PROFESSIONISTI | 26/02/2016 | 07:58 In tanti dicono che è il miglior campione del mondo che il ciclismo potesse desiderare. «Non sono così arrogante da affermarlo io, devono dirlo gli altri» risponde candidamente Peter Sagan, a una delle tante domande che gli abbiamo rivolto nei giorni trascorsi insieme in Argentina.
Il ventiseienne slovacco della Tinkoff ha scelto il Tour de San Luis per iniziare il suo 2016 in maglia iridata, curiosamente senza passare dal rituale della depilazione delle gambe e per questo è stato preso in giro dall’amico ed ex compagno Vincenzo Nibali che scherzosamente gli ha regalato un rasoio. Con la battuta sempre pronta, Peter ha risposto a tutte le nostre curiosità, sia che riguardassero film, vita extraciclista, matrimonio, gare, figli, gregari, sogni e chi più ne ha più ne metta.
Ripensi spesso agli ultimi chilometri di Richmond? «Sinceramente no, perché per come è fatta la nostra vita dobbiamo sempre guardare avanti. Tanta gente mi ricorda la vittoria, mi fa i complimenti ancora adesso per l’attacco in solitaria o rammenta i festeggiamenti. Senz’altro è il successo più importante che ho ottenuto finora nella mia carriera e, in qualche modo, a quei momenti ci penserò per tutta la vita».
Come è cambiata da quando hai vinto il campionato del mondo? «Non molto. Ogni anno da quando sono passato professionista è aumentata la pressione e l’attenzione nei miei riguardi, ora sono sotto i riflettori ancora più di prima ovviamente, ma riesco a gestire la popolarità grazie al mio team, dal mio procuratore Giovanni Lombardi alle persone che curano la mia immagine e mi aiutano in molte faccende. Un esempio? Autografo pacchi interi di cartoline, una ad una, poi ci pensa Marco Del Checcolo di DMTC a spedirle a sponsor e tifosi».
Usi la maglia iridata per allenarti quando sei a casa? «Sì, so che ci sono stati miei colleghi che si facevano preparare dei completini neri ma per me è assurdo. Indossare questo simbolo è un onore, me lo tengo stretto finché posso. La gente per strada mi riconosce di più, anche a Montecarlo (dove risiede con la moglie, ndr), ma non è un problema».
Dove vorresti sfoggiarla a braccia alzate? «Al mondiale per indossarla un altro anno... Battute a parte, dovunque! Voglio essere presente in tutte le corse importanti. Un sogno l’ho realizzato, ora continuo a correre per passione (scherza, ndr). Il mio calendario sarà bene o male la fotocopia degli anni passati, le faccio tutte... Finché non vinco le classiche, non cambierà. Io credo al destino, se uno deve vincere prima o poi vince, anche se piove o c’è una caduta. Detto ciò, non ho riti scaramantici e non sono nemmeno fatalista, per raggiungere un traguardo bisogna lavorare duro e occorre che tutto giri nel modo giusto».
Il ciclismo è ancora divertente per te? «Qualche giorno sì, qualche giorno no. Se sto bene e ottengo dei buoni risultati è fantastico. Dipende da come va, ma mi ritengo un privilegiato. Chi sta meglio di me? Vivo della mia passione, svolgo il lavoro che amo, riesco a farlo bene, non me la passo per niente male. Voglio onorare al meglio questa maglia, rappresentarla nel mondo. In testa ho sempre un solo obiettivo: fare il meglio possibile».
I tuoi gregari devono essere amici o basta che svolgano il loro lavoro? «La cosa più importante per un corridore è stare bene e non mi riferisco solo alla condizione fisica. La testa ha un ruolo chiave. Stiamo in giro per il mondo un sacco di giorni, passiamo più tempo con i compagni che con le nostre mogli quindi un bel clima in squadra è indispensabile. Se vai tre settimane in Belgio o al Tour con delle macchine da guerra con cui non hai instaurato un buon rapporto, non andrai lontano... Creare un bel gruppo è fondamentale, sono felice del mio».
Torniamo a un anno fa: quanto ti dava fastidio essere considerato un piazzato? «Tanto. Io non credo che il secondo posto sia brutto, in tanti sognano di arrivare così a ridosso della vittoria. Per la posizione che ormai ho assunto in gruppo, per me è più difficile degli altri vincere perché sono molto controllato. Ogni volta, se mi trovo con qualcuno davanti, di certo non collabora. Sarebbe successo anche ai mondiali se non fossi riuscito a staccare Greg Van Avermaet. Il ciclismo è così: una volta vinci, una volta perdi. Sempre meglio piazzarsi che ritirarsi dalla gara, no? I secondi posti non sono sempre negativi, poi è chiaro: dipende come perdi e chi ti batte, ma se si dà il meglio non ci sarà nulla da recriminare».
Vai forte su tutti i terreni, hai mai pensato di specializzarti maggiormente? «Dite che è per quello che arrivo sempre secondo (sorride, ndr)? Ovviamente con i velocisti puri sono battuto allo sprint e in salita non posso tenere il ritmo degli scalatori, ma non avrebbe senso snaturare le mie caratteristiche. Provare a fare esperimenti non credo mi porterebbe lontano».
Pronto a dare un nuovo assalto alle classiche? «Sì. Vorrei far bene alla Milano-Sanremo, al Giro delle Fiandre e alla Parigi-Roubaix, ma per le mie caratteristiche devo trovare delle giornate super. Sono tutte tre e difficili da vincere fino a che non le vinci. E per farlo non devi sbagliare niente. I rivali sono i soliti, con due riferimenti come Fabian Cancellara e Tom Boonen, che restano sempre i più pericolosi. Il Fiandre è una gara molto adatta a me, la voglio vincere. Tutti gli anni i giornali scrivono come se fosse scontato il mio successo, ma non sono ancora riuscito ad aggiudicarmela una volta».
Dopo ti vedremo al Tour? «Sicuramente. Se possibile, vorrei portarmi a casa un’altra maglia verde. Pensando agli altri grandi obiettivi, i mondiali arrivano tardi e sono tutti piatti. Gli europei sono abbastanza duri e le Olimpiadi molto impegnative (è andato in ricognizione a Rio di ritorno dall’Argentina, ndr). Non sono percorsi adatti a me, ma cercherò di giocarmi le mie carte come faccio sempre. Valuteremo più avanti la mia condizione, magari mi ammalo durante il Tour e non vado neanche a Rio... È difficile programmare tutta la stagione quando hai 10 mesi davanti, ma il mio calendario bene o male è sempre lo stesso. Io sono uno da classiche e, se le prepari bene fino alla Roubaix, che è proprio bella, è molto complesso per esempio pensare di andare al Giro d’Italia. Già è difficile essere competitivi all’Amstel una settimana dopo... E poi io di classiche Monumento non ne ho ancora vinte quindi, prima eventualmente di cambiare, devo raccogliere qualcosa».
Vuoi tornare alla Vuelta? «Se è cambiato il motociclista sì (ride riferendosi all’incidente con la moto nel corso dell’ultima edizione che l’ha costretto al ritiro, ndr). Battute a parte, è stato uno sbaglio e ormai è passato ma è bene ricordare a tutti coloro che sono coinvolti in una gara che bisogna fare attenzione ai ciclisti. Non possono correre sempre a 100 all’ora mentre passa il gruppo. Episodi del genere non devono più capitare».
Tinkov ha annunciato che a fine stagione la squadra chiuderà i battenti. Tu però avresti un contratto che ti lega al team fino al 2017. «Non penso di dover tremare per il mio futuro. Avendo comunicato la sua decisione a inizio anno ci sarà tutto il tempo per trovare una soluzione alternativa per me e per il resto della squadra. Che dire di Oleg? Ha investito tanti soldi nel ciclismo, voleva cambiare diverse cose ma non è stato possibile. Non penso che tornerà sui suoi passi».
Ti diverte più ballare sulla musica di Grease o parlare di ciclismo come abbiamo fatto? «Beh, essendo ciclista mi attraggono le cose che non faccio abitualmente quindi, senza offesa, mi sono divertito di più a ballare con Katarina. L’idea mi è venuta in mente guardando il film con un John Travolta giovanissimo dalle espressioni davvero buffe. Lo conoscevo da piccolo come attore di film d’azione, scoprirlo così simpatico nelle commedie mi è piaciuto».
Il matrimonio ti ha in qualche modo cambiato? «Non più di tanto, con Katarina vivevamo già assieme. Saranno i figli a cambiare le cose ma è presto per pensarci. Quando avrò dei bambini vorrei passare tanto tempo con loro e ora non sarebbe possibile. In futuro chissà».
Diventare famoso era uno dei tuoi obiettivi? «No, assolutamente. La fama non mi è mai interessata. È arrivata insieme ai soldi, che sono importanti ma non tutto. Ti danno più possibilità di scegliere come vivere. Io penso sarei felice anche su un’isola deserta senza un euro, avendo le persone importanti per me al mio fianco e qualcosa da mangiare».
La fama dà spesso alla testa, come fai a tenere i piedi per terra? «Grazie alla gravità, non ho ancora imparato a volare (ride, ndr). Il ciclismo è così duro che ti insegna che un giorno sei un fenomeno e il giorno dopo non sei nessuno. La carriera di un atleta inoltre è molto breve quindi negli anni di attività bisogna essere rigorosi e impegnarsi al massimo per ottenere il più possibile. Bisogna fare tutto bene adesso».
Che rapporto hai con il pubblico? «Buono. Ai mondiali nonostante la sicurezza avete visto come mi sono goduto il bagno di folla. Avrei potuto stare giorni a festeggiare con i tifosi per quanto ero felice. Ovviamente al termine di una tappa del Tour, se ci aspetta un lungo trasferimento, non posso fermarmi ore a fare autografi e foto con tutti, ma penso che gli appassionati di ciclismo siano abbastanza intelligenti da capirlo».
Se dovessero fare un film su di te, chi vorresti chiamare ad interpretare il ruolo di Peter Sagan? «Avete presente la storia di Sylvester Stallone? All’inizio era un barbone, senza casa, che pensava a come far soldi e diventare famoso. Dopo aver assistito a un incontro di box gli è venuta l’idea di scrivere la storia di Rocky Balboa, che poi ha provato a presentare a diversi produttori. Il copione per i più era interessante, ma nessuno voleva che lui interpretasse il ruolo del protagonista, clausola per lui fondamentale. “Io devo essere Rocky” ripeteva. Avrà cambiato 150 compagnie finché una casa produttrice ha accettato l’accordo offrendogli però soltanto 30.000 dollari. Pochissimo, se si pensa al successo che poi ha avuto quel film e la serie che ne è seguita. Ecco, farò come lui, se qualcuno mai sarà interessato a raccontare la mia storia, l’attore principale dovrò essere io».
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