IL VIGILE URBANO

TUTTOBICI | 21/10/2016 | 07:09
NON GIRIAMOCI INTORNO. Criticavano Alfredo Martini e anche Franco Ballerini, che a Madrid, dopo la vittoria di Boonen e il flop di Petacchi, rischiò di essere esonerato seduta stante e fu salvato per il rotto della cuffia da Alcide Cerato, dirigente di comprovate capacità. Criticato Paolo Bettini, non da meno Davide Cassani, che sotto l’aspetto tecnico sta facendo molto con quello che ha, ma ha perlomeno il merito di aver ridato entusiasmo a tutto il giro azzurro, gratificando tecnici e settori, lavorando come forse da tempo non si faceva con la base del ciclismo giovanile. Tra i suoi innumerevoli meriti, oltre al prezioso lavoro di ambasciatore del ciclismo che prosegue nel solco di Martini e Ballerini - due autentici fuoriclasse -,  Davide ha il grande merito di riportare alla il Giro d’Italia dilettanti che fin dal prossimo anno tornerà a vivere. Una corsa che per decenni è stata riferimento importante per la categoria: da Moser a Battaglin, da Baronchelli a Corti, da Konyshev e Belli a Casagrande, Pantani e Simoni, ha celebrato la nascita di tanti campioni. L’ultima edizione risale al 2012, con la vittoria dello statunitense Dombrowski davanti a Fabio Aru. Cassani in questi quattro anni ha lavorato sodo per cercare sponsor e stimolare gli organizzatori in un momento in cui gli under 23 italiani hanno rialzato la testa con la generazione vincente di Moscon, Ganna e Consonni. Sarà una versione leggermente ridotta rispetto al passato, ma questo ci interessa fino ad un certo punto, l’importante è che si torni a correre. Partenza intorno alla metà di giugno: 8 giorni e 8 tappe per arrivare al weekend successivo. Il via da Imola e un percorso che si snoderà attraverso tre regioni: Emilia, Marche e Abruzzo. Un Giro Baby liofilizzato, un Giro mini, ma non giriamoci tanto attorno: Cassani è stato bravo.

VIGILE URBANO. Controlla, spulcia, guarda e progetta. Urbano Cairo è il nuovo numero uno di Rcs Mediagroup, quindi anche di Gazzetta dello Sport e del Giro d’Italia che la rosea organizza da sempre. È stato chiaro il nuovo numero uno: crede nel ciclismo, crede nel Giro e vuole che il gap con il Tour de France si riduca sensibilmente nei prossimi anni. Credo che Enzo Ghigo, il presidente della Lega, abbia ragione: Cairo per il ciclismo italiano è una grande opportunità. «Non mi capacito di quanto sia alta la differenza di fatturato tra il Giro e il Tour», ha detto senza tanti giri di parole, parlando del Giro, il nuovo gran capo di Rcs. Cairo controlla, valuta e spulcia: soprattutto immagina e progetta. È vigile Urbano: il ciclismo italiano non può andare fuori strada.

NEGATIVO. Come si dice: chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Questo antico adagio che ci accompagna da tempo vale anche per la WADA - World Anti-Doping Agency - che tutto muove in materia di lotta al doping. Se è per questo è anche depositaria della legge antidoping: una regolamentazione costituita dal codice antidoping (196 pagine), da quattro standard internazionali (261 pagine), dall’elenco delle sostanze proibite (9 pagine), dall’elenco delle persone di supporto agli atleti squalificati (5 pagine), per un totale di 471 pagine. In questo pesante faldone è racchiuso il sapere dell’antidoping tutto e sappiamo anche che, in presenza di risultati anomali e di nuove metodologie di controllo e analisi,  i campioni prelevati agli atleti possono essere riesaminati anche a distanza di diversi anni.
Tutto questo è possibile finché non sia stato comunicato all’atleta l’esito del suo controllo. Perché è bene ricordarlo, andrebbe comunicato, anche se l’esito dell’esame fosse NEGATIVO.
Insomma, lo stratagemma adottato dalla WADA e dalle organizzazioni che hanno il compito di gestire materialmente controlli e risultati, è semplice quanto banale: basta non dire niente all’atleta e l’organizzazione dell’antidoping procede in default e in completa autonomia. Ma l’antidoping non si ferma a questo escamotage, arriva anche a chiedere all’atleta NEGATIVO il consenso per analizzare nuovamente i campioni. Ma quale è l’atleta che si oppone? Nessuno. E con questo ennesimo stratagemma la Wada non solo ottiene il lasciapassare per rianalizzare tutto quello che vuole, ma ha anche la possibilità di dare a queste ampolle anonime, un nome, un cognome e un’identità.
La domanda in ogni caso è una e una sola: perché mai la WADA deve chiedere il permesso all’atleta per rianalizzare i suoi campioni? Se per regolamento ne avesse davvero facoltà, non avrebbe alcun motivo per farlo.

Pier Augusto Stagi, editoriale da tuttoBICI di ottobre
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