CARLO SARONNI. PRONTO A GUIDARE UN GRANDE TEAM

PROFESSIONISTI | 28/02/2017 | 07:31
Dal papà ha preso la discrezione e la capacità di leggere le situazioni. In questi an­ni Carlo Saronni ha lavorato dietro alle quinte, in una realtà virtuale che è poi la realtà di una società che da anni è approdata sul web e sui social. «Mi è sempre piaciuta l’informatica, e proprio per questo dal dicembre 2008 ho cominciato ad occuparmi del sito della squadra (successivamente è stato uno dei due addetti stampa) - racconta Carlo, classe ’84, 33 anni da compiere il 13 novembre prossimo, il team manager più giovane di tutto il circo di World Tour -. Mi sono sempre occupato di foto e video, ma ho anche dato una mano un po’ a tutti. Nel no­stro team ognuno deve fare la sua parte e quando c’è bisogno si dà una mano dove serve. Come si dice: tutti per uno uno per tutti».

Il tuo rapporto con il ciclismo?
«Buono e anche faticoso, perché ero appassionato ma anche poco dotato: quindi facevo fatica più di altri. Però mi è servito per comprendere un mon­do che amo e ho frequentato per quindici anni. Ho fatto anche qualche apparizione da professionista come “stagista” alla Lampre-Fondital nel 2008, prima di appendere definitivamente la bici al chiodo e approdare come componente dello staff alla Lampre NGC».

Quando hai smesso di correre in bici come l’ha presa mamma Laura?
«Mamma bene, c’è tanto di quel ciclismo in casa nostra che alla fine ha tirato un sospiro di sollievo. E comunque mamma non l’ho mai contraddetta: mi diceva sempre: “mi raccomando Carlo, vai piano”».

Studi fatti?
«Sono perito informatico e per dirla con papà sono uno “smanettone”, nel senso che mi è sempre piaciuto il computer e navigare: sono curioso co­me pochi, voglio sapere, scoprire».

Sei l’uomo del web, della rete, ora avrai il compito di fare squadra.
«Ho cominciato negli ul­timi mesi dello scorso anno, quando ho iniziato ad affiancare mio papà. Questa sarà la mia prima stagione in un ruolo di assoluta responsabilità, che però accetto con grande determinazione e al contempo grande gioia e umiltà. So che devo im­parare tanto: io sono uno che ha sempre ascoltato, ora però dovrò anche farmi ascoltare. Anche se devo dire che mi han­no sempre ascoltato tutti. Ora dovranno farlo un po’ di più».

Che idea hai di squadra?
«Innanzitutto la chiarezza: ruoli ben definiti e ognuno deve fare in modo di dare il massimo. Ma, come il ciclismo insegna, ci sono momenti in cui ognuno di noi ha bisogno di una mano, e quindi c’è bisogno di dar­si una mano. Noi quest’anno ab­biamo una grande responsabilità, portiamo nel mondo del ciclismo che conta un nuovo brand, che non rappresenta un’azienda, ma una nazione. Un Paese importante come gli Emirati Ara­bi Uniti. Loro hanno tantissima passione, noi siamo felici di poterli condurre nel ciclismo che conta».

Con ventisei corridori.
«Siamo un buon gruppo, che si è anche ringiovanito parecchio. I nuovi sono Darwin Atapuma, che nei Grandi Giri può davvero regalarci qualcosa di buo­no. Simone Consonni, Filippo Ganna, Edward Ravasi e Oliviero Troia sono il nostro futuro, la nostra speranza, la no­stra scommessa. Sono ragazzi giovani ai quali dobbiamo lasciare il tem­po di maturare ma hanno tutto per po­ter diventare grandi corridori. Con noi è arrivato anche Andrea Guardini, un ragazzo che pensiamo non abbia ancora espresso tutto il suo potenziale. Noi tutti ci facciamo tanto affidamento. Con lui Ben Swift, velocista di razza, che può davvero fare il salto di qualità. E, ultimo ma non ultimo, Marco Mar­cato, un corridore serio e scrupoloso, che è un vero jolly e un valore aggiunto per tutto il team».

Con molti di loro dovrai parlare l’inglese…
«Ormai l’inglese è fondamentale. È la lingua ufficiale, e anche con il nostro sponsor di riferimento ma non solo con lui, si deve parlare la lingua di Sha­kespeare. Per questo sto invitando tut­to il team a studiarlo, a fare dei corsi perché ormai è strategico, anche se Ben Swift e Louis Meintjes stanno studiando l’italiano: loro sono proprio di un’altra categoria».

Dovrai tenere anche i rapporti con l’Uci…
«Questi li sto già tenendo, sono io a tutti gli effetti il referente del team».

Carlo, per chi facevi il tifo da ragazzino?
«Per Miguel Indurain, mi è sempre piaciuto il suo modo di correre, la sua eleganza. La sua tranquillità: un signore. Ma da tifoso interessato ho fatto anche il tifo per il Gibo (Simoni, ndr), Damiano (Cunego, ndr) e anche Jan (Svorada, ndr)».

In cosa assomigli a papà?
«Siamo entrambi molto riservati. Fino ad oggi non ho mai avuto certe responsabilità, da oggi anche per me cambia la prospettiva, l’angolo di osservazione».

Segui altri sport?
«Mi piace la Moto Gp. Il mio idolo? Valentino Rossi».
Calcio?
«Poco, anche se sono interista, come papà».

Fidanzato?
«Da sette anni, con Ilaria. Conviviamo da tre».

Passione oltre al ciclismo?
«Mi piacciono un sacco gli animali, in particolare i cani. Ho un Akita Inu, un cane giapponese bellissimo, nato da una cucciolata di Gloria, mia sorella. Papà ha anche dodici asini».

Dove vivi?
«Nel Varesotto, in una vecchia corte con mia sorella Gloria e suo marito Ezio (autista del motorhome del team, ndr). Papà ci viene spesso: quando siamo tutti assieme è il vero patriarca. A lui piace, e a noi anche».

Facciamo un rapido excursus sui protagonisti del 2017: Diego Ulissi.
«Vuole correre per la prima volta il Tour e penso che lo staff tecnico alla fine lo accontenterà, anche se come gli ha fatto presente papà, Diego il Giro ce l’ha nelle corde. Sa cosa può fare e come si fa a vincere. Il Tour è davvero un’incognita tutta da scoprire, ma è an­che vero che prima o poi una corsa di quel prestigio devi pur provarla una volta nella vita».

Guardini.
«Può fare bene ovunque, per noi sarà una pedina fondamentale. Se ci porta a casa qualche vittoria, fa bene al suo morale e a quello di tutta la squadra».

Rui Costa.

«Come dice papà, deve fare molto di più, perché è un grande corridore. La partenza è stata di alto livello».

Ben Swift.
«È veloce, è resistente, ha classe: può fare davvero delle belle cose. Fin dalla Sanremo».

Sacha Modolo.
«Deve fare il salto di qualità».

Darwin Atapuma.
«Se corre con maggiore oculatezza e intelligenza tattica, può davvero fare grandi cose. Uomo per la classifica? Pensiamo sia può adatto alle tappe  e a un buon posto da media classifica».

Valerio Conti.
«È in costante crescita e quest’anno può davvero spiccare il volo per diventare Valerio Conti».

Louis Meintjes.
«Se si conferma e fa un ulteriore passettino in avanti, siamo sulla buona strada per avere un grande corridore per le corse a tappe».

Jan Polanc.

«Ha vinto una bellissima tappa al Giro, non può fermarsi lì. Quello è solo il punto di partenza per un ragazzo di assoluto talento».

Matej Mohoric.

«Di questo talento hanno parlato tutti bene: è dotato e ha gran classe. Ra­gaz­zo intelligentissimo, deve solo credere di più nelle sue possibilità».

Matteo Bono.

«Su di lui non ci sono dubbi: quando c’è da andare, lui va».

Roberto Ferrari.

«Guida la bicicletta come pochi. È un uomo squadra. Tira volate spettacolari, ma sa anche farle».

Marco Marcato.

«È un lottatore, un uomo squadra, un uomo d’esperienza, un ragazzo per be­ne. È una pedina in più: e non di poco conto».

Manuele Mori.

«È uno dei nostri registi in corsa, ma non solo lì. Fa gruppo e anche casino: è perfetto».

La stagione sarà andata bene se riuscirete…

«A rendere orgogliosi del nostro team i nostri sponsor e tutti gli appassionati di ciclismo. Non sarà facile, ma noi ci crediamo e abbiamo il dovere di provarci».

Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di febbraio
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