LE STORIE DEL FIGIO. Mascheroni, il lupo buono

STORIA | 11/12/2015 | 07:49
Il prossimo 23 dicembre saranno vent’anni che è scomparso Umberto “Lupo” Mascheroni, meccanico storico - ma non solo - del ciclismo del secondo dopoguerra. Il suo nome si lega soprattutto ai colori verde oliva (o ramarro, secondo l’interpretazione cromatica) con bordi rossi delle maglie della mitica Legnano diretta da Eberardo Pavesi con la coppia dei meccanici formata da Umberto Marnati e Umberto Mascheroni che, con l’Avucatt, abitavano il “Norge”. Era così definita, come l’omonimo dirigibile, l’ammiraglia della famosissima Casa con sede in Via Cicco Simonetta a Milano, quartiere di Porta Genova.

Il recente libro-strenna “Legnano”, scritto a quattro mani da Claudio Gregori e Marco Pastonesi (e qua bastano nomi e cognomi per garantire l’assoluta qualità), edito da Ediciclo, offre al ricordo, oppure, per i più giovani, o i meno agés che dir si voglia, divulga la storia ricca, affascinante della squadra che vanta nel proprio palmarès il maggior numero di successi del ciclismo italiano nella prima metà, e anche oltre, del 1900, il periodo ruggente delle due ruote.

Umberto Mascheroni nasce a Cusano Milanino il 24 dicembre del 1924, la vigilia di Natale e, purtroppo, sempre in prossimità di Natale, il 23 dicembre 1995, muore in seguito alle conseguenze dell’incidente stradale che lo vede vittima mentre, in bicicletta, stava rientrando nella vicina abitazione di via Mac Mahon a Milano, investito da un’auto al cavalcavia Bàcula (meglio noto come ponte della Ghisolfa) una decina di giorni prima, precisamente nel tardo pomeriggio dell’ 11 dicembre.

Era ancora di una vitalità vivacissima, sempre attivo, sempre “elettrico” nei suoi movimenti, in linea perfetta, proprio come quando Faliero Masi, il grande telaista, un suo maestro, lo battezzò con il soprannome di “Lupo” - e Lupo fu per tutti, per sempre - per il suo inesauribile appetito. Solo la folta e vivida capigliatura aveva cambiato di colore: dal nero al bianco mentre il fisico, asciutto, era rimasto sempre uguale.

Alberto Masi, il figlio di Faliero, ricorda anche che Umberto o Berto, come lo chiama familiarmente e affettuosamente, ha abitato pure con loro durante il periodo dei bombardamenti in via Michelino da Besozzo 20, sempre in zona Ghisolfa-Certosa, sede anche della prima officina Masi. Faliero Masi, allora, era il responsabile tecnico della Viscontea, altro marchio storico delle due ruote e, come si dice, mise gli occhi su quel giovanotto segaligno, sveglio e svelto appena entrato in Viscontea. Sempre Alberto ricorda anche che il padre lo “battezzò” Lupo dopo che lo vide mangiare, da solo, un intero paiolo di polenta. E lo coltiva da par suo nel mestiere indicandolo, all’inizio degli anni 1950, a Ugo Bianchi, maestro telaista responsabile della Legnano. Qui Lupo trova un altro Umberto, Umberto Marnati, nato a Bareggio, ma ben presto trasferitosi a Milano, sempre in zona Ghisolfa, maggiore di quattro anni e, insieme formano una coppia che non scoppia per molti e molti anni. E poi è da ricordare un altro “Legnano d.o.c.” come il massaggiatore o “masseur”, come si diceva allora: Italo Villa. Tutti e tre hanno operato nella squadra nazionale tricolore del grande C.T. Alfredo Binda sia al Tour de France, sia ai Mondiali.

Berto Marnati era più telaista rispetto a Berto Mascheroni che preferiva svolgere il lavoro di montaggio, meccanico e che, per la sciolta parlantina, sovente in milanese, rifletteva maggiormente l’immagine, forse mutuata dall’avucatt Pavesi, di direttore sportivo aggiunto e persona di relazioni con l’ambiente delle corse. Era un po’ anche il “talent scout” (allora però non si usava questa definizione) della Legnano e riferiva a Pavesi. Finita l’esperienza con Legnano, ha lavorato per GBC quale direttore sportivo e negli squadroni di Dreher e Brooklyn guidate da Franco Cribiori con un’esperienza pure alla Salvarani.

Non ci pare il caso di ricordare i nomi dei conosciutissima campioni e dei corridori, di vario genere, con i quali Lupo è stato a contatto diretto nel corso dei lunghi anni passati in corsa. Lui era solito ricordare la straordinaria signorilità, in tutti i sensi e in tutti i risvolti, verso chiunque, dello svizzero Hugo Koblet - il primo straniero nella storia a vincere il Giro d’Italia nel 1950 - con il quale ha collaborato, chiamato dal direttore tecnico della nazionale rossocrociata Alex Burtin, nel suo vittorioso Tour de France del 1951. Un giudizio sul pédaleur de charme elvetico diffuso e comune fra coloro che l’hanno frequentato. Ricordava pure la straordinaria forza e la diretta, straripante, simpatia e vitalità di Roger De Vlaeminck. Il polivalente campione belga, al momento della preparazione e delle misure per le bici, non si sottoponeva alle valutazioni e ai riscontri del metro. Un rito al quale si sottraeva volentieri. Chiamava accanto a sé Patrick (inteso come Patrick Sercu) e, spalla contro spalla, con la mano livellata, diceva ai meccanici: “Io come Patrick”. E vinceva, e come e quanto vinceva.

Lupo era molto amico di un altro nome famoso nel settore, Ugo De Rosa, frequentandone l’officina di Cusano Milanino. Uno - Lupo - molto loquace, l’altro – Ugo De Rosa - piuttosto taciturno. Qui incontrava anche Luigi Gilardi, per tutti “il nonu, il nonno, affettuosamente, molto più avanti con gli anni che era stato il telaista di riferimento della Bianchi negli anni fulgidi. Era in pensione, abitava vicino a De Rosa e si recava in officina per respirare l’odore (o profumo?) di saldatura, e non solo, quasi quotidianamente.

Una caratteristica che distingueva Lupo e lo faceva subito riconoscere era l’andatura veloce, dinoccolata e le appariscenti bretelle, sovente con motivi floreali, che indossava con disinvoltura.

Così come il collega e amico Marnati anche Mascheroni aprì un’officina per realizzare specialissime, marchio “Lupo”, ovviamente, con il logo che racchiudeva l’immagine della testa di un lupo e quella dello stemma di Milano. Era in via Baldinucci, zona fra i quartieri milanesi di Dergano e Bovisa, non lontana comunque dalla zona Certosa dove abitava con la famiglia, la signora Alessandra, la moglie che tuttora vi risiede e le figlie Sonia e Sara.

Era un “lupo” di nome ma non di fatto, dal cuore tenero, sensibile, legatissimo alla famiglia e appassionatissimo del suo lavoro.

Giuseppe Figini
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