Merckx: «Tadej? Il mio erede»

di Carlo Malvestio

Sono pochi gli sport in cui si può dire con certezza chi sia il più grande di tutti. Nel ciclismo si può, eccome. 525 vittorie totali, 445 da professionista, 5 Tour de France, 5 Giri d’Italia, 3 Mondiali, 7 Milano-Sanremo, 5 Liegi-Bastogne-Liegi, 3 Parigi-Roubaix, 2 Fiandre. Semplicemente, Eddy Merckx.
Dopo di lui, nel ciclismo sono passati tanti fuoriclasse, ma nessuno è riuscito minimamente ad avvicinarsi a lui come numero di vittorie e, soprattutto, come qualità. Ed è bello pensare che uno come lui abbia tantissimi legami con l’Italia e parli fluentemente l’italiano. L’ultima apparizione in terra italica è stata qualche giorno dopo Il Lom­bar­dia di quest’anno, quando Il Canni­ba­le, invitato dall’amico Federico Zec­chetto, si è recato a Bonferraro di Sor­gà (Verona) nella sede delle scarpe da ciclismo DMT, per congratularsi personalmente con la nuova star del ciclismo mondiale, Tadej Pogacar.
Eddy, è bello rivederla in Italia.
«Era da tanto che non venivo in Italia, purtroppo la pandemia mi ha tenuto  per molto tempo lontano da un Paese che amo. Quando Federico Zecchetto mi ha chiamato per chiedermi se volessi unirmi alla festa per Tadej Pogacar, ho risposto subito di sì. L’Italia è la mia seconda casa, l’ho sempre detto. Se sono diventato il corridore che tutti conoscono, è grazie alle squadre italiane».
Tadej può davvero diventare il nuovo Merckx?
«Non sono un extraterrestre, non ven­go da un’altra galassia, i miei record sono fatti per essere raggiunti e superati. E quando arriverà il corridore in grado di farlo sarò il primo a congratularmi. Ho sentito dire tante volte “questo è il nuovo Merckx” senza che poi le premesse si realizzassero, ma con Tadej penso che stavolta ci siamo davvero. Ha 23 anni e ha già vinto due volte il Tour de France, io alla sua età non lo avevo an­cora vinto. Avevo già capito che aveva qualcosa di speciale quando, al primo anno da professionista, aveva vinto tre tappe alla Vuelta, l’ultima delle quali attaccando a 37 chilometri dall’arrivo con tutta la Mo­vi­star che inseguiva dietro. E poi quest’anno al Tour, nella tappa de Le Grand-Bornand, ha distrutto tutta la concorrenza rifilando minuti su minuti. Credo che non abbia punti deboli, ha la mentalità e la professionalità del grande campione: quando hai queste doti, non hai punti deboli».
Ha un consiglio da dargli per gestire la pressione?
«Posso solo dirgli di rimanere coi piedi per terra, perché ogni anno si ricomincia da zero e ogni an­no dovrà di­mostrare di essere il più forte. Ma questo lui lo sa benissimo, e ha una grande squadra attorno a lui che lo potrà aiutare molto, curando tutto nei minimi dettagli. È un corridore completo, se rimarrà quello che abbiamo visto fino ad ora vincerà tanti altri Tour de Fran­ce e, ovviamente, anche il Giro d’Italia».
Per il resto, che cosa ci lascia questo 2021?
«Credo sia stato un grandissimo anno per il ciclismo. Ci siamo divertiti, le gare sono state quasi tutte belle, con tanti giovani che sono emersi con grande autorità. Dalla Strade Bianche alla Parigi-Tours (unica classica di prestigio che Eddy non è riuscito a vincere in carriera, ndr) direi che non ci siamo mai annoiati».
La corsa più bella?
«Senz’altro il Tour de France. Vedere Tadej Pogacar vincere in quella maniera mi ha esaltato».
Nel complesso le piace questo ciclismo?
«Non cambierei nulla, davvero. Ci so­no dei corridori fantastici, oltre a Po­gacar penso a Roglic, Alaphilippe, Van Aert, Van der Poel e lo stesso Eve­ne­poel. Era da tanto che non avevamo tanti fuoriclasse tutti assieme che si da­vano battaglia. La cosa bella è che sono corridori completi, vanno forte in più terreni, e poi sono bravi ragazzi, coi pie­di per terra e tanta voglia di vincere sempre».
Chi più di tutti le fa accendere la TV?
«Io la TV la accendo sempre se mo­stra­no il ciclismo, a prescindere dal fatto che ci sia un fenomeno in gara op­pure no».
C’è anche una grossa contaminazione con la MTB e il ciclocross.
«Noi avevamo la pista. Vi posso assicurare che le Sei Giorni non erano assolutamente uno scherzo. Con la pista impari davvero a fare il corridore, il colpo d’occhio, la velocità, le tattiche. Erano appuntamenti che ti prendevano tantissime ore di una giornata. Ma­cinavi chilometri su chilometri e alla fi­ne eri davvero esausto. Però poi quando correvi su strada ti accorgevi della differenza e ora è la stessa cosa con la MTB e il ciclocross. Ma anche i pistard continuano a togliersi belle soddisfazioni tra i grandi: ogni specialità regala qualcosa».
E poi vanno forte per tutto l’anno…
«Penso sia giusto così, una stagione su strada va da febbraio ad ottobre e cre­do che un corridore debba essere per­formante il più a lungo possibile. Non tutti ci riescono, ma credo che questa nuova generazione ci stia riuscendo».
Con questi ritmi non c’è il rischio che tramontino prima?
«Perché dovrebbero? Hanno grandi team alle spalle, tecnologie all’avanguardia, si conoscono alla perfezione. Per me possono anche avere una carriera lunga».
Gli attriti con Remco Evenepoel sono alle spalle?
«Non ho nessun attrito con Remco. Lui è una forza della natura, ma a mio modo di vedere deve ancora imparare a correre. Ha iniziato tardi, alcune cose ancora non le ha comprese. Basta guardare Roglic, anche lui ha cominciato tardi, ma poi pian piano è uscito e ora è un fenomeno in grado di vincere tut­to. Che Remco abbia delle doti eccezionali è assolutamente fuori di­scus­sione, anzi, per essere chiaro, sono un suo grande fan. Semplicemente non ho compreso il suo utilizzo al Mon­diale».
Cosa non è andato nella Nazionale belga?
«Credo che l’errore sia stato fatto pri­ma di tutto nella selezione. Ci sta che Wout Van Aert sia il tuo unico leader, ma allora perché non portare dei gregari veri e propri, magari come Van Hooydonck. Era davvero necessario portare tutti quei corridori della De­ceu­ninck? Per me è stato un errore. E poi c’è Remco: se lo porti non può essere un gregario. Questo è quello che ho sempre voluto dire».
Crede che Evenepoel avrebbe potuto vincere il Mondiale?
«Chi lo sa, penso sia impossibile da dire. Però credo che avrebbe dovuto avere più libertà negli ultimi 30 chilometri, non andava sacrificato in quella maniera. Magari facendo sempre la corsa con Van Aert, ma tenendogli Evenepoel al fianco il più a lungo possibile».
Insomma, al Belgio servirebbe una Na­zio­nale unita come quella dell’Italia.
«Quest’anno hanno sbagliato tattica, c’è poco da fare. Però con questo non direi che la Nazionale belga non sia unita; semplicemente hanno interpretato male la corsa. Gli errori servono per im­parare e credo che il prossimo sapranno riscattarsi».
Tra gli italiani chi le piace?
«Beh, Filippo Ganna è un fuoriclasse. Vince su pista, vince a cronometro e anche le corse in linea. Non sono d’accordo con chi dice che dovrebbe diventare un corridore da corse a tappe, la natura di un corridore non si cambia. E poi c’è Colbrelli, un campione, la sua vittoria alla Roubaix certifica la sua classe. Ho già avuto modo di dirlo, chi si sorprende del suo successo vuol dire che segue il ciclismo in modo distratto. Ha corso con intelligenza, sempre nelle prime posizioni, ora tutti sanno che può diventare un cliente pericoloso per le classiche monumento. E poi mi pia­ce molto Gianni Moscon: se corre co­me alla Roubaix, che avrebbe vinto se non avesse forato, ci farà divertire an­cora».

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