SENZA VERGOGNA.
Lo sappiamo: non è assolutamente piacevole parlare di doping, ma è anche vero che nessuno ci obbliga a farlo, o a farlo male. È il caso di Paolo Liguori, direttore di lungocorso e neo-conduttore di «Senza Rete», la nuova trasmissione nazional-popolare di sport andata in onda su Rete 4 il 17 settembre scorso e che ha trattato l’argomento Rumsas da un’angolazione molto particolare: guai a mettere in dubbio che il lettone possa avere anche torto. I cialtroni sono la magistratura francese: punto e basta. Questo è quello che in sostanza è andato in onda ed è stato detto nella puntata in questione.
E dire che l’argomento era stato introdotto da due servizi esclusivi molto ben curati da Lucia Blini (impeccabile) e Davide De Zan (forse un po’ troppo buonista). Finiti i servizi, la palla è passata in studio per l’approfondimento diretto da Liguori che ha immediatamente dato la parola ad un’esperta del settore, Benedetta Massola, ex letterina di Gerry Scotti, la quale molto commossa per questa madre trattenuta «ingiustamente» in carcere dalla magistratura francese, si è detta senza parole. Ma il parere dell’ex letterina è riuscito ad essere più articolato e chiaro di quelli espressi da Maurizio Mosca, Vittorio Feltri e Pietro Calabrese, i quali se la sono presa con i metodi inurbani e inquisitori della giustizia francese, a loro dire privi di ogni fondamento. Come se una macchina imbottita di 37 farmaci, tutti dopanti, non significasse proprio nulla, nemmeno qualche sospetto. Ma il punto sta proprio qui: nella superficialità e l’approssimazione dell’inchiesta. Non era il caso forse di porsi qualche domanda? Del tipo: è giusto che una donna, madre di tre bimbi piccoli, resti in carcere per così tanto tempo? La legge doping francese e italiana non è troppo coercitiva? Il doping deve essere trattato anche come un illecito penale? E infine: vogliamo proprio uno sport pulito o non ce ne frega assolutamente nulla? Sul finire della puntata, molto pertinente (anche se non nuova) è risultata la domanda posta dall’avvocato Raffaele Della Valle: «Perché tanto accanimento e rigore con il ciclismo e così poco con il calcio e gli altri sport?». Paolo Liguori ha ringraziato prontamente l’avvocato e ha chiuso con grande senso tattico la partita chiamando a gran voce la pubblicità. Guai a toccare il calcio. E meno male che la trasmissione doveva essere «Senza rete». A noi è parsa senza vergogna.
UN CASO IMBARAZZANTE. I regolamenti sono lì per essere interpretati, applicati ma anche per essere aggirati o modificati alla bisogna. Questo è quello che è accaduto in questi giorni in merito al «caso Simoni». Ci ricordiamo tutti della sua doppia positività alla cocaina. Ci ricordiamo anche della sua difesa (dentista, té e infine caramelle alla cocaina). Ci ricordiamo anche del Tribunale di Trento che l’ha scagionato sul piano penale, anche se il problema sul piano sportivo è restato.
La doppia positività, seppur non intenzionale, c’è stata e per regolamento andava sanzionata. La Commissione disciplinare della Federciclismo, anche sulla scorta dell’archiviazione decisa dal pm di Trento Bruno Giardina, ha deciso di assolverlo.
L’Uci ha poi deciso di non appellarsi (il termine massimo era fissato per il 15 settembre) presso il Tas di Losanna. Le ragioni le potete leggere a pagina 46 nella speciale rubrica curata dalla stessa Uci che ha tra l’altro deciso di modificare nel Congresso di Zolder il regolamento per la positività alla cocaina. Noi, credeteci, siamo davvero contentissimi per Simoni, che a nostro parere ha già pagato un prezzo salatissimo con l’esclusione dal Giro e il mancato invito al Tour, ma modificare i regolamenti in corso d’opera è sempre molto imbarazzante. Come imbarazzante è spiegare a corridori, come Zanini, fermi ai box in attesa di giudizio, che una siringa sigillata rinvenuta tra i propri effetti personali è molto più doping di una doppia positività alla cocaina.
PREVEDIBILE E SCONTATO. Quando leggerete queste poche righe saprete e sapremo già tutto. Il Mondiale di Zolder l’avremo già alle spalle e i discorsi da bar si intrecceranno lungo il circuito della memoria all’interno dell’autodromo belga. Se Cipollini avrà vestito la tanto agognata maglia iridata, ne sentiremo parlare o avremo già sentito discorsi del tipo: «È la risposta a quanti in questi mesi mi hanno criticato», non ricordando che nessuno l’ha criticato come campione talentuoso - perché solo un pazzo può farlo - ma per come ha cercato di motivare il suo addio farsa.
Se il Mondiale l’avrà perso, statene pur certi che se la prenderà con Ballerini e tutta la squadra azzurra, incapace di immolarsi alla causa.
Viceversa, se il mondiale finirà ad un italiano, il Re Leone parteciperà - suo malgrado - alla festa, arrogandosi il grande ruolo di regista in corsa e di uomo squadra: insomma, una bella fetta del merito se la prenderà comunque. Questo per dire che cosa? Nulla è prevedibile, tantomeno un mondiale particolare come quello di Zolder: forse il più prevedibile è proprio chi ha costruito il suo personaggio sull’imprevedibilità: per questo ci sembra già di sentirlo.
Pier Augusto Stagi
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