Mauro Gianetti: «La mia UAE Emirates di talenti»

di Pier Augusto Stagi

Calmo, serafico e riflessivo, eppure anche Mauro Gia­netti si è trovato a saltare per la gioia. Ticinese di Lugano, classe ’64, un passato da ciclista professionista (dal 1986 al 2002), con in bacheca una trentina di vittorie, tra le quali spiccano di luce propria una Amstel Gold Race e una Liegi (1995), una Milano-Torino e una Japan Cap oltre ad un secondo posto mondiale proprio a Lugano nel 1996 e un terzo posto nella classifica di coppa del Mondo, oggi è il Ceo della UAE Emirates, una delle formazioni più attrezzate a livello mondiale. Un nuovo progetto, da lui varato, che sta diventando con il tempo un modello.
Allora Gianetti, questo è il momento an­che di festeggiare.
«E l’abbiamo fatto, come è giusto che sia, anche se la nostra missione è quella di pensare sempre a cosa migliorare e come».
Mi sembra che siate sulla buona strada.
«Questo è vero, non possiamo certo lamentarci per come sta andando questa stagione così difficile e complessa ma anche compressa, però come tutte le cose sono migliorabili e noi siamo pagati per cercare di fare sempre me­glio, esattamente come un atleta di alto livello».
Esattamente come Tadej Pogacar.
«Esattamente. Lui è il terminale fantastico del nostro lavoro. Spesso si lavora bene, ma i risultati faticano ad arrivare per mille e più ragioni, e questo vale per tutti, non solo per noi. Poi si trovano i talenti che valorizzano in un colpo tutto».
Una vittoria che per gli Emirati è chiaramente importantissima.
«Era un sogno: per noi e per loro. Di­ciamo che è stato il punto di partenza sognato, ma forse nemmeno noi pensavamo di arrivarci così presto. Però questa è la forza del ciclismo. Questo è quello che ho spiegato quando ho esposto e proposto non una semplice sponsorizzazione, ma una collaborazione diretta di un grande Paese nel mondo delle due ruote. A loro ho sempre spiegato: non c’è sport o evento che possa essere più identificativo del ciclismo. Se vince la squadra degli Emi­rati, vinci per davvero tu. Con i tuoi capitali, ma con un tuo progetto e cre­do. Non sei semplicemente uno sponsor, sei un veicolo di comunicazione pazzesco. Loro ci hanno creduto e oggi siamo qui a festeggiare qualcosa di bellissimo».
Festa grande negli Emirati.
«Come è giusto che sia. Da Matar Al Yabhouni, il presidente del nostro team, a tutti i vertici del governo stanno davvero vivendo un momento molto bello e noi siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto assieme. La vittoria al Tour, per loro, è chiaramente il successo sportivo più grande di sempre».
E dire che avevate portato Taddeo a fare esperienza…
«E l’ha fatta. Cosa posso dire? È un ragazzo che impara in fretta. Io non ho mai trovato un corridore così. Non voglio fare paragoni con atleti del passato, perché non avrebbe senso, però Tadej è un ragazzo serio, attento e fur­bo: ha tutto per essere un grandissimo. Non sottovaluta niente e nessuno, ma al contempo ascolta e rispetta. Da im­portanza a quello che gli dici e si applica».
Peccato aver perso due pedine importanti come Formolo e Aru.
«Verissimo, sarebbero stati entrambi molto utili alla causa, invece per una ragione o per un’altra, abbiamo dovuto farne a meno, ma i ragazzi mi sembra che siano stati bravissimi a sopperire a queste due grandi assenze».
Per Taddeo Tour e Mondiale, adesso cosa lo aspetta?
«Freccia e Liegi, poi vediamo. Mi sembra che abbia già fatto benino…».
Al Giro con chi?
«Con una bella squadra e soprattutto un giovane per noi molto interessante come Brandon Mc Nulty (campione del mondo crono juniores nel 2016, ha vinto l’anno scorso il Giro di Sicilia, ndr): è giovane, anche lui è un classe ’98 e vedrete che farà vedere qualcosa di buono».
Cambiamo argomento: Fabio Aru. Che fare?
«È chiaro che tutti noi, compreso lui, ci aspettavamo in questi tre anni qualcosa di più. Molto di più. È chiaro che è stato anche molto sfortunato, ma è al­trettanto chiaro che non è solo un problema fisico».
E di quello che ha detto Saronni?
«Beppe (Saronni, ndr), subito dopo il suo ritiro, a caldo è stato molto severo nella sua disamina, ma ha ragione col dire che avrebbe dovuto fare molto di più, che era necessario che fosse rimasto per dare il suo apporto alla squadra, anche se non ho condiviso le sue critiche allo staff dirigenziale. Io lo confermo, il ragazzo aveva valori fisiologici migliori di quelli di un anno fa ma, come ho detto, purtroppo non è solo una questione fisica. Noi possiamo arrivare fino ad un certo punto. Adesso tocca anche a lui».
Ci saranno cambiamenti nel 2021?
«Arriverà Matteo Trentin, e molto probabilmente un altro buon corridore. Poi proseguiremo sulla nostra linea green: questa è la nostra vera mission. Poi dovrebbe esserci un arrivo importante in ammiraglia (si fa il nome di Fabio Baldato, ndr): Bruno Vicino va in pensione, e forse Neil Stephens po­trebbe anche lui decidere di lasciare. Per il resto la struttura c’è ed è più che collaudata. Come le ho detto: cerchiamo di migliorare, senza stravolgere. Piccoli passi verso una perfezione ideale. L’obiettivo è crescere continuando a vincere: sempre di più».
Proprio come Pogacar.

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