Gatti & la fiction su Pantani: «Era difficile fare di meglio»

| 02/02/2007 | 00:00
Se serve il parere di un testimone diretto, che casualmente quest'epopea maledetta l'ha vissuta e raccontata dall'inizio alla fine, direi subito questo: da vedere. Poche volte la fiction (quella sul "Pirata" andrà in onda lunedì sera su Raiuno), con le sue inevitabili concessioni al genere polpettonesco, riesce comunque a rendere in modo così realistico la semplice realtà. C'è davvero quasi tutto. Il ragazzino scapestrato, poca voglia di studiare e tanta voglia di diventare campione nel Milan. C'è il primo allenatore, c'è la prima bicicletta, c'è il nonno che gli insegna la filosofia del pescatore. E poi ci sono soprattutto i dieci anni formidabili e tremendi del Pantani campione, dalla prima tappa vinta al Giro del '94 alle ultime paranoie del cocainomane. Volendo sottilizzare sulle omissioni storiche, mancano alcuni incidenti feroci e manca la megalomane decisione di mettere in mano la sua passione all'industria del marketing, con tanto di manager al seguito. Se vogliamo dirla davvero tutta, anche le vera fidanzata Kristine era decisamente meno maliarda e moinesca di questa televisiva. Ma siamo ai dettagli. La vera sostanza dell'incredibile parabola umana riesce ad affiorare. C'è il vero Pantani. C'è quello iniziale, scapigliato e bohémien, che rompe tutti gli schemi ingessati di uno sport tradizionalista, trascinando la gente nel grande sogno della scalata a ruota libera. E poi c'è il secondo Pantani, anzi c'è soprattutto il secondo Pantani, quello che non accetta Campiglio e da lì si avvia al disastro. Proprio così: più di qualunque altra cosa, dall'inizio alla fine troneggia quell'orgoglio extralarge, unico e inarrivabile, che all'inizio lo porta a compiere le cose più belle, ma che poi lo tradisce e lo conduce diritto alla rovina, impedendogli di accettare la batosta, di metabolizzarla e di superarla ripartendo da capo. Tutto in cento minuti. Si respira persino il clima sopra le righe del suo ambiente, quella Romagna esagerata e sbordellona che lo guida verso le notti dello sballo totale. C'è l'amicizia semplice e struggente dell'amico d'infanzia, l'amico vero, che ricompare puntualmente nel momento del bisogno. C'è pure, doverosamente, la famiglia, questa mamma che non smette mai di chiamarlo Marchino e questo padre che fatica a capire, una casa totalmente sovrastata da un peso troppo pesante per le sue povere fondamenta. Certo, c'è anche il doping e c'è anche la cocaina. Il doping che il vecchio allenatore non ammette, ma che Marco giustifica con la solita attenuante: «Faccio come fanno tutti». La cocaina invece richiama come una sirena suadente dal giro balordo delle amicizie notturne, prima rifiutata dal Pantani semplice e piadinaro degli inizi, quindi tristemente invocata dal Pantani megalomane e furioso del declino. Mettici attori decisamente bravi (voto al Pantani finto: nove). Mettici la colonna sonora a base di «Stadio» e di Io vagabondo. Mettici momenti delicatissimi come il rito religioso e infantile del lavaggio-bicicletta nella vasca da bagno. Mettici tutto questo, ed ecco il risultato di una fiction rispettosa e rispettabile. Magari con le inevitabili scivolate nel settore fotoromanzo (troppo marcata la storia d'amore: nella realtà, molto più normale), ma certamente ben distante da tante speculazioni di bassa lega che ci vengono periodicamente inflitte. Tra poco, il 14 febbraio, sarà il terzo anniversario di quella morte assurda e purtroppo nemmeno tanto imprevista. Come omaggio, era difficile fare di meglio. (Cristiano Gatti, da Il Giornale del 2 febbraio 2007)
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