Caruso, il trionfo dell'umiltà

di Francesca Monzone

Aveva lasciato la sua Sicilia da ragazzo per fare il corridore professionista e sbarcando sulla Penisola non immaginava che un giorno sarebbe salito sul podio del Giro d’Italia. Il gregario diventato ca­pitano ha saputo cogliere l’occasione in maniera mirabile e conquistare una tappa alla corsa rosa e il secondo posto della classifica generale.
In piazza Duomo è salito sul palco dei campioni vicino a Egan Bernal, il vincitore, e a Simon Yates, terzo. I suoi occhi scuri brillavano per l’emozione, mossi dalla consapevolezza di aver fatto qualcosa di grande per se stesso, per la sua famiglia e per Mauro Bat­ta­glini, quel procuratore che lo aveva aiutato a realizzare il suo sogno e che lo scorso an­no è venuto a mancare.
All’Alpe Motta il ragusano ha scritto una delle pagine più belle della sua storia, fatta di sacrifici e di speranza, con la vocazione di essere prima di tutto un bravo uomo e poi un corridore.
La vita di Damiano Caruso è tinta dei colori forti dell’Etna e del sole, che si perde nel mare della sua Sicilia, e della sua famiglia, con il papà poliziotto che gli ha insegnato ad essere coraggioso. Una figura importante quella di pa­pà Salvatore, che negli anni Ottanta faceva parte della scorta del giudice Falcone e che ha trasmesso a Damiano i valori che hanno caratterizzato tutta la sua vita. Anche se Caruso è partito da ragazzo, la Sicilia non l’ha mai la­scia­ta in modo definitivo, perché sapeva che quei profumi e quelle persone non li avrebbe potuti trovare in nessun altro posto del mondo. Il suo è sempre stato un arrivederci e mai un addio. Da professionista, infatti, non ha scelto come tanti Monaco o la Svizzera, perché non ha mai accettato compromessi.
Al via da Torino, al Giro di quest’anno, Caruso si è presentato con i gradi del gregario di lusso e il compito di aiu­tare Mikel Landa a vincere la corsa rosa.
«Aiuterò Mikel a conquistare questo Giro - aveva detto alla vigilia della corsa -: si è preparato bene e farò di tutto per scortarlo verso il successo. Poi, se la squadra mi darà fiducia e ci sarà l’opportunità, cercherò di tirare fuori anche qualcosa per me».
Nessuno poteva immaginare che pochi giorni dopo la partenza della corsa rosa, Landa sarebbe stato costretto al ritiro a causa di una bruttissima caduta a Cattolica. Damiano e i suoi compagni non si sono persi d’animo e le sue pa­role da subito non hanno lasciato spazio ai dub­bi.
«Perdere Landa è stato brutto per tutti quanti noi. Ma dobbiamo rialzarci, non piangerci addosso e reinventarci. In squadra ci siamo Pello Bilbao ed io, en­trambi possiamo fare qualcosa di buono».
Come spesso succede in questi casi, è stata la strada a decidere le sorti della Bahrain Victorious e Damiano Caruso è diventato capitano, con Bilbao a fargli da angelo custode. Una corsa di altissimo livello, quella del siciliano, culminata con il grande successo dell’Alpe Motta e il secondo posto nel­la classifica finale.
«Lavorare per gli altri fa perdere l’abitudine alla vittoria - ha detto il siciliano dopo  il successo di tappa -: durante la tappa non pensavo alla vittoria, solo non volevo vanificare il lavoro di Pello. Ho pensato solo a spingere e godermi il mio momento. Mi sono stati insegnati valori importanti, prima di essere ciclista, provo ad essere un uomo, una brava persona».
Caruso una brava persona lo è davvero, apprezzato e rispettato in gruppo: il giorno prima dell’ascesa allo Zoncolan, per esempio, aveva ricevuto un messaggio importante da Alessandro De Mar­chi, il corridore della Israel Start Up che aveva vestito la maglia rosa. Il friulano si era ritirato in seguito ad una caduta e dal letto d’ospedale aveva raccontato a Damiano i segreti dello Zon­colan, che lui non aveva mai scalato. «Quello di De Marchi è stato uno dei messaggi più belli in questa corsa. Questo mi fa capire che le amicizie ci sono e sono tante. Rendiamoci conto, un ragazzo che fino a qualche giorno prima era in maglia rosa, in un attimo si è ritrovato in ospedale e malgrado questo, ha avuto la delicatezza di raccontarmi come affrontare lo Zon­co­lan».
Damia­no Caruso con questo Giro e dopo il decimo posto al Tour dello scorso anno ha finalmente voltato pagina, trovando la consapevolezza di chi sa come gestire una corsa.
«Non mi sono mai sentito un campione, perché non avevo mai vinto da campione, ma dopo quello che ho fatto sull’Alpe Motta forse devo ricredermi. Da domani non sarò un vincente, ma avrò la piena consapevolezza di quello che posso fare in futuro».
Una consapevolezza che è frutto del lavoro, della dedizione e della determinazione: lo scorso anno aveva lavorato per Landa al Tour de France, chiudendo al decimo posto come migliore degli italiani. Le immagini che ci tornano alla mente sono quelle di Damiano in testa al gruppo in piedi sui pedali con lo spagnolo attaccato alla sua ruota. A settembre poi al Mondiale di Imola, corso sempre come gregario di lusso, ha chiuso al decimo posto in una corsa veramente difficile, ancora una volta migliore degli italiani.
Nella sua carriera i successi non sono molti: nel 2013 ha conquistato la quinta e ultima tappa della Settimana In­ter­nazionale Coppi e Bartali e poi nel 2020 in Spagna al Circuito de Getxo è arrivato primo davanti a Giacomo Nizzolo. Ha vestito anche la maglia di leader alla Tirreno-Adriatico, ma la sua carriera è stata tutta al servizio di corridori importanti, che ha aiutato a vincere. Tra questi troviamo Ivan Basso, Tejay Van Garderen, Samuel San­chez, Richie Porte e per finire Mi­kel Landa.
Con lo spagnolo alla Bahrain Vic­torious è nato immediatamente un rapporto di fiducia importante e una forte amicizia che li lega anche fuori dalle corse. Lo scorso di­cembre Damiano era con Landa, Bilbao e Sonny Col­brelli in Spa­gna per lavorare in altura e preparare la nuova stagione. In quel periodo Ca­ruso raccontava ancora della sua Sicilia e di co­me, la sua terra doveva essere rivalutata ciclisticamente.
«La Sicilia ha un clima unico - a no­vembre ti alleni ancora con le maniche corte e puoi andare in montagna o ri­manere in pianura, veramente non ci manca nulla. Abbiamo sempre il sole, la neve l’ho vista solo una volta, quando venne Sonny Colbrelli a trovarmi per fermarsi qualche giorno per lavorare insieme. Comunque, a prescindere dalla batture, Sonny è un grande ami­co».
Colbrelli è un compagno straordinario per Caruso e avrebbe voluto essere a Milano per congratularsi con lui, ma do­veva correre al Delfinato, scattato proprio il 30 maggio. Allora il bresciano ha voluto mandare un messaggio importante a Davide Cassani, commissario tecnico della nazionale, chiedendogli di portare Caruso come capitano a Tokyo. Il percorso olimpico potrebbe essere adatto proprio al siciliano e Cassani, che sul traguardo all’Alpe di Motta ha abbracciato quello che lui chiama “un suo ragazzo”, lo sa molto bene.
Tornando alla corsa rosa, l’umile Ca­ruso non sapeva cosa fare dopo il ritiro del suo capitano - se curare la classifica o puntare ai successi di tappa - poi però ha trovato dentro di sé il coraggio e la determinazione giusta per fare uno e l’altro. L’Alpe Motta probabilmente resterà per molti la tappa più bella di questo Giro d’Italia 2021, perché la vittoria è andata ad un ragazzo che inseguiva un sogno importante, ci credeva e lo ha realizzato. Non pensava di conquistare quel traguardo così prestigioso e difficile, ma le occasioni nel ciclismo nascono all’improvviso, quando le gambe sono buone e ti fidi delle sensazioni che provi.
«Quel traguardo è stata una liberazione per me, perché quando è caduto Mikel non sapevo che fare, se correre per le tappe o pensare a curare nella classifica. Il nostro non è stato un atacco pianificato, ma in corsa servono anche un pizzico di follia e di intelligenza. Abbiamo interpretato bene la corsa, a Pello ho detto di portarci il più avanti e questa è stata la scelta vincente: gran parte della vittoria è merito suo».
Damiano primo nella ventesima tappa è un’immagine che resterà impressa negli occhi di tanti, come la pacca sulla spalla data a Pello Bilbao sull’ultima sa­­lita per ringraziarlo del lavoro fatto. Questo perché la maggior parte delle volte, era Damiano ad essere ringraziato alla fine di una tappa dal proprio ca­pitano. In quel momento, più che mai, Caruso si è sentito leader, pronto a da­re tutto per arrivare per primo.
«La differenza tra gregario e capitano è la pressione, perché tutto è incentrato su di te. Da gregario sono stato al servizio di tanti capitani, ma sapevo che nessuno mi avrebbe chiesto perché non vincevo. Ho fatto qualcosa di importante lo so, ma rimango il Caruso di sempre, non sono cambiato, c’è solo una maggiore consapevolezza. Mi ero lanciato in quella sfida per me stesso, perché  non avevo nulla da perdere».
Le certezze in un grande giro non ci sono mai e il siciliano ha vissuto anche gironi difficili, come quello di Mon­talcino nella tappa delle strade bianche toscane.
«Ero super contento dopo Montalcino perché era la tappa che temevo di più. Da lì in poi ho iniziato a pensare “perché accontentarsi, mal che vada tornerai ad essere il Caruso di sempre” mi sono detto. Così ho pensato di poter realizzare sogni non impossibili e alla fine mi trovo a raccontare questa storia. Spero che in tanti mi vogliano be­ne perché nella vita ho sempre cercato di essere prima un uomo che un corridore e di avere sempre con me quei valori che ho sempre seguito anche nel mio lavoro e che mi hanno permesso di co­struire amicizie importanti per me».
Damiano Caruso, l’umile siciliano dal­lo sguardo profondo, ha realizzato il suo sogno e raccontato al mondo intero una storia bellissima, epica e romantica, che riporta alla mente il ciclismo di altri tempi. Questo è il racconto del ragazzo di Ragusa al quale il papà poliziotto ha insegnato ad essere coraggioso. Questa è la storia di Damiano, il ragazzo che tanti anni fa lasciò la sua terra per tornare un giorno da eroe del popolo, eroe di quella gente che il 29 maggio lo incitava spingendolo con le grida in salita e che il giorno dopo lo applaudiva a Milano mentre saliva sul podio del Giro d’Italia.

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