Editoriale
PARLARSI ADDOSSO.
Una giornata per discutere di ciclismo: del suo passato (sempre troppo), del suo presente (poco) e, soprattutto, del suo futuro (sempre troppo poco). Un convegno trascorso a parlarsi addosso: tra persone dell’ambiente, tra i «soliti noti», alcuni dei quali hanno contribuito, in questi anni, a portare sull’orlo del baratro il nostro beneamato sport.
Un’idea simile l’aveva già avuta la Rcs Sport, ente organizzatore del Giro d’Italia. Qualche settimana dopo la conclusione della «corsa rosa» aveva convocato - in una sede prestigiosa in provincia di Como - i più affermati pubblicitari, marketing manager e capitani d’industria, per presentare a questi le nuove strategie per il futuro e comprendere dal mercato quali fossero gli orientamenti. Un incontro «privato», ad uso e consumo dell’azienda Rcs Sport e Giro d’Italia, ma altrettanto importante e pertinente.
Un’idea analoga è venuta agli Azzurri d’Italia di Fiorenzo Magni, i quali, però, sono caduti nello smanioso desiderio di raccontarsela, di dirsi quanto sono stati bravi, quanto era meglio un tempo, quanto era tutto più poetico e vero.
A nostro parere, un’occasione persa. Si poteva indire un confronto vero, un faccia a faccia pubblico e costruttivo e, invece, si è preferita un’adunata di reduci che se la sono presa con una Federazione certamente colpevole, alla quale però non possono essere attribuite tutte le colpe.
Occorreva, piuttosto, un profondo dibattito: da una parte il mondo del ciclismo in tutte le sue componenti (corridori, team manager, sponsor, organizzatori) e dall’altra il mondo dell’informazione. Badate bene, non i giornalisti che abitualmente seguono il ciclismo e quasi tutti «lottano» all’interno delle proprie redazioni per strappare un po’ di spazio agli sport che oggi vanno per la maggiore (calcio, F. 1, motociclismo). Era importante sentire i capi di questi inviati. I direttori dei maggiori quotidiani e i responsabili delle pagine sportive. E lo stesso andava fatto con i direttori e i responsabili dello sport dei maggiori network televisivi: pubblici e privati. È a loro che si doveva chiedere come vedono il ciclismo, cosa ne pensano, cosa vorrebbero che si facesse? Magari, una volta per tutte, anche i corridori, i team manager e i loro sponsor avrebbero compreso certi meccanismi, certe scelte che ai più possono sembrare oscure. C’era l’occasione di cercare di muovere un passo verso un mondo, quello dell’informazione, che si sta anno dopo anno ritirando: proprio come un ghiacciaio.

UN’OCCASIONE DA NON PERDERE.
L’ha detto e l’ha ripetuto lui, Mario Cipollini. «Spero che la mia maglia iridata frutti qualcosa a me ma soprattutto a tutto il movimento». Parole sagge, per non dire sante. Il bello è che il difficile inizia proprio adesso: mettere a frutto questa grande opportunità. Guai a farsela sfuggire.
Basta quindi con gli scandali doping, con i corridori vittime, con le squadre squattrinate che non pagano i corridori e avanzano pure delle pretese (vogliono anche essere pagate, sic!). Basta con i controlli a sorpresa telefonati e i regolamenti che cambiano di nazione in nazione. Ci vuole maggior rigore: poche regole ma certe. Meno spettacolarizzazioni e più rispetto per chi questo sport lo pratica, lo segue e lo organizza con impegno e passione. Bisogna dare qualche garanzia agli sponsor che ci sono e a quelli che sono lì lì per entrare. Certezze non di risultati (perché questi - grazie al cielo - sono arrivati anche quest’anno, e copiosi), ma di immagine. Ci vuole un’UCI più intransigente: chi non ha i requisiti per svolgere un’attività realmente professionistica, cambi mestiere. Chi non ha soldi, si accomodi. In una parola, dobbiamo recuperare credibilità, per non dover piangere in futuro altre Liquigas, altre Daikin, altre Mapei...

NON PRENDERTELA.
L’ultimo affronto: non aver ricevuto l’invito per partecipare alla presentazione del Tour de France: quello del Centenario. E allora? Lascia perdere Mario. Per una volta ignorali. Non continuare a lamentarti di chi non ti segue, di chi non ti considera e non ti rende doverosamente omaggio. Peggio per loro. Se continui in questo esercizio, l’unico a rimetterci sarai proprio tu, che non fai altro che rimarcare il fatto di non essere stato invitato a quella festa o in quel posto. Vai in bestia? Sappi che loro vogliono proprio questo. Tu, in questi anni, te la sei cavata benissimo anche da solo.
Ti faranno perdere nuovamente le staffe? Meglio così: ti daranno un motivo in più per continuare a vincere. Anche il prossimo anno.

NON È IL CASO DI FESTEGGIARE?
Cerchiamo di capirci: vogliamo un ciclismo grande, nel senso numericamente ampio, o piuttosto miriamo ad avere in un immediato futuro un ciclismo qualificato e d’immagine? Vogliamo gruppi sportivi e corridori che con il professionismo hanno poco a che fare o puntiamo a costruire un ciclismo meritocratico e di vertice? Io credo che la risposta sia quasi scontata: basta con i corridori e i team manager che niente hanno a che fare con il ciclismo. Allora perché gridare ai quattro venti: cento disoccupati, il ciclismo trema. Il ciclismo trema perché anno dopo anno perde sponsor importanti che non vengono adeguatamente rimpiazzati. Questo è il problema. Se il ciclismo si purifica e rimanda a casa corridori che in questi anni hanno pagato per correre, non è forse il caso di festeggiare?
Pier Augusto Stagi
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