Egregio signor
Pier Augusto Stagi
la lettura del Suo editoriale sul numero di marzo di tuttoBICI m’impone una replica che dovrebbe, finalmente, chiarire in modo definitivo la posizione, sia a livello d’intenti sia di partecipazione attiva, dell’UCI nella questione della campagna di prevenzione della salute dei corridori fondata sui controlli ematici.
Non intendo, in questa occasione, soffermarmi sulle Sue valutazioni in merito ai rapporti tra l’UCI e la Federazione Italiana, o tra il sottoscritto ed il Presidente Ceruti, ma posso comunque garantire che in nessun caso i corridori italiani dovranno temere di esserne penalizzati.
Devo invece ritornare sull’incontro di Losanna, da Lei citato, con Gianni Bugno e Maurizio Fondriest, che avevano sollecitato, a nome dei corridori, l’intervento dell’Uci in materia di controlli preventivi.
Già allora ero stato molto chiaro circa le effettive possibilità di organizzazione di una simile iniziativa, illustrando ai summenzionati corridori che l’UCI non avrebbe potuto, in alcun modo, assicurare la «copertura» totale delle corse e degli atleti per evidenti ragioni pratiche ed economiche.
In questo senso, dunque, pur avendo offerto, di fronte alle richieste degli atleti, la massima disponibilità dell’UCI, che ha trovato immediato riscontro nell’attività della Commissione Sicurezza e Condizioni dello Sport, sono costretto a ribadire di non aver mai dato la mia parola né a Bugno né a Fondriest né ad altri per un presunto impegno globale che, lo ripeto, non sarebbe materialmente proponibile.
Quelle che Lei definisce le «mie promesse», quindi, non sono state abbondantemente disattese: l’UCI ha investito molto nella scorsa stagione, ed il suo sforzo, sostenuto da quello delle Federazioni nazionali e dei Gruppi Sportivi sarà ancora più rilevante quest’anno.
Mi permetta infine un’osservazione di carattere personale: il benessere del ciclismo, e con esso, evidentemente, quello preziosissimo dei corridori, non passa per i proclami roboanti ma infondati, e la concretezza della politica dell’UCI, in questo delicatissimo ambito, non teme questo genere di controversie.
Siamo consci dell’importanza della nostra missione, in accordo ai desideri espressi dai corridori, ma anche delle nostre capacità. Stiamo tentando di rispettare gli impegni che ci competono, con fermezza ma al contempo con realismo e senza facili demagogie.
Questo Le dovevo, Egregio Signor Pier Augusto Stagi, a beneficio della chiarezza generale, a nome mio e dell’Unione Ciclistica Internazionale.
L’occasione mi è propizia per rivorgerLe i miei più distinti saluti.
Hein Verbruggen - Presidente UCI
L’intervento del presidente internazionale Hein Verbruggen non solo è per noi motivo di orgoglio, ma mi consente di tornare su un argomento di estrema attualità e importanza: la lotta al doping.
L’intervento apparso sul numero di marzo voleva essere una provocazione, e come tale è stata interpretata dal numero uno del ciclismo mondiale.
È risaputo che tra la Federazione internazionale e quella italiana non regni molta armonia: questo è sotto gli occhi di tutti. Ed è per questa ragione che mi sono preso la briga (prima che fosse troppo tardi) di gridare al pericolo di una «ritorsione» a danno dei corridori targati Italia. Verbruggen ha voluto con la sua lettera tranquillizzare subito tutti: «...posso garantirle che in nessun caso i corridori italiani dovranno temere di essere penalizzati».
Per qualcuno il problema toccato da tuttoBICI poteva essere un non problema, ma visto che lo stesso presidente internazionale ha avuto la sensibilità di scriverci, significa che per lo meno il «sospetto» del problema c’era, ma non ci sarà.
Su un punto, però, rimango scettico. Una lotta al doping autogestita (e di questo si tratta dal momento che l’UCI non può assicurare una copertura totale delle corse per evidenti ragioni economiche) non è certamente confortante. Verbruggen si dice pronto a proseguire la sua lotta al doping «con fermezza ma al contempo con realismo e senza facili demagogie», facendo chiaramente intendere che occorre che in tal senso si accollino l’onere della spesa anche corridori e società. Ma andiamo per ordine: il presidente parla di demagogia.Penso di non averne mai fatta. Sarei caduto in fallo se avessi scritto che l’UCI avrebbe fatto meglio a indire meno convegni e a frequentare alberghi meno ameni per spendere due soldi in più a favore della tutela della salute degli atleti. Questa è demagogia. Ma chiedere un maggiore sforzo da parte dell’UCI per combattere quella che è considerata da tutti la piaga dello sport mondiale (e non dico solo del ciclismo) è il minimo che si possa fare. Pensare che questa «piaga» possa essere combattuta con l’impegno anche dei Gruppi Sportivi e dei corridori è sacrosanto ma è altrettanto vero che non possiamo pretendere che questi al contempo siano vittime e carnefici. Società e corridori che si autotassano per migliorare i controlli: sarà questa la strada?
Verbruggen sottolinea di non aver mai fatto promesse di alcun tipo: ed è questo il punto. La lotta al doping va fatta con chiarezza e anche con qualche promessa. Il presidente federale Ceruti questa lotta l’ha ingaggiata da tempo e la sta combattendo in maniera molto chiara e diretta. A costo di apparire brutale. Ma temiamo che l’UCI si sia accodata a questa campagna moralizzatrice più per dovere che per reale convinzione. Questi non vogliono essere né ragionamenti roboanti né tantomeno demagogici: più semplicemente motivi di confronto e ragionamento, atti a comprendere meglio uno sport che ci sta profondamente a cuore. E ci conforta il pensiero di poterlo fare direttamente con il presidente internazionale Verbruggen, che sinceramente ringrazio.
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