CLAUDIO GREGORI E IL SUO MERCKX

LIBRI | 16/04/2016 | 07:31
Un libro monumentale, per un corridore e uno sportivo che non può essere considerato solo un ciclista, ma una delle icone dello sport di tutti i tempi, al pari di Cassius Clay o Diego Armando Maradona, Manuel Fangio o Pelé. È un libro monumentale, per uno dei monumenti dello sport: Eddy Merckx.

Merckx, il figlio del tuono. Lo ha scritto Claudio Gregori, classe 1945 come Merckx, storico inviato de La Gazzetta dello Sport, che ha confezionato una biografia attenta al limite del maniacale, scritta a tappe come un poema de «la chanson de geste» con una ricchezza lessicale che è propria dell’autore. Nessuna foto, solo ricordi e suggestioni. E poi numeri, tanti numeri, là in fondo, a completare quella che è davvero una tesi di laurea su uno dei più grandi sportivi di ogni tempo.

Gregori è esteta della scrittura, che fa della parola un segno distintivo. Ma se è rigoroso e puntiglioso nell’uso della parola lo è in egual misura nella ricerca e nell’approfondimento. Di Gianni Brera ha ricostruito con precisione certosina, la nascita dei suoi neologismi. Lo si deve a Gregori se oggi sappiamo quando “Gioanbrerafucarlo” coniò il termine «Abatino», che per i più è riconducibile a Gianni Rivera - senz’altro quello che l’ha valorizzato più di ogni altro - ma che il maestro ebbe a crearlo per Giorgio Albani, prima ciclista e poi guarda caso tecnico alla Molteni proprio di Eddy Merckx, il 18 maggio del 1952. Quindi se Gregori scrive che il «Cannibale» ha vinto 546 volte su strada e 100 su pista, c’è da credergli - scrive Gianni Mura - perché è tipo che va a scartabellare, diciamo noi. È tipo che vola con la mente ma sa anche essere concreto, pratico e determinato a portare a galla la verità. Non è un caso che nell’ambiente Gregori è chiamato anche «l’archeologo», perché capace di portare dal passato reperti di rara bellezza.

Veniamo a conoscenza che il «Cannibale » era un mammone, un bimbo monello e attaccato come tutti i bimbi alla gonna di mamma. Ma che una delle sue prime sfide non fu in bicicletta ma su una gru, e che per poco quella «marachella» non finì in tragedia. Così come la grande scelta, quella di dedicarsi anima e corpo al ciclismo abbandonando di fatto i libri, la prende il 1° maggio 1962, ultimo giorno delle vacanze pasquali. Una strada imboccata ai piedi della Madonna nera ad Hal. Scuola o bicicletta? Questo il dilemma. La mamma perentoria: «Se vinci, potrai scegliere di fare quello che vorrai». Eddy accetta la sfida e vince. Farà il corridore. Un tomo di quasi seicento pagine, leggibili come poche e dense di storia e storie come nessuna. Il libro è scritto a tappe e parte da un palcoscenico d’eccellenza: Sanremo. A soli 20 anni Eddy Merckx disputa per la prima volta la “classica di primavera”, che vincerà a mani basse. Il mondo non conosce ancora quel giovanotto nato il 17 giugno del 1945 a Meensel-Kiezegem (Belgio) e che di nome fa Eduard Louis Joseph Merckx e che in seguito, solo in seguito, per comodità fu semplicemente chiamato Eddy.

Chi sia stato il più grande tra Merckx e Coppi, questo non lo si evince. Forse è meglio così. Come bene fece Gian Paolo Ormezzano, un altro fuoriclasse del giornalismo sportivo, a ricorrere ad una formula semplice ed efficace che accontentò tutti, senza mancare di rispetto a nessuno: «Coppi il più grande, Merckx il più forte». Ma Claudio Gregori, fa comprendere come nessun altro, che razza di corridore è stato Eddy Merckx. Un monumento dello sport, in un libro monumentale di rara bellezza.

a cura della redazione di tuttobiciweb.it


MERCKX, IL FIGLIO DEL TUONO
Claudio Gregori
66thand2nd. Pagine 570. Euro 23 ,00
Copyright © TBW
COMMENTI
pag 24
17 aprile 2016 13:43 canepari
Gli pronosticarono un difficile futuro come corridore perchè aveva "un trop gros cul". No, non serve la traduzione... Al che mi sono convinto di aver avuto anch’io, a mia insaputa, le stimmate del campione e di non aver saputo mettere a frutto questo dono del cielo. Poi ho imparato altre cose, tante altre cose. Ad esempio chi era Fernand Wambst, ho ripassato Properzio, ho letto brani di William Wordsworth, e di Edgar Allan Poe. Ho imparato dove è morto Francisco Cepeda e com’è il vento caldo dell’Agrigento di Salvatore Quasimodo. Gregori racconta Merckx e il suo “merckxismo” ma scava a 360 gradi intorno alla nostra umanità e alla nostra cultura ciclistica. Scrive benissimo Greg, e glielo abbiamo sempre riconosciuto. Esalta il Campione capace di vincere decine e decine di corse ogni stagione. Merckx avanza nel ciclismo a cavallo tra gli anni “60 e “70 come una nave rompighiaccio nel primo freddo dell’ Artide che ha formato una modesta crosta di acqua solida. Merckx trionfa, non lascia niente agli altri se non è costretto dalla contingenza. Merckx umilia i rivali, ma con la sua luce li esalta e li illumina: secondi dietro Merckx è come vincere; e ne sa qualcosa Gimondi… Ma i capitoli che mi sono piaciuti di più sono quelli dove il Campione lascia il posto alla fatica di una carriera “sempre in testa” e pertanto dispendiosa e prodiga di imprevisti. E’ il capitolo dove il superuomo perde la spada e diventa Uomo.

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