GIRO. DIAMO I NUMERI: 1959 RICCO'

STORIA | 20/05/2016 | 09:49
1959
Fu al Giro d’Italia del 1985. La Capua-Maddaloni, 38 chilometri, a crono. Primo Bernard Hinault, a più di 49 all’ora. Secondo, a 38”, Francesco Moser, e per colpa di una ruota sbagliata perse non solo quella crono, ma forse anche il Giro. Terzo, a 58”, Greg LeMond. Indietro, lontano dai primi, Silvano Riccò e Giuseppe Montella, compagni di squadra nella Dromedario-Laminox-Fibok. Montella, campano di Castello di Cisterna, che giocava quasi in casa, invitò Riccò, emiliano di Vignola, a premiarsi - diciamo: in maniera ufficiosa - in una pasticceria. Un babà tira l’altro, totale una quindicina, per quanto “mignon”, a gola. Tant’è che il problema fu tornare in albergo. Niente di meglio, per aiutare la digestione, che organizzare una corsa, anzi, un duello. Il solito: a crono. Vinse, come sempre, Riccò. E se glielo chiedete, nel suo palmares questa vittoria compare accanto al Giro della Provincia di Reggio Calabria e al Gran premio Vittoria, in quell’anno magico che lo vide trionfare, al terzo posto, nella Milano-Sanremo.

Silvano è il Riccò allegro, aperto, sorridente, luminoso, solare. Quando cominciò a correre, gli domandavano se fosse il figlio di quel Riccò – Romano, cugino primo – famosissimo perché non tirava mai, giurando di essere morto, poi invece faceva le volate e vinceva, e finiva inseguito per non essere menato. Da quando ha smesso di correre, gli chiedono se sia il papà di quel Riccò – Riccardo, nessuna parentela – diavoletto di un corridore. E invece è un altro Riccò, e forse è il più vero. Prima bici, a 14 anni, una Savini, bianca, regalo del papà. Prima corsa a Calcara, vicino a Bologna, secondo, rimpiangendo. Seconda corsa a Maranello, vicino alla Ferrari, e vittoria, sfrecciando. Prima cotta da allievo, ai campionati regionali, arrancando. Poi dilettante, maglia a punti (gialla) al Tour de Suisse e (Merit, sigarette, pensa te) al Giro d’Italia, e maglia azzurra ai Mondiali, godendo. Poi sei anni da professionista, dal 1982 al 1987 – Atala, Termolan, Santini, due anni Dromedario, Fibok -, vivendo. Finché rinunciò alla Reynolds (prima di chiamarsi Banesto e adesso Movistar) con “Perico” Delgado e “Miguelon” Indurain, come se quel ciclismo fosse diventato fin troppo grande per i suoi sogni, o per i suoi orizzonti, sospirando.

Perché il ciclismo di Silvano Riccò era quello “senza radio ma con più libertà, fantasia, avventura”. Era quello che “se tiravi sbagliato, poi prendevi una lavata di testa”. Era quello che “dovevi raccogliere tutte le forze e trovare almeno un buon motivo per finire il Giro”. Era quello che “al Giro della Provincia di Reggio Calabria raggiungemmo Salvador nell’ultimo chilometro e poi saltai Masciarelli all’ultimo metro”. Era quello che “se vincevi una corsa, allora avevi diritto a vincere anche un circuito”. Era quello che “Coppa Italia, a squadre, tre prove – pista, cronosquadre, Matteotti -, nello scantinato della pista di Forlì trovai un ‘cancellone’, gli cambiai i rapporti, e nell’individuale a punti su 10 volate feci nove primi e un secondo posto, e c’era gente come Freuler, Bincoletto e Bidinost, ‘cosa hai combinato?’ mi chiedeva Cribiori, ds di Freuler all’Atala”. Era quello che “la Milano-Vignola era la corsa più veloce del mondo, io la conoscevo e come avrei voluto conquistarla, ma nei miei anni valeva come premondiale e così, invece di lasciarla piatta, la facevano in salita”.
Anche adesso la favola di Silvano Riccò – moglie e due figli, negozio di ferramenta – continua a due ruote, fra una Parigi-Brest-Parigi in autonomia e un’Eroica da eroico, vestito d’epoca da capo a piedi, e francese per la bici Peugeot e l’accento finale sul cognome.

Marco Pastonesi

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