DICO E URLO: CICLISMO!

TUTTOBICI | 15/02/2016 | 07:17
Uffa. Sono qui già passato alla prima persona singolare, per me teoricamente e non solo una mezza giornalistica bestemmia, sono già scivolato (par­lo sempre di questa mia periodica avventura su questa pubblicazione) sulla rivisitazione di fatti miei, con tanto di ultrapersonalismi applicati, e adesso mi accingo a dissertare sul diritto di noi giornalisti di ciclismo di essere casta, etnia, tribù, consorzio, cosca, razza persino superiore, e di possedere un patrimonio unico di cose belle, di ricordi speciali che neanche l’evoluzione del nostro mestiere, neanche la supertecnologia che ha reso ultrafacile lo stradifficile di una volta (parlo di lavoro, di difficoltà del lavoro) riescono a vanificare. Ma che dico vanificare? Nean­che scalfire, rigare, leggerissimamente limare.
 
Sullo slancio di un libro che ho scritto e che ha persino successo (I cantaglorie, sta nelle librerie, se non lo leggete peg­gio per voi, è bellissimo, divertentissimo, dice di tutta la stampa sportiva che vi ha sedotto e un po’ anche abbandonato, corrotto è un po’ anche sbeffeggiato, drogato e un po’ anche svuotato, illuso e un bel po’anche fregato) e soprattutto, assai soprattutto sullo slancio nazionalpopolare di una teletrasmissione di grossa audience alla quale partecipo come opinionista fisso (90° Minuto la domenica su Rai 2, calcio e calcio e calcio e ca­somai altro calcio), vengo sempre più spesso chiamato presso il folto pubblico e l’inclita guarnigione a rievocare la mia vicenda giornalistica lavorativa, povera di guadagni ma ricca, per mia fortuna, di esperienze forti e belle in quasi tutto lo sport a livelli anche altissimi. E puntualissimissimamente c’è fra il pubblico chi mi chiede quali servizi giornalistici ho preferito, quali vicende di sport ho più apprezzato, goduto e dal mio punto di vista meglio partecipato.

Dico, urlo, proclamo il ciclismo, soprattutto quello del Tour de France e del Giro d’Italia (la sequenza, la graduatoria, la classifica sono da me assolutamente volute), mentalmente elencando e messo da parte e comunque classificate “dopo” ven­tiquattro edizioni dei Giochi olimpici, tanti Mondiali di calcio e di atletica e di nuoto, tantissimi campionati europei anche di ba­sket, tantissimissima Formula 1 in giro per il mondo con trasferte geo­graficamente assai più interessanti di quelle nel piccolo villaggio franco-belga in cui andai moltissime volte per seguire le avventure della bicicletta. Per non dire an­che del calcio delle grandi sfide di campionato o delle grandissime sfide in Coppa dei Campioni, come ai miei tempi si chiamava la Champions League non ancora balordamente allargata anche a chi campione non è.

Dico ciclismo perché
- ma­gari mi ripeto, ma repetita juvant, forse lo avete già letto da qualche altra parte - il ci­clismo è pure assemblaggio, raggruppamento, coacervo e altre me­nate lessicali di tante cose che una volta volevano anche dire sport & giornalismo sportivo ad esso applicato: fatica, sofferenza, impegno, lealtà, volontà, onestà, povertà, chiarezza, meritocrazia, semplicità. E con addentellati extra, tantissimissimi: panorama, ecologia, ga­stronomia, turismo, mobilità, allegria, tavolata, amicizia, e persino cosca, che è letteralmente l’insieme delle foglie del carciofo, prima di passare a definire una casaccia mafiosa...

Dico ciclismo perché è uno dei rarissimi accadimenti sportivi in cui uno, se si dà giornalisticamente cioè febbrilmente ed anche acremente da fare, riesce, pur esercitando la in fondo semplice attività di vedere/guardare/annotare/raccontare, a far valere la sua intraprendenza, la sua vo­lontà di andare dentro i fatti e di esplorare le persone, la sua onesta chiarezza nel riferire per iscritto. E riesce, insomma, a fare pienamente il giornalista, a farlo bene e me­glio di altri che invece si rassegnano al tran-tran delle stesse cose viste (televiste) da tutti, stando tut­ti comodi nello stesso posto.

Io ricordo alcune Milano-San­remo che seguii in motocicletta, arrivando al traguardo pie­no di paura e completamente ba­gnato sul viso e impregnato nei vestiti di urina dei corridori, e pe­rò in possesso di alcune immagini tutte mie, delle quali subito scrissi in articoli e sui quali forse costruii  la raccolta di stima che mi permette adesso di ammollare ai lettori anche queste righe.
Nessuno sport offre questa opportunità che direi quasi scoutistiche. Anzi ormai tutto lo sport di vetrina attrae, invita, seduce con l’offerta di posti comodi, commendatoriali in cui televedere tutto, con l’appendice falsamente umana della conferenza-stampa, alla quale ormai il campione invia il proprio avatar, il proprio robot che è lui in ogni dettaglio, anzi è lui spaccato, lui perfetto, senza le sbavature inevitabili se il bipede fosse umano.
Il giornalismo forse è morto, il vero o almeno classico giornalismo cartaceo voglio dire. Ma se il ricordo è vita, se la memoria è esistenza, nel mio piccolissimo vo­glio gridare la superiorità del giornalismo ciclistico sull’altro giornalismo sportivo. Non per via di bellezza lancinante, di magnanimità dei lombi, di vis popolaresca e perciò assoluta. Per via del fatto di essere giornalismo, e basta.

Gian Paolo Ormezzano, da tuttoBICI di febbraio

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COMMENTI
bello
15 febbraio 2016 10:37 gianni
Articolo stupendo... nonostante l'uso della prima persone singolare.
gianni cometti

invidia
16 febbraio 2016 08:04 fido113
Ho fatto 40 anni l\'impiegato perso in un ufficio anonimo. Che uomo fortunato sei stato.

Ormezzano
16 febbraio 2016 10:58 Berto65
È un grande!!!

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