Villa, il capolavoro del maestro

di Giulia De Maio

Iprotocolli covid di To­kyo2020 non permettevano ai giornalisti di avvicinare le squadre, ma il 4 agosto dopo il trionfo del quartetto azzurro non ho resistito e ho ab­bracciato Marco Villa. In barba ai due metri di distanza e ai vassoi su cui do­vevo riporre il microfono per effettuare le interviste in zona mista, mi è venuto spontaneo come gesto di ringraziamento per la gioia immensa che ci aveva appena regalato con i suoi ragazzi. Nel velodromo di Izu Pippo Ganna lo aveva sollevato al cielo e tutti lo avevano stretto a sé. Atleti, dirigenti, collaboratori, persino gli avversari sanno che è lui ad aver rilanciato la pista italiana nell'ultimo decennio, con pochi mezzi e senza mai lamentarsi. Anche quando di motivi ne avrebbe avuti.
Dal 2011 è lui ad aver lottato con i club di casa nostra che stupidamente ritengono l’attività nei velodromi di serie B rispetto a quella in linea, ad aver co­struito un gruppo affiatato e competitivo, nonostante un velodromo a mezzo servizio e una concorrenza che ha at­trezzature, finanziamenti e un sistema di reclutamento che giustificano il terreno che abbiamo da recuperare nelle discipline veloci.
È lui ad aver convinto Elia Viviani ad insistere nella doppia attività strada-pista, ad aver fatto fruttare il suo oro come esempio concreto della multidisciplina che può portare fino al tetto del mondo. È lui che trova le parole giu­ste per sbloccare i suoi ragazzi quan­do le ruote non girano nella giusta direzione, quello con il quale discutono sui programmi, sulla tattica e i rapporti da adottare, quello che alla fine ascoltano, a cui si affidano con quel pu­gno contro pugno che ormai è diventato un rito prima del via, ed è lui che puntualmente ringraziano quando ta­gliano la linea bianca del traguardo, sempre più spesso a braccia alzate.
Lo sanno tutti che gran parte del merito di aver riportato il tricolore a sventolare più in alto di qualunque altra bandiera è suo, ma è stato proprio lui il primo a provare incredulità, quando sul maxischermo del tondino giapponese è apparsa la magnifica scritta Italy gold medal a fianco al tempo di 3'42”032 con l’aggiunta di WR, vale a dire World Record, record del mondo.
«Era un sogno, non pensavo si avverasse - ci ha raccontato a caldo ancora con gli occhi lucidi dopo aver guidato il quartetto azzurro all’impressionante media di 64,856 km/h -. Mi sono mo­strato fiducioso per caricare i ragazzi, ma pensavo la Danimarca fosse imbattibile. In semifinale, prima della caduta, erano in vantaggio di quasi un se­con­do e mezzo rispetto al nostro tem­po, ma analizzando la prestazione, forse, erano riusciti ad accelerare grazie alla scia dei britannici che ormai non erano lontani. Il nostro obiettivo era quindi di tenerli dall’altra parte della pista e affrontarli in un testa a testa. Pensavo che nella prima parte scappassero di più, invece siamo rimasti lì e abbiamo perso pochissimo nel terzo chilometro. Quando è arrivato Ganna in testa a tre giri dalla fine, con 6 decimi da recuperare, ho cominciato a crederci».
La forza è nel gruppo, non solo nei quattro ragazzi che sono scesi in pista: «A Rio ci eravamo messi in testa di portare il quartetto in alto, il gruppo è di qualità, giovane, con tanti talenti. Siamo stati bravi a far coincidere anche l’attività su strada. Non sono riuscito a trattenere le lacrime. Il primo messaggio l’ho mandato a Michele Scartezzini e l’abbraccio più lungo è stato con Viviani e Liam Bertazzo, riserva a To­kyo, se siamo arrivati fin qui è anche grazie a loro».
Nel momento più bello, il CT della pista ha avanzato una richiesta semplice. «Spero che il trionfo sia uno spot: praticare ciclismo, pure su pista, è bellissimo. Certo, ci vogliono strutture e investimenti. Ma un oro olimpico serve anche a questo».
Un appello doveroso visto che l’unica pista al coperto che abbiamo in Italia sta per richiudere i battenti. Il velodromo di Montichiari, in provincia di Bre­scia, ha bisogno di lavori di messa a norma, previsti da metà ottobre e per almeno quattro mesi non sarà agibile e utilizzabile.
Marco meriterebbe anche lui una me­daglia. Anzi quattro, come quelle che i suoi ragazzi d’oro gli hanno messo al collo, per una foto ricordo da incorniciare. Il 52enne cremasco, che la nostra testata ha premiato con l’Oscar tut­toBICI quale miglior direttore sportivo italiano del 2020, si è lasciato andare, lui sempre calmo e freddo, ad un gesto di esultanza ma non si è preso vacanze e, fin dal giorno successivo al rientro in Italia, si è rimesso al lavoro. Ha guidato Elia Viviani sul podio olimpico a cinque anni dal trionfo in Bra­sile, ribaltando un Omnium che era cominciato nel peggiore dei modi. Ur­landogli in faccia mentre era sui rulli, ha rimesso in sesto un uomo completamente diverso da quello di Rio2016, minato nelle certezze da due anni complicati e a corto di vittorie, appesantito dalla pressione di portabandiera di un’Italia da record al cui bottino voleva ad ogni costo contribuire. Gli resta il rammarico per la prova sottotono del suo primo campione olimpico in coppia con Simone Consonni nella Ma­di­son, una prova a cui è particolarmente legato, avendo vinto la medaglia di bron­zo a Sydney2000 con Silvio Mar­ti­nello.
Il suo percorso fatto di tante pacche sulle spalle e pochi aiuti concreti, culminato con l’oro olimpico del quartetto, è partito da lontano e non vuole essere un punto di arrivo ma una tappa intermedia di una continua crescita. I titolari – oltre al piemontese Ganna, il veneziano Francesco Lamon, responsabile della partenza, il regista bergamasco Simone Consonni deputato ad evitare strappi e a cucire eventuali buchi, il debuttante friulano Jonathan Milan che alla prima occasione ha di­mo­strato di che pasta è fatto – hanno un’età media di 24,5 anni e già ai Mon­diali di Berlino 2020 erano finiti sul podio (bronzo): su di loro si potrà contare pure a Parigi, ma del gruppo fanno parte a pieno titolo anche Bertazzo e Michele Scartezzini, ultimo escluso dal viaggio in Giappone. Certamente ad ottobre, tra Europei e Mondiali, pure loro torneranno in ballo.
«Abbiamo a disposizione un gruppo an­cora giovane, alle cui spalle stanno crescendo nuove leve interessanti, co­me dimostrano i risultati ottenuti da junior e under 23 ai recenti Campionati Europei di Apeldoorn. Penso a Sa­mue­le Bonetto che ha vinto il titolo continentale nell'inseguimento individuale juniores stampando il nuovo record italiano di categoria (3’13”980), ma anche a Davide Boscaro, Stefano Moro, Man­lio Moro. Io seguo tutti e valuto le prestazioni, per decidere alla fine guardo il cronometro» spiega il CT che ha anche un gruppo whatsapp a lui intitolato. Sono 23 le persone che fanno parte della chat “Chi non sopporta Villa”, creata nel gennaio 2016 dai ragazzi per prendere in giro affettuosamente il loro amato CT che li fa faticare non poco in allenamento: comprende lo stesso commissario tecnico, i corridori e il personale del gruppo pista della Nazionale Italiana. Tutti impegnati per un finale di stagione ricco di appuntamenti a cui rispondere ancora una volta presente.
«Dal 9 al 12 settembre ci attende la Cop­pa del Mondo a Calì, in Colombia, poi in base all’attività che i ragazzi svolgeranno su strada andremo a inserire allenamenti specifici in pista in vista di Europei (5-9 ottobre a Gren­chen, in Svizzera) e Mondiali (20-24 a Roubaix, in Francia). Se la squadra asseconderà il suo volere, Elia parteciperà sia alla rassegna continentale che a quella iridata, mentre Pippo salterà la prima per concentrarsi sulla seconda» racconta Villa.
«Eravamo abituati a non essere i favoriti, ora non possiamo più nasconderci. Vogliamo far bene e onorare il titolo. Sono felice che i ragazzi abbiano voglia di andare avanti e fiducioso per tutte e tre le discipline in cui eravamo presenti a Tokyo. Elia nell’Omnium ha dimostrato di essere una garanzia e spulciando nei regolamenti il suo bronzo poteva essere un argento. Purtroppo essendoci alcune regole a interpretazione, il metro di misura non è sempre coerente. L’assegnazione del giro, per esempio, è a discrezione del giudice, quindi nella stessa gara abbiamo visto un olandese al quale non è stato assegnato il giro quando per oltre quattro tornate ha collezionato punti stando a cinque metri dal gruppo, girando anche in balaustra, e due ore dopo un neozelandese chiudere la corsa a punti a die­ci metri da un gruppo decisamente frastagliato a cui al contrario vengono as­segnati i 20 punti in palio per il giro, senza tentennamenti» chiosa Villa, passando la palla al collega del settore fem­minile Edoardo Salvoldi, che da Tokyo2020 è tornato con il bronzo di Elisa Longo Borghini nella prova in linea.
Dino in pista ha schierato ragazze giovani, di sicuro talento ma poco affiatate tra loro, un po’ spaesate dal debutto nel più grande evento sportivo a cui potranno mai partecipare e stressate dalla competizione interna che il plurititolato commissario tecnico non ha cercato in alcun modo di smorzare, annunciando solo all’ultimo chi sarebbe scesa in pista.
Il quartetto composto da Letizia Pa­ter­noster, Elisa Balsamo, Vittoria Guaz­zi­ni e Martina Alzini (con quest’ultima inserita solo nell’ultima prova al posto di Rachele Barbieri) ha ottenuto il 6° posto e fatto registrare il nuovo record italiano in 4’11”108, mentre la Ger­ma­nia ha alzato l’asticella fino a 4’04”242, nuovo record del mondo. Elisa Bal­samo, caduta sia nella madison disputata con Letizia Paternoster che nell'omnium, è stata particolarmente sfortunata. Martina Fidanza, sugli spalti di Tokyo2020 in qualità di riserva per l’intera trasferta giapponese, si è riscattata agli Europei giovanili dove si è messa al collo ben tre medaglie: il bronzo nello scratch, l’oro nell'inseguimento a squadre e nell’americana in coppia con Chiara Consonni, sorella dell'olimpionico Simone e fresca campionessa continentale anche dell’eliminazione e del quartetto. Tripletta d’oro per Silvia Za­nardi, altro elemento prezioso del trenino under23, che indossa anche la ma­glia stellata di numero 1 in Europa del­la categoria nella corsa a punti e nell’inseguimento individuale, confermando una volta di più che il futuro azzurro è rosa.
«Questo gruppo, ne sono certo a Pa­ri­gi2024 potrà lottare per le medaglie. Per colpa di alcuni episodi di gara e dell’incapacità di reagire agli imprevisti, frutto della giovane età delle ragazze, non siamo riusciti a di­mostrare il nostro valore come speravo - afferma Dino Sal­vol­di, già al lavoro in vista degli Europei su strada di Trento dall’8 al 12 settembre e delle sfide mondiali su strada in Belgio e di pista in Fran­cia. - Ci attende una successione di grandi eventi incredibili, tutte le atlete impegnate in Giappone più altre saranno coinvolte in maglia azzurra, chi in un evento chi in un altro. Cercheremo come sempre di essere protagonisti, la voglia di rivincita dove siamo andati meno bene non manca, così come la volontà di confermarci come squadra di riferimento».
Di sicuro alle ragazze resta un’esperienza che tornerà loro preziosa e l’immagine vivida del trionfo dei compagni, che a Rio convocati all’ultimo per l’esclusione della Russia conclusero delusi quanto loro e ora sono d’oro.

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