Scripta manent
Cipollini, il ciclismo e il ricordo
di Gian Paolo Porreca

Caro Cipollini,
noi la ringraziamo profondamente per la lezione di umanità, e di morale, se è lecito, insita nelle sue vittorie al Giro, e nel suo stesso superare il record di Alfredo Binda.

La ringraziamo innanzitutto, da umili appassionati e da testimoni narratori, dell’aver scelto per i suoi nuovi e determinanti trionfi i luoghi di casa, la Toscana, dimostrando esemplarmente come anche un campione di tutto il mondo possa aver intimamente bisogno delle ineffabili sensazioni, di quell’ulteriore sollecitazione sentimentale che è propria degli angoli, dei panorami, dei profumi delle strade familiari.
E le siamo grati per la semplicità, per la dolcezza del suo riferimento, dopo il successo di Montecatini, alle passeggiate in bici, lei da bambino, con suo padre Vivaldo, sulle colline, a vedere il cimitero dove era sepolta sua nonna, la madre appunto di suo padre.
Una dedica grata a chi - un padre - ci ha insegnato a vivere, una dedica dalla pronuncia così accorata, che non ricordiamo eguale in altri personaggi pubblici.
E ci convincevamo dentro di noi, una volta, una volta speciale di più, come il ciclismo sia per fatalità, più di ogni altro sport, uno sport nel nome del padre. E pensavo che forse c’è un cimitero di campagna nella memoria di ognuno di noi, ed io ad esempio avevo un cimitero di guerra tedesco, su una curva in salita, a Carano, dove trascorrevo le estati da fanciullo, un curvone dove con mio padre in bici mi fermavo: perché era in ascesa, era il mio Tourmalet, innanzitutto. E mi affacciavo a contemplare, affannato, quelle epigrafi ai soldati sconosciuti, ai militi ignoti tedeschi, e pregavo mio padre di leggermi cosa mai ci fosse scritto, sotto le croci ed un mazzetto di viole, aiundekanterdoitscsoldat, me la ricordo ancora, quella lezione della storia mia e del mio essere figlio. Il ciclismo, uno sport nel nome del padre e di uno spirito santo.

E la ringraziamo, nella stessa sintonia, quella che in un nostro giorno lieto ci sono spesso tante altre ragioni silenziose da illustrare, del suo ricordo in diretta televisiva di Adriano de Zan. «Sarebbe stato il primo ad essere felice del mio primato, Adriano, e sarebbe stato bello che lo avesse gridato lui, il mio sprint», o giù di lì. E in un mondo onnivoro, famelico, ingrato, come quello del palcoscenico mediatico di oggi, questa sua sortita è stata di uno spessore particolare, diciamo pure unica.

Noi, come lei, caro Cipollini, siamo fra coloro che vorrebbero che fosse il ricordo a muovere il mondo, e che credono tenacemente che se fosse in ciascuno di noi il ricordo a muovere il mondo, questo si muoverebbe molto meglio, e ci veniva da pensare che di questi giorni sono venti anni che è scomparso BrunoRaschi, e che sarebbe stato bello se qualcuno al Giro, semmai uno della «rosea» di oggi, ce lo avesse rammentato. Raschi come De Zan, e Cipollini come Moser allora, che dopo la scomparsa di Raschi seppe dire la cosa più elementarmente vera: «per me era più bello vincere, sapendo che il giorno dopo c’era l’articolo di Raschi da leggere».
E grazie di cuore, Cipollini, per averci dimostrato una volta ancora che i ciclisti sono migliori degli uomini.

P.S.: E non si abbia oltremodo a cruccio della esclusione dal Tour. Gli Organizzatori lo hanno fatto per un inconscio complesso di inferiorità. Già, a fronte di questa sua manifesta superiorità di persona, e non solo di atleta. Una «manifesta superiorità», come quella che settant’anni fa impedì proprio ad Alfredo Binda di prendere il via al Giro del ’30...

Gian Paolo Porreca, napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare, editorialista de “Il Mattino”
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