Cavendish, una pagina da chiudere in fretta

di Giulia De Maio

Nel Mandela’s Day Mark Ca­vendish avrà ripetuto a se stesso più volte una frase di Madiba, il grande padre del Sudafrica dopo l’apartheid, che ha fatto la storia: «Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si mai è arreso».
Il 18 luglio scorso l’uomo di punta della Dimension Data for Qhubeka, con in testa il caschetto arancio che ce­lebrava l’importante anniversario, è fi­nito fuori tempo massimo. Il giorno pri­ma si era salvato per soli 33 secondi, poi la seconda tappa alpina si è rivelata fatale per il 33enne britannico, che ha tagliato il traguardo di La Rosière 1h5’33” dopo il vincitore di tappa Ge­raint Thomas. Il tempo massimo (già aumentato del 2% rispetto al calcolo della vigilia) era di 31’26”.
Vincitore di trenta tappe in carriera al Tour, Mark aveva nel mirino il record di Merckx (34 successi alla Grande Boucle) ma è dovuto tornare mestamente a casa. E non lo consola di certo il fatto che insieme a lui sulle Alpi siano stati estromessi dalla corsa o si siano ritirati tanti altri velocisti, tra cui Kittel, Greipel, Gaviria e Groene­we­gen, con questi due che però avevano già messo in ta­sca due vittorie di tappa a testa.
«Da due anni a questa parte, al Tour non va come lo avevo programmato. L’an­no scorso sono stato costretto ad ab­bandonare alla quinta tappa a causa della caduta in volata con Sagan e dalla conseguente frattura alla clavicola, questa volta ho sofferto come non mai in salita. Sapevamo fin da ottobre, da quando il percorso del Tour è stato presentato, che le tappe alpine sarebbero state durissime, ma ho voluto provarci. Sappiamo che quando le salite sono dopo pochi chilometri dal via o di­stribuite lungo tutta la giornata è dav­vero dura per i velocisti, che si salvano più facilmente quando c’è solo una salita nel finale di tappa. Questa volta ho proprio sentito di aver raggiunto il mio limite: i compagni volevano aspettarmi, ma quando ho capito di non potercela fare ho chiesto loro di proseguire senza di me e io ho continuato del mio passo. Ho comunque voluto arrivare al traguardo per rispetto di me stesso e della corsa. Sono sce­so di bici per salire sul camion scopa solo una volta da neoprofessionista e, da allora, mi sono ripromesso di non farlo mai più. La linea d’arrivo è speciale, anche quando non la tagli per pri­mo. E dopo tutto il lavoro della squadra non potevo semplicemente mettere il piede a terra, non è da me. Chiaramente sono deluso, ma le gare in bici sono così. Non è stata la prima volta che una salita mi ha messo ko e non sarà l’ultima. Tornerò più forte l’anno prossimo» ha commentato dopo aver smaltito la frustrazione.
Nel 2016 fece sue quattro tappe e in­dossò la maglia gialla, quando ormai non ci sperava nemmeno più, dopo averla sfiorata a Bastia nel 2013 e a Har­rogate quattro anni fa. In entrambe le occasioni il sogno franò pesantemente per due cadute che lo tolsero di mezzo nel peggiore dei modi. Quel simbolo si aggiunse alla maglia iridata, alla rosa del Giro e alla rossa della Vuelta, che già brillavano nel suo eccezionale palmares. E fu anche la prima maglia gialla per una squadra di matrice africana come la Dimension Data, espressione agonistica della Fonda­zio­ne Qhubeka che vuo­le mettere in sella i bambini del Continente Nero e agevolare i lunghi spostamenti per andare a scuola in cambio di rifiuti riciclati o al­beri piantati.
Mark è uno che è caduto spesso, ma che si è sempre rialzato. In auto con il fedele compagno Mark Renshaw e con Rigoberto Uran, out per le conseguenze della caduta sul pavè, il velocista in­glese è rientrato a casa per preparare il finale di stagione. A fargli tornare il sorriso ci avrà pensato la sua “crew”, la moglie Peta Todd e i figli De­lilah, Frey e il piccolo Casper, che è venuto al mon­do a fine maggio e ha preso il suo primo volo aereo della vita proprio per essere presente alla pri­ma tappa del Tour e tifare per papà.
La storia di Mark è cominciata in un giorno di metà maggio a Ca­tan­zaro, al Giro d’Italia, dieci an­ni fa. Quel giorno vinse la prima di una serie (ancora aperta) di 48 tappe nei Grandi Giri, battendo il tedesco Forster e il no­stro Daniele Bennati. Era un ra­gazzino venuto dall’Isola di Man, competitivo e ambizioso come po­chi, dallo slang arduo da comprendere: memorabile una sua battuta «Marco Pinotti (ai tempi suo compagno, ndr) parla inglese meglio di me».
E l’Italia ce l’ha nel cuore. Cre­sciu­to ciclisticamente in Toscana, tirato su da Max Sciandri, ama la Ve­spa, il caffè perfetto che gli fanno al bar a Quarrata, gli amici di sempre che in­contra appena può. Leggenda dello sport inglese, ha la modestia di riconoscere che certi paragoni con i grandi della storia delle due ruote lasciano il tempo che trovano. «Quando cominciai a pedalare mai avrei pensato di essere nominato nella stessa frase con Eddy Merckx e Bernard Hinault (che, a proposito di tappe vinte al Tour, ha già superato visto che il bretone ha chiuso a quota 28, ndr). In nessun modo posso essere paragonato a loro. Vincere tante tappe per un velocista è il minimo sindacale, il Cannibale è stato qualcosa di mostruoso, d’inavvicinabile, così come il Tasso, che aveva caratteristiche ben diverse dalle mie» ha ri­badito spesso ai giornalisti, categoria che non ama particolarmente.
Per il prosieguo di questa ricca carriera, gli auguriamo maggiore fortuna rispetto all’ultimo periodo, visto che la buona sorte sembra proprio avergli voltato le spalle. Cav aveva iniziato be­ne il 2018 con la vittoria della terza tappa del Dubai Tour. Solo poche settimane più tardi però è finito a terra nel tratto neutralizzato verso il chilometro zero della prima tappa dell’Abu Dhabi Tour. Alla Tirreno-Adriatico ha rimediato una costola rotta e lesioni facciali, volando nella cronosquadre di apertura. Il capitombolo peggiore è stato di sicuro alla Milano-Sanremo quando ha centrato in pieno uno spartitraffico in diretta tv. Il referto medico questa vol­ta recitava costola rotta, più graffi, lividi e problemi alla caviglia.
Dopo sei settimane il Missile di Man è tornato alle corse al Tour of Yorkshire e ha preparato al meglio la Grande Bou­cle, a cui ha dovuto dire arrivederci con un ottavo posto come miglior risultato ottenuto nell’ottava tappa. Dav­ve­ro poco per uno che ha a portata di mano (o meglio di gamba) il record di vittorie di un mito come Eddy Merckx e farà di tutto, ne siamo certi, per di­mostrare che questo Tour non rappresenta la fine di un’era, ma solo una brutta pagina da voltare in fretta.

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