Editoriale
LETTERE & LETTERINE. Sei righe sei, per chiedere spiegazioni al presidente del Coni Gianni Petrucci e al presidente Federale Gian Carlo Ceruti. Poche righe insomma per avere delle delucidazioni sulle convocazioni olimpiche che Franco Ballerini era prossimo ad effettuare. Una lettera datata 13 luglio con mittente ACCPI, l’Associazione dei Corridori Ciclisti Professionisti Italiani.
Con tutto il rispetto dovuto all’Associazione e al suo presidente Amedeo Colombo, francamente fatichiamo a capire. O meglio, possiamo immaginare e di conseguenza ipotizzare una sorta di pressione che, con ogni probabilità, il numero uno del sindacato dei corridori italiani ha dovuto sopportare da almeno un paio di corridori in profumo di azzurro esclusi proprio sul filo di lana. E dal contenuto della missiva si può anche comprendere di quali corridori si tratta: «Egregio presidente, mi permetto di contattarVi dopo aver preso visione di alcuni articoli di giornale riferiti all’imminente convocazione dei corridori destinati a disputare le Olimpiadi di Atene. Esaminando questi ritagli di stampa, pare di intendere che alcuni atleti potrebbero non essere convocati in considerazione del loro coinvolgimento in inchieste giudiziarie. Vi sarei grato se voleste chiarire, a tale proposito, la reale posizione del CONI e della FCI rispetto ai Probabili Olimpici».
Una lettera certamente garbata, molto misurata, ma a nostro parere inopportuna e per certi versi tardiva. Questo tipo di lettera, casomai, andava indirizzata all’UCI - almeno una decina di giorni prima -, per la spiacevole questione Di Luca & C. al Tour de France. Magari anche dopo, vista la vicenda che ha reso protagonisti sua Maestà Tour Lance Armstrong e il nostro Filippo Simeoni. Tornando alla lettera, crediamo che le scelte tecniche operate da Franco Ballerini siano state giuste e condivisibili. Il ct ha fatto benissimo a plasmare una squadra attorno a Paolo Bettini, l’uomo più forte da tre anni a questa parte nelle corse di un giorno. Una squadra solida, compatta, coesa e soprattutto incentrata solo e soltanto sul piccolo grande uomo livornese, al quale sono stati affiancati quattro compagni di squadra bravi, affidabili e disposti a lavorare come pochi altri. Era abbastanza chiaro, anche prima del capolavoro di Atene, che Ballerini mirava a creare una «squadra famiglia», e non c’era bisogno alcuno di mandare lettere per capirlo. Potrà un tecnico fare scelte tecniche, o deve forse indire un concorso pubblico? Potrà rischiare di testa sua, visto che ci mette la faccia? Invece di una lettera per chiedere spiegazioni, perché non una letterina per complimentarsi di come i ragazzi si sono comportati ad Atene? Bastava una semplice letterina, e sia ben inteso non ci riferiamo a quelle che circolano negli studi di Canale 5 al fianco di Gerry Scotti.

BASETTE & BARBA. Adesso possiamo dirlo: a Bettini mancano anche i basettoni d’oro del concittadino spadaccino Aldo Montano. E sì, Paolo vince, stravince, convince ma ci sono sempre dei se e dei ma che lo accompagnano.
Non è alto, non ha gli occhi azzurri, non ha capelli biondi e quei pochi sono semplicemente castani, non ha la mascella volitiva, non ha neppure il sorriso sciupafemmine né tantomeno il fisicaccio da bagnino acchiappa pupe, e adesso sappiamo anche che non ha la basetta di Montano che fa la differenza e piace tanto alle strappone della Versilia. È semplicemente e fortissimamente un serio, serissimo professionista del pedale, che vince senza clamori, ma con regolare puntualità. E quello che ci piace e per certi versi gli invidiamo è la sua serena e risoluta tranquillità. Lui non se la prende, lui vola più alto. Sembra dire: il mio oro è un po’ meno luccicante di quello di Montano perché lui è più belloccio? Embé, io sono contento così. L’oro olimpico è importante ma non vale per il ciclismo una maglia iridata (concetto che noi ad ogni buon conto condividiamo)? Pazienza, io intanto ho anche l’oro olimpico e per la maglia iridata mi attrezzerò per il futuro.
Sereno, serafico, convinto di poter centrare tutti i suoi traguardi con calma grazie al suo silenzioso puntiglio. Lui non fa proclami, non ne ha mai fatti: alle parole ha sempre preferito i fatti. D’altra parte è la sua storia di corridore così. C’è chi da dilettante lo considerava un buon elemento ma non un super, e nel mondiale di Lugano, quello del primo, secondo, terzo e quarto, a lui toccò la medaglia di legno, e con le lacrime agli occhi fu invitato a salire sul podio per la foto con Figueras, Sgambelluri e Sironi. Ma lui seppe aspettare. Silente uomo di fiducia di Bartoli, quando gli si presentò l’occasione (grazie alla Mapei che lo trasformò da uomo su cui puntare in punta) spiccò il volo per trovare la sua dimensione. Da quel momento è stata una crescita costante. Adesso lui sul podio c’è sempre, i suoi compagni di Lugano no. E alla faccia di quanti impazzirebbero di rabbia e si roderebbero il fegato perché ogni volta c’è qualcosa o qualcuno che ti porta via un po’ di scena, lui resta fedele al suo personaggio (perché a questo punto di personaggio si tratta): tranquillo e sereno, noncurante di queste bischerate da rotocalco. Paolo si è preso la medaglia d’oro e se n’è tornato a casa il giorno dopo il capolavoro di Atene dalla sua Monica e dalla piccola Veronica: in quanto a spirito olimpico non è proprio secondo a nessuno. Sì lo sappiamo: non è alto, né biondo e non ha nemmeno le basette d’oro... Che barba.
Pier Augusto Stagi
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