Editoriale
È una questione di educazione sportiva ma anche di buon senso. Le polemiche che sono esplose all’indomani della trionfale cavalcata dei corridori Mapei alla Parigi-Roubaix hanno nuovamente evidenziato l’assoluta mancanza, da parte di molta critica, di un’autentica cultura sportiva.
Si è gridato allo scandalo per la mancata volata di Museeuw, Bortolami e Tafi. Si è gridato allo scandalo perché la ragion di sponsor avrebbe prevalso sulle logiche dello sport. Si è messo sotto accusa un appassionato vero come il dottor Giorgio Squinzi, presidente onorario della Mapei, perché avrebbe spinto i suoi uomini a profanare il tempio di Roubaix per un’eccessiva voglia di protagonismo. La verità è che se al posto di Museeuw ci fosse stato Franco Ballerini, nessuno avrebbe mosso il benché minimo appunto. Quando due anni fa, sul muro di Huy alla Freccia Vallone, tre corridori della Gewiss sfilarono uno dopo l’altro nessuno gridò allo scandalo. Anzi, si parlò di capolavoro di squadra. In quell’occasione fu il ciclismo italiano a vincere, con Argentin, Furlan e Berzin nell’ordine. Ma quello, ci hanno spiegato, fu un omaggio ad un campione che lasciava l’attività agonistica. E la trionfale passerella dei corridori Mapei alla Roubaix non era forse un omaggio a una squadra che aveva compiuto qualcosa di unico e irripetibile? Credete forse che lo stesso Johan Museeuw non avrebbe preferito simulare uno straccio di volata per vincere secondo tradizione? Della storia di questa Roubaix, resterà impressa nella memoria collettiva l’arrivo di tre corridori Mapei a braccia alzate. Non certo il successo del belga. Noi, all’inganno di una volata fasulla, abbiamo preferito la plateale rinuncia all’imbroglio.
Nel corso della telecronaca diretta da Roubaix abbiamo poi dovuto sentirne di tutti i colori. C’è stato chi si è riempito la bocca con il fair play di Bombini, il quale nel Fiandre passò la bicicletta di scorta di Zanini a un corridore avversario appiedato (Baldato), ma poco dopo si è esortato Tafi e Bortolami a non attendere Museeuw bloccato da una foratura. Dimenticando due cose: che poco prima a forare era stato proprio Bortolami e il belga non ci ha pensato minimamente a lasciarselo alle spalle; che il bel gesto di Bombini (che Emanuele fosse un signore lo si sapeva da tempo), andava ad ogni modo punito perché il regolamento non consente lo scambio di biciclette tra squadre avversarie. Nello specifico però i giudici hanno dimostrato intelligenza e sensibilità, evitando di penalizzare un atleta che aveva fatto una grandissima corsa e a sette chilometri dall’arrivo vedeva sfumare tutto il suo lavoro. Bombini è stato fantastico, i giudici si sono affidati al loro buon senso.
E le persone di buon senso hanno anche il dovere di interpretare certe situazioni: uniche e irripetibili. Per gli uomini Mapei, sfilare nel piccolo velodromo di Roubaix, era un’occasione di quelle che capitano una volta ogni cento anni...
Il ciclismo, in certe occasioni, diventa sostanzialmente uno sport di squadra. Chi sostiene il contrario dovrebbe allora spiegarci perché mai Miguel Indurain, ai mondiali colombiani, avrebbe dovuto rinunciare a inseguire Olano? Perché nella Freccia Vallone vinta dallo statunitense Armstrong gli stessi critici hanno gridato allo scandalo quando Gontchenkov ha lasciato solo Fondriest? Perché il ciclismo è appunto uno sport di squadra e Indurain aveva il dovere di non attaccare un compagno con la sua stessa maglia e Gontchenkov aveva il dovere di correre diversamente al fianco di Fondriest.
Il ciclismo è sport crudele. È sport selettivo, esasperato, cinico e duro, ma la Roubaix del Centenario, che ad ogni modo ha snocciolato un ordine di arrivo con l’arida logica gerarchica, a nostro modesto parere è stata meno crudele di tante altre corse che solo all’apparenza si fondano su più nobili princìpi sportivi.
Se c’è stata una nota stonata questa è stata emessa dal diesse belga Lefevere, che ha atteso gli ultimi 20 chilometri per decidere il dafarsi. Non si può arrivare alle battute conclusive di una corsa così prestigiosa per comunicare ai corridori come ci si deve comportare. Queste cose dovevano essere messe in chiaro molto prima, come due anni fa, alla Freccia-Vallone, fece Bombini. Brutto, bruttissimo è stato il mercatino inscenato in eurovisione dai corridori e la responsabilità è senz’altro da attribuire a Lefevere, che aveva il compito e il dovere di essere più lucido e strategico, visto che lui i 264 chilometri sul pavé li aveva percorsi comodamente seduto in macchina e non in bicicletta.
Infine, un consiglio per il dottor Giorgio Squinzi, che ha minacciato di lasciare il ciclismo o per lo meno di non voler più alle sue dipendenze atleti italiani. Resti nel ciclismo e non penalizzi i corridori di casa nostra: è sufficiente non ricorrere più a diesse di nazionalità belga.
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