluta deriva a caccia di poveri Titanic da affondare. Sono sbalordito di come persino il calcio, il santo calcio, si fa demoniaco di trovate, trucchi, stravolgimenti, iniziative di gente nuo­va che comanda tutto. Per di­fesa (legittima? boh) uso qui il mio ciclismo in salsina amarcord e gioco al gioco della no­stalgia, delle memorie, del “come eravamo” quando questo sport dominava tanta Eu­ro­pa e sapeva sempre di pane fresco. Di come eravamo fessi e felici nel nostro palpitare per quelle che adesso, di fronte ai mostruosi accadimenti quotidiani sul piano mediatico, ap­paiono cosucce, quisquiglie, baz­zecole, pinzillacchere. Non serve a nulla, lo so, ma aiuta a ti­rare avanti. La nostalgia ma­gari non sa di niente, ma pensiamo che non puzzi.

Mi credete, ci credete se vi dico che neanche un tre quarti di secolo orsono discutemmo a lungo sui giornali se era cosa buona e giusta che sulle ma­glie dei professionisti apparisse una qualche scritta pubblicitaria (la Nivea, una crema per la squadra Fuchs per cui cor­reva Fiorenzo Magni)? Ci fu chi ne scrisse come di una svolta quasi blasfema, tipo “signora mia dove andiamo a finire?”, ma intanto imperava il “dura minga”.
Mi credete, ci credete se vi di­co che ai tempi del primo teletrionfante Processo alla Tappa, trasmissione in cui Sergio Zavoli spesso mi chiamava a fare la sua spalla, mi dissero seriamente che se al Processo citavo la birra un ente pubblicitario avveniristico, ricco e spregiudicato mi passava sottobanco ben lire 50.000? Però non valeva che io dicessi “a tutta birra”, troppo facile e fur­bo, dovevo specificare, tipo: “trincò una buona birra e andò in fuga”. La proposta era mediata da un collega scrivente amico dell’azzardo, rifiutai ma per paura relativa, non per moralità assoluta.

Mi credete, ci credete se vi dico che a San­remo, dove impazzava già il grosso Festival della canzone ma dove con Gianni Minà andavo per scrivere su Tuttosport pezzi sui ciclisti in allenamento sulle strade liguri e pezzulli su eventuali loro mi­nicontatti con il mondo dei canterini, proprio Minà (a cui il nostro sport tutto comunque non dovrebbe finire mai di dire grazie) mi propose di sondare l’eventualità che un nostro ciclista, Imerio Mas­si­gnan esimio scalatore di carriera breve ma intensa, accettasse di dare il suo nome per la pubblicità di un calzino per uomo “firmato” anche da una cantante che pure già impazzava all’Ariston? Come se adesso si sperasse che Col­brelli, e diciamo di un peso massimo, accettasse di firmare un prodotto con i Maneskin… (Massignan non ne ha mai sa­puto niente, comunque).
Mi credete, ci credete se vi dico che al Giro 1965 un certo Felice Gimondi, neopro che l’anno prima aveva vinto il Tour dell’Avenir, disse in diretta la parola “casino” in­tendendo bagarre e fu sospeso dal Processo per un bel po’?

E tutto, ma proprio tutto nello sport era così. E allora passo e chiudo, ma con un excursus su una mia esperienza personale: mi credete, ci credete se vi dico che sono arrivato alla direzione di un quotidiano sportivo senza mai avere scritto la cronaca e il commento di una partita di calcio? Qui per la ve­rità sono stato superatissimo ma in maniera ultrarivoluzionaria: adesso si può arrivare alla direzione di un quotidiano sportivo senza prima avere frequentato a fondo lo sport, e c’è chi pensa magari giustamente che non sia un male, se in cambio si palleggiano altre virtù utili, se non necessarie, nel nuovo mondo del diabolico technoDio.

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