L'ORA DEL PASTO. La Cattedrale del Rolle

STORIA | 21/07/2016 | 07:40
C’erano il Diavolo Rosso, un corridore della Bianchi e due della Legnano. C’era anche un’Alfonsina Strada, elegante quanto coraggiosa. In tutto, una ventina di corridori con maglie di lana, palmer a tracolla, borracce di alluminio e biciclette che, per quanto lucide, sembravano vecchie di un secolo fa. Si sono precipitati in discesa, con la cautela dettata dai freni approssimativi, poi sono risaliti, un po’ sui pedali e un po’ anche a piedi, con la devozione e il rispetto imposti dal luogo. Il Passo Rolle.

E’ successo domenica scorsa. Una pedalata storica, d’epoca, organizzata per il terzo anno consecutivo da un sognatore trentino, Diego Tambosi, che gode di un magico privilegio: quello di non svegliarsi mai, e dunque di poter continuare ad abitare in un suo mondo celeste, incantato, favoloso. Dal Passo Rolle al Passo Rolle, sei chilometri di asfalto verso Predazzo, poi una quindicina di chilometri di sterrato, ma anche di bosco, di prati, di cielo, di monti pallidi, di quello che il pioniere inglese Charles Freeman classificò come “una delle viste più belle che il cuore possa desiderare”. Le Pale di San Martino.

Era il 1937 quando il Giro si spinse in questo anfiteatro di cime coralline, seghettate dalla neve, dal sole, dal vento, anche dai sogni come quelli di Tambosi. Poco prima della vetta, su una strada fatta di sassi e paracarri, decollò Gino Bartali. All’arrivo, a Merano, s’impose con cinque minuti di vantaggio sui primi disperati inseguitori. Aveva ventidue anni e un grande avvenire dietro le sue spalle da scalatore, dentro i suoi muscoli da contadino, contro il suo naso da pugile, nella sua voce da fumatore, da bevitore, da corridore, da oratore e affabulatore, da eroe dei due mondi, Giro e Tour.

Tambosi, e anche Bartali, sogna che il Rolle venga compreso nel Giro d’Italia del 2017, a settant’anni dalla prima arrampicata volatile di Ginettaccio, nella centesima edizione della Corsa Rosa, magari con una tappa che considerasse quella quindicina di chilometri antichi, primitivi, eroici. Ciò che si apre agli occhi e al cuore a duemila metri di altezza è una cattedrale che il ciclismo potrebbe addirittura valorizzare con le sue doti silenziose e pulite, atletiche e poetiche. Su quei tornanti e sotto quei campanili, i corridori trasformerebbero miracolosamente i rantoli in preghiere. E Tambosi (e anche Bartali) un sogno in realtà.

Marco Pastonesi
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