Rapporti&Relazioni
Cinema, perché ignori il ciclismo?
di Gian Paolo Ormezzano

Si parla molto dell’incapacità italica di tradurre in arte uno dei fenomeni vissuti più intensamente da e nel Bel Paese, cioè lo sport. Pochi romanzi, poche commedie, pochi quadri, poche sculture, nessuna composizione musicale, pochissimi film... Specie sulla mancata frequentazione dello sport da parte degli adepti della settima musa c’è sconcerto e sconforto. Va a finire che il massimo film sportivo italiano di tutti i tempi rimane Totò al Giro d’Italia, mentre per il calcio salviamo Ultimo minuto di Pupi Avati, con un ottimo Ugo Tognazzi.

Lasciamo perdere i perché e i percome, che periodicamente ovalizzano tavole rotonde, nel senso che esse diventano occasioni per discussioni deformate e deformanti, per penosi bla-bla-bla sia pure di élite. Ognuno ha la sua idea, o qualcosa di simile ad un’idea, e l’unico dato di fatto è che lo sport in Italia respinge a priori le attenzioni culturali: nel senso che tutti, anche e specialmente gli intellettuali, sembrano aver paura di un mondo dove i presunti e sedicenti esperti, di solito pignoli, dogmatici e permalosi, sono milioni. Lasciamo perdere e diciamo invece, in chiave propositiva, come potrebbe essere girato, in Italia, un bellissimo film di sfondo ciclistico, magari piluccando il meglio di Vive le Tour, strepitoso lungo documentario di Louis Malle buonanima, chiuso con l’immagine del sorriso di Gimondi (Le sourire de Gimondi fu il titolo di un articolo con il quale un grande collega francese, Roger Bastide persino più geniale che beone, vinse un grosso premio letterario), e casomai anche di All american boys, titolo italiano - massì, per dire di ragazzi americani al cento per cento, non di «tutti ragazzi americani», come lì per lì viene da tradurre alla carlona - del film statunitense Breaking away, che grosso modo vuol dire «Andando in fuga».

Dunque pensiamo che un film sul Giro d’Italia sarebbe adesso realizzabilissimo, con una trama un po’ gialla un po’ rosa, un film su una gita per andare a vedere una tappa di montagna, con i gitanti in bicicletta che ad un certo punto diventano emuli dei pedalatori veri, come accade sempre, e si disputano traguardi inventati per strada, e mettono in palio denaro e anche sentimenti, ragazze, situazioni personali, e c’è persino un po’ di mistero, perché uno sparisce, potrebbe essere finito in un burrone, potrebbe essere protagonista di uno scherzo. Poi c’è il momento della corsa, e si sistema tutto, il passaggio dei corridori veri snida le personalità ed anche i personaggi, i nemici di gita si scoprono amici di tifo, lo scomparso riappare...

Abbiamo buttato giù una trama tanto per chiarire come una tappa del Giro potrebbe fornire fondale, scenografia, sceneggiatura eccetera. Ma insomma, con la penuria di soggetti che c’è, possibile che il fatto che ci sia ancora un Giro d’Italia in bicicletta (in biciclettaaaa) e che sulle strade vadano tantissimi a vederlo passare, non generi una fiction cinematografica? Con poi tutti i film fessi che si fanno su ogni minimo prurito, e che vengono pure sovvenzionati dallo stato cioè da noi?
Segnaliamo che abbiamo scritto un libro, nell’ormai lontanissimo 1983, intitolato Giro d’Italia con delitto, per un non fortunato esperimento di editoria scolastica, condotto peraltro da una grande casa editrice, e che si trattava di un giallo classico, con la scoperta del colpevole anzi di tutto il fattaccio nelle ultime righe anzi all’ultima riga. Osiamo pensare che persino questo libro potrebbe essere oggetto di un trattamento cinematografico: soltanto per dire che è bastato ad un nessuno mettere per iscritto una storia, e già ci siamo. Figuriamoci se si mettesse all’opera uno specializzato in stesura di copioni da film.

Al posto della federazione indiremmo un concorso, finanzieremmo un premio. Passo alla prima persona singolare: potrei mettere a disposizione il Festival del Cinema Sportivo di Torino, di cui sono co-direttore (il direttore è Gianni Volpi, grande storico del cinema grande amico mio benché grande juventino), per ospitare le trame, studiare i premi, garantire una prima visibilità ai primi prodotti.
E ricordo che giace in qualche cineteca un prodotto cinematografico ciclistico, un lungometraggio sulla Sei Giorni di Milano, con tanto di Ornella Muti come interprete. Se non ricordo male il titolo era Passione popolare, il film uscì e fu un fiasco, venne ritirato e rimontato e riproposto, ma non so come, dove, quando. Ecco, si potrebbe rispolverare quella pellicola, servirebbe a indicare chiaramente cosa non fare, e si tratterebbe già di un primo passo.
Certo che se il ciclismo riesce a sbloccare - e ne ha la possibilità - il niente o quasi niente che identifica la produzione cinematografica italiana legata allo sport, o in qualche modo da esso ispirata, la faccenda diventa di importanza epocale. Più ci pensiamo e più ci convinciamo che un Giro d’Italia, anche per il suo anacronismo, non deve essere buttato via, e men che mai ridotto al suo essere e al suo divenire ufficiale di un mese. Fra poco scocca, insieme con il 2000, l’anniversario a cifra tonda dei quarant’anni (2 gennaio 1960 - 2 gennaio 2000) da che è morto Coppi. Il film sul Campionissimo, quello con Castellitto e toh, di nuovo legata alle bici, la Muti, non è stato indegno, anzi, ma forse il vero regalo a Fausto sarebbe una pellicola che desse al ciclismo quella presenza, nella cinematografia, che il calcio, nonostante la sua opulenza, la sua arroganza, la sua cosmicità, non riesce ad avere.

Gian Paolo Ormezzano, 61 anni, torinese-torinista, articolista di “Tuttosport”
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