CANCELLARA. Aromi rosa per Spartacus

PROFESSIONISTI | 30/01/2016 | 07:40
«Non voglio che questo sia un anno d’addio fatto di pacche sulle spalle e arrivederci, voglio far venire il mal di gambe a tutti i miei avversari». Fabian Cancellara ha annunciato che il 2016 sarà la sua ultima stagione da ciclista professionista, ma è tutt’altro che pronto per la pensione. Quando lo incontriamo a Treviso in occasione dell’ufficializzazione della partnership triennale tra Trek e Segafredo, lo svizzero ha la solita luce negli occhi, la fame dei giorni migliori e un’incredibile voglia di parlare. A 34 anni, dopo un’annata davvero sfortunata, Spartacus vuole ottenere an­cora tante vittorie per arricchire un palmares già stellare. Quattro Cam­pio­na­ti del Mondo a cronometro (sei se si contano i due titoli conquistati da ju­nio­res), l’oro olimpico nella prova contro il tempo a Pechino 2008 (con l’argento nella prova in linea), tre Giri delle Fiandre e tre Parigi-Roubaix, una Mila­no-Sanremo, una Tirreno-Adria­ti­co e tanti altri allori non l’hanno saziato. Vuole essere ancora una volta protagonista alle Classiche del Nord, suo terreno prediletto, e alle Olimpiadi di Rio ma soprattutto regalarsi un’emozione che ancora gli manca: la prima volta in maglia rosa.

Il tuo 2016 sarà molto italiano.
«Sì, ci tengo particolarmente al “blocco italiano” del mio calendario. Dopo Maiorca, volerò a Dubai, quindi in Portogallo per l’Al­garve e in Belgio per iniziare a respirare aria di nord. L’avvicinamento alle Classiche passerà attraverso Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, Milano-Sanremo. E dopo la campagna del Nord, mi concenterò sul Giro d’Italia. La mia stagione non sarà una corsa a tappe ma un’unica gara continua in cui voglio andare a tutta. Nel 2015 sono andato forte ma sono caduto troppo spesso, credo fermamente in un anno buono e fino all’ultimo giorno voglio essere performante e affamato, altro che saluti e abbracci. Come vedete sono già tirato, voglio partire subito forte e chiudere con il botto. In carreira, sono sempre stato competitivo lun­go tutto l’arco delle stagioni e ho ancora tanti stimoli: mi sono dato come termine la fine di questa stagione perché ci sono tanti punti che si stanno collegando per portare a compimento il di­segno della mia carriera. Quest’anno si disputerà il Fiandre numero 100, il Tour de France viene a casa mia, a Ber­na, c’è Rio e mille altri appuntamenti che fanno gola. Voglio puntare a ognuno di loro ma affrontandoli uno alla volta, altrimenti non ho più respiro. Mi vorrebbero dovunque, per ora me la godo in allenamento. Quest’inverno mi sono divertito molto dilettandomi con il cicloross nei boschi vicino casa e ora sono pronto a riattaccare il numero sul­la schiena con la solita voglia di far bene».

Merito anche del nuovo sponsor?
«L’ingresso di Segafredo nel ciclismo è un bellissimo messaggio per tutto il movimento e per l’industria italiana. Anche se io smetterò, le due ruote continueranno a girare, perciòche  dico è un’ottima notizia. Lampre a parte, era anni che un’azienda tricolore di questo spessore non sceglieva di investire nelle due ruote. Trek e Segafredo sono due aziende che si assomigliano per storia e colori, il binomio bicicletta e caffè è una garanzia. Speriamo che questa mossa funga da volano per avvicinare altri marchi prestigiosi al nostro sport: forse è arrivato il momento per il ciclismo di raccogliere dopo quanto ha pagato negli anni passati, soprattutto in confronto ad altre discipline che ora sono in difficoltà, è sotto gli occhi di tutti. Gli sponsor della FIFA si lamentano per gli scandali che stanno tenendo banco da mesi, l’atletica ha dei bei casini da risolvere, mentre noi finalmente siamo sulla strada buona. Basta soffermarsi a guardare la valanga di gente in bici sulle strade. Per quanto riguarda il mio calendario, è vero che patron Zanetti mi ha chiesto in regalo la maglia rosa, ma in realtà disputare il Gi­ro era già un’idea di cui avevo di­scusso mesi fa con Luca (Guercilena, team manager del team e suo preparatore fin da inizio carriera, ndr) per il mio ultimo anno. Alla fine ogni casella è finita nel suo riquadro e il puzzle che ne sta venendo fuori è perfetto, visto che tanti elementi sono andati a combaciare: il ritorno di Mapei Sport e del dottor Squinzi, con cui ho iniziato a muovere i primi passi nel professionismo nel 2001, che si occuperà delle nostre performance; l’arrivo di Se­ga­fredo che ha sede a Treviso, in Veneto, da dove tutto per me è iniziato con il titolo mondiale vinto a Verona nel 1999 da junior, poi ho corso alla Fassa Bortolo, ho pedalato su bici Pinarello... Ho l’Italia dentro, lo sapete. Non poteva esserci modo migliore per chiudere alla perfezione il libro della mia carriera. Queste fortunate coincidenze mi danno un’ulteriore motivazione».

Cosa rappresenta per te il Giro?
«La maglia gialla del Tour (indossata 29 volte, ndr) è la più prestigiosa, ma quella rosa racchiude più passione, storia ed emozione. C’è tutta l’Italia dentro e io ci tengo a indossarla, anche per­­ché un po’ mi sento italiano. Mio padre Donato, nato a San Fele, in pro­vincia di Potenza, si trasferì in Svizzera a 18 anni per svolgere il mestiere di elettricista, trovando impiego come installatore presso un’azienda di condizionatori d’aria, e alcuni miei parenti risiedono ancora ad Atella, in Basi­licata. In carriera ho indossato sia la gialla che la rossa della Vuelta: vorrei terminare la carriera anche con questa emozione. Sarebbe davvero la chiusura perfetta del cerchio. Il Giro l’ho disputato solo due volte, nel 2007 e 2009, e in entrambe sono stato costretto a ritirarmi. Quest’an­no la cronometro inaugurale della 99a edizione ad Apel­doorn, che scatterà dal velodromo olandese, è molto invitante per un atleta con le mie caratteristiche. Avremo un team che potrà curare la classifica con Ryder Hesjedal e ben figurare ne­gli sprint con Giacomo Nizzolo, ci sarà da divertirsi. Personalmente voglio fare le cose per bene, al primo ritiro potevo presentarmi con 2-3 chili in più invece ero già più avanti degli altri anni, la motivazione e i sorrisi dei miei compagni mi hanno fatto capire che sono tornato il Fabian dei giorni migliori. Vo­glio usare la mia leadership per essere un esempio all’interno del team».

Come è cambiato il ciclismo in questi anni?
«Beh, moltissimo. Quando ho iniziato io era più difficile per un giovane ottenere risultati, sappiamo bene che è stata sradicata una certa cultura, ora a 22 anni hai già la possibilità di raggiungere grandi traguardi. Ricordo che nei primi anni da professionista, disputati il Tour con la Fassa Bortolo ma riuscivo giusto a stare nel gruppetto, era un altro ciclismo. Oggi i giovani che raggiungono presto risultati si convincono di essere già grandi, c’è meno rispetto, più fretta di arrivare, ma forse è un di­scorso che vale per tutta la società e non solo per il nostro ambiente. Anche dal punto di vista tecnico è cambiato tutto: una volta si pedalava e riposava e basta, ora tra core stability, pilates, stretching, uscite in bici, video e shooting fotografici, social network da aggiornare, questo e quello, non si ha un attimo di tregua. Sky ha dato il via alla rivoluzione nell’alimentazione e negli al­lenamenti e che ora sono mol­to più specifici e scien­tifici, ba­sta vedere sui social media ogni mattina i post delle squadre e dei corridori, tutto è più programmato e dettagliato. Il dot­tor Baraldi (amministratore de­legato di Segafredo Zanetti Gran­di Eventi, ndr), quando ha fatto visita al nostro ritiro in Spagna è ri­ma­sto piacevolmente stupito dalla professionalità della struttura all’interno della squadra in confronto al calcio e ad altri sport con cui aveva avuto a che fare direttamente sinora».

Cosa pensi dei freni a disco e delle altre no­vità tecniche che potrebbero apportare dei cambiamenti al ciclismo su strada?
«La tecnologia va avanti ed è giusto co­sì. Prendiamo il record dell’ora, Brad­ley Wiggins è andato fortissimo ma tra qualche anno perfezioneranno i materiali e anche uno meno super di lui po­trà migliorare il suo tempo. Non tutte le aziende credo siano pronte per i fre­ni a disco, io in gara sinceramente non so se li userei (è ancora tra i pochi a usare il cambio Shimano manuale, ndr) ma sono curioso di vedere dove ci porteranno le novità tecniche. Alla fine siamo noi corridori che decideremo il da farsi, perché in bici ci siamo noi e non i costruttori, gli ingegneri, i vertici dell’UCI, i direttori, gli organizzatori o chi altro. Il nostro parere è quello che conta. A mio avviso, un conto è provare i freni a disco nel bosco usando la bici da cross che usa abitualmente Sven Nys (una vera figata!) come ho fatto questo autunno e in inverno, nella na­tu­ra che ha offerto dei colori incredibili, un altro è disputare una Roubaix senza aver effettuato dei test ufficiali. Al di là del peso, credo sia semplicemente una questione di abitudine. Far correre un gruppo misto è rischioso per i tempi di frenata e problematico per via del cambio ruote. Sinceramente preferisco usare il freno normale perché, se in un momento chiave della corsa non ho vicino a me l’ammiraglia, in qualche modo una ruota l’assistenza neutra me la può fornire. Non è previsto che usi i freni a disco alle classiche, personalmente non penso mi possano far andare più o meno veloce, quindi non cambierò le mie abitudini all’ultimo anno».

Cosa ti piace fare nel tempo libero?
«Il mio hobby è ritagliarmi del tempo libero (sorride, ndr). Ora come ora trovare del tempo per me è una vera im­pre­sa tra impegni agonistici e non, ma non mi lamento perché amo il mio la­voro e nessuno mi ha obbligato a continuare per un altro anno, l’ho deciso io quindi lo faccio volentieri. Nel 2015 sono stato più fermo che in bici, ma essere a casa quando non stai bene, sei sofferente o devi frenarti in tutto per recuperare dall’infortunio non è il massimo della vita. Se non puoi buttarti in piscina o giocare in giardino con i tuoi bambini, la qualità della vita non è la stessa. Quando riesco a staccare dal la­voro ci tengo a trascorrere più tempo possibile con la mia famiglia, Giuliana ed Elina crescono così in fretta... Mi piace portarle a scuola, fare i compiti con loro, ultimamente la grande ha iniziato a studiare francese, l’aiuto volentieri. A mia moglie Stefanie ho regalato una bici elettrica così quando abbiamo voglia di fare un giro tutti assieme, lei mette la piccola nel seggiolino e io re­spiro un attimo dopo 5 ore di bici. La vi­ta sociale è importante e rara, me la godo senza stress. Per lo spazio da dedicare ad eventuali altri passatempi ne riparliamo nel 2017, quando avrò del vero e proprio tempo libero».

Il sogno da realizzare prima di appendere la bici al chiodo?
«Ho più obiettivi che sogni. Nella vita è giusto sognare, ma io ora devo lavorare. In primis, punto alle classiche poi vedremo, come detto ci sono mille ap­puntamenti che ci aspettano. Per il fu­turo ho già delle idee (dovrebbe proseguire il suo impegno come uomo im­magine Trek, ndr), ci ho pensato ad ot­tobre quando avevo tempo, ora devo concentrarmi su ciò che voglio costruire nei prossimi 365 giorni. So cosa serve per essere competitivo nonostante gli avversari siano giovani e in crescita, devo chiudere il gap generazionale con l’esperienza che ormai ho sulle spalle e la motivazione che in testa non mi manca. Nei prossimi mesi voglio solo pedalare e non pensare ad altro, come fanno i ragazzi di oggi. A 20 anni devi solo allenarti, torni a casa e sei da solo o con la fidanzata, hai poche re­sponsabilità e pochi pensieri, alla mia giovane o veneranda età invece ho tanti impegni e incombenze. Bilanciare il tutto non è facile, ma fa parte di un percorso di crescita che saranno chiamati ad affrontare tutti, da Peter (Sa­gan, ndr) che ha cambiato team e ha dovuto vedersela con un capo più duro, sta guadagnato più soldi e visibilità, e ora da campione del mondo avrà nuove sfide con cui confrontarsi, a John De­genkolb che ha vinto due classiche, ma lo stesso discorso vale anche per Ale­xan­der Kristoff che ha brillato nelle cor­se di un giorno e Tom Dumoulin che ha fatto vedere quanto vale nei grandi giri come per tutti gli altri protagonisti della scorsa stagione. Ognuno quest’anno avrà il suo bel da fare per affermarsi o confermarsi, io voglio prenderla un po’ più alla leggera per confrontarmi con loro e batterli. Ho ancora tanta voglia di vincere, ho un anno per soddisfarla. Il ciclismo è la mia passione ma non è la mia vita. Qualunque cosa farò da grande, in bici ci andrò sempre e uno stop al bar per un caffè non mancherà mai».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di gennaio
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