Sergio Neri: «Buon viaggio Di Rocco nella giungla del ciclismo»

| 02/02/2007 | 00:00
Qualche giorno fa in Belgio il ciclismo italiano ha conseguito un successo che non ha fatto grande notizia in quanto si è trattato di un episodio non agonistico. Il successo lo ha ottenuto il presidente della federazione italiana, Renato Di Rocco, il quale è entrato nel direttivo della Unione europea del ciclismo. Una carica di routine, per il ciclismo italiano, la quale diventa, però, di notevole importanza in questo particolare momento del movimento storicamente sostenuto dalle leggendarie imprese di Coppi e Bartali. In qualche modo l'Italia, uno dei Paesi che sono stati durante un secolo di vita del ciclismo, la culla di questo sport, così come la Francia, la Svizzera, il Belgio e la Spagna, torna nelle posizioni di testa che le competono e forse con la possibilità di mettere un freno all'incredibile progetto dei dirigenti dell'Uci per i quali il ciclismo va sradicato dalla sua terra storica e proposto come uno sport deambulante nel mondo, affidato, come spettacolo, alle organizzazioni e ai Paesi disposti a pagarlo di più. Il tutto a scapito della salute di questo sport, giacchè nei progetti dell'Uci campeggia l'idea di estendere il calendario da febbraio a novembre, impegnando i corridori (più o meno sempre gli stessi) dalla gara di apertura in Australia a fine gennaio ad una gara miliardaria negli Emirati a fine novembre. Parte il progetto, secondo i massimi dirigenti, tra i quali quel Verbruggen, numero uno, il quale sosteneva sino a qualche anno fa che il problema del doping non esisteva ed era, piuttosto, una pura invenzione di noi italiani, si dovrebbe trasferire il ciclismo su di un binario che non gli è mai appartenuto, fuori dalle sedi storiche della sua tradizione, le strade del Giro, del Tour, delle Alpi, dei Pirenei, i ciotoli della Roubaix, le colline delle Ardenne, il sole della Sanremo e così via. La cultura dirigenziale nella quale Renato Di Rocco si imbatterà è quella degli affari. A detta degli stessi dirigenti internazionali che ne hanno già disegnata la trama, il ciclismo deve uscire da quella che loro chiamano una 'logorata realtà' per diventare uno sport sensibile il più possibile ai richiami della ricchezza. In altre parole deve inseguire, costi quel che costi, chi paga di più rinunciando alla sua storica e vitale dimora europea. nfatti l'Uci ha inteso porsi come materiale madrina del movimento nel tentativo - per ora fronteggiato bene di gestire dall'alto le sorti del Giro, del Tour e della Vuelta. Sostenendo - sorridiamo della bestemmia - che se la corsa a tappe di un emirato arabo rende al ciclismo più di un Giro d'Italia, tanto vale accantonare la corsa della maglia rosa e orientarsi verso orizzonti premiati dalla pioggia dei soldi. Con tanti saluti alla storia dello Stelvio, del Gavia, del Mortirolo. Il fatto è che il ciclismo è sostanzialmente uno sport povero, esposto ad infiniti rischi se solo si allontana dai confini della sua storia ma straordinariamente amato se in quei confini resta aggiornandosi e accettando le regole della trasparenza e della semplicità fatta d'una cultura di strada dalla quale la grande avventura della bicicletta proviene. Renato Di Rocco dovrà farsi carico d'un grande e difficilissimo compito. Quello di scardinare un impianto che molti dirigenti internazionali stanno costruendo per fare del ciclismo uno sport capace di muovere nel mondo grandi ricchezze e di fruttare immensi guadagni come se i corridori, messi per quasi tutto l'anno sui pedali, fossero macchine di Fornula 1 e non ragazzi animati da una grande passione e letteralmente aggrediti da chi li vuol trasformare in piccoli ingranaggi d'uno strumento destinato a stritolarli con l'illusione, ahimè, di farli sempre più ricchi. Con tutte le tentazioni che conosciamo. (da “La Bottega”, rubrica di Sergio Neri su "Il Corriere dello Sport-Stadio", del 2 febbraio 2007)
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