SBARAGLI. «I miei sogni rosa»

PROFESSIONISTI | 27/10/2015 | 09:00
«È successo: un sogno è diventato realtà». Così a caldo Kri­stian Sbaragli ha commentato il suo sprint vincente alla Vuelta. «Non è la prima volta che ci provo: finalmente ci sono riuscito. È una grande vittoria per me, per il mio team e per tutta l’Africa». Lo ha detto dopo aver tagliato il traguardo di Castillon a braccia alzate, al primo grande successo della sua carriera, davanti agli occhi commossi dei suoi cari. Al terzo anno nella massima categoria, il ventiquattrenne to­scano del team sudafricano Mtn Qhubeka, ha fatto quell’evidente salto di qualità che ci si aspettava da un corridore promettente come lui e che nel ciclismo di oggi non è mai scontato.

Kristian, ripartiamo dal traguardo di Ca­stillon.
«Quel giorno mi sono detto “o adesso o mai più”, ho spinto al massimo ed è andata bene. È il sogno di ogni professionista vincere una tappa in un grande giro e io l’ho realizzato. Ho provato proprio una bel­la sensazione, avevo già provato il gu­sto della vittoria da neoprofessionista vincendo una tappa al Giro di Korea 2013, ma primeggiare in una corsa importante come la Vuelta mi ha regalato un’emozione forte. I giorni successivi avevo il morale altissimo ma sono rimasto concentrato sulla corsa, ho realizzato davvero quanto fatto solo quando sono tornato a casa, a Castelfiorentino, e i miei amici e la mia fidanzata Camilla mi hanno organizzato una bella festa a sorpresa nel bar del paese dove ci troviamo abitualmente. Aver reso orgogliosi di me papà Fabio e mamma Lu­cia è stata la soddisfazione più grande. So­no felice che i miei genitori fossero in Spa­gna con me quel giorno insieme a Camilla, che è al mio fianco da cinque anni e con la quale da due convivo tra Empoli e Teneri­fe. D’inverno mi trasferisco alle Canarie per allenarmi con il bel tempo e lei, compatibilmente con il suo lavoro di commessa, si ritaglia un paio di settimane per ve­nirmi a trovare».

Quanto vale questo successo?
«Per me è importante, quanto lo è sta­to il mio percorso finora. Anno do­po anno so­no sempre riuscito a migliorarmi, grazie anche alla squadra che mi ha permesso di confrontarmi con un ca­len­dario importante. In queste tre stagioni nella massima categoria ho preso parte a tante gare di qualità e di World Tour nelle quali è difficile vincere per un giovane ma, come si suol dire, ti fai le ossa. Io ho raccolto tanti podi, tantissimi piazzamenti nei 5 e nei 10, mi mancava una vittoria di peso per il mo­rale e per ritagliarmi ancora più spazio all’interno della squadra, che volevo ripagare per la fiducia concessami. Sono contento perché sono migliorato e maturato gradualmente. Pensavo di essere un velocista adatto solo agli arrivi di gruppo folto, invece ho capito che per primeggiare a un certo livello devi essere più completo e resistente, così ho lavorato in modo più specifico. Oggi in un traguardo con 200 corridori lotto per il piazzamento, mentre al termine di una gara selettiva è più facile che la spunti. Mi sto specializzando, ma devo migliorare ancora per andare forte sulle salite di media difficoltà e rimanere davanti per spuntarla in volate ristrette».

Facciamo qualche passo indietro: a che età hai iniziato a correre?
«A 6 anni, da G1, grazie a mio nonno Ar­duino, che purtroppo è mancato nel 2006 ma mi ha lasciato in eredità la sua grande passione per il ciclismo. Da bambino ho praticato vari sport, sono cresciuto giocando a calcio, nuotando in piscina e andando in bici. A 10 anni tra tutte le attività ho scelto il ciclismo perché era quella che mi divertiva di più. La mia prima bici era una Simoncini, in ferro, viola. Diplomato al li­ceo scientifico, amo viaggiare, se non fossi diventato un ciclista professionista probabilmente avrei studiato legge o avrei tentato la strada della Formula 1. Invece dopo le proposte di Garmin e Ag2r, si è concretizzato il rapporto con il primo team africano della storia registrato con licenza Professional dall’UCI che mi ha convinto anche per il suo progetto che prevede di aiutare le comunità rurali a crescere fornendo al maggior numero di bambini delle biciclette, permettendo loro così di studiare e, successivamente, lavorare per migliorare il loro ambiente e la loro società. La sede europea del team, inoltre, è a 50 chilometri da casa mia, nei pressi di Lucca. Lì abbiamo il ritiro, i magazzini, tutto il ma­teriale che serve ai meccanici e la casetta dove stanno i corridori africani ma anche tutti gli altri quando ci riuniamo per allenarci insieme, come è accaduto prima dell’inizio della stagione. La sede principale è a Johannesburg, ogni volta che ci vado è una bellissima esperienza».

L’anno prossimo vestirai ancora la maglia della MTN Qhubeka?
«Sì, sono legato a questo team - che si chiamerà Dimension Data - da contratto per un’altra stagione. Ho già avu­to qualche contatto con altre formazioni, ma è presto per pensarci e ora sto bene dove sono. Più avanti penserò se rinnovare o prendere in considerazione altre proposte, al momento sono sereno e grato a chi mi ha permesso di passare nella massima categoria. In questo team spesso ho dovuto lavorare per i ca­pitani, ma d’altro canto ho avu­to an­che parecchie possibilità di fare la mia corsa, anche quest’anno che sono cambiati molti corridori. Da Boasson Ha­gen e Ciolek ho imparato tanto, ­la­vo­ran­do per loro ho fatto esperienza che mi servirà. Ho dimostrato di poter lottare a certi livelli sia nelle corse di un giorno che in quelle a tappe, voglio continuare su questa strada».

Quanto ti dispiace non essere stato convocato per il mondiale dal CT Cassani?
«Parecchio: alla Coppa Bernocchi ho cercato di dare il massimo per dimostrare la mia ottima condizione, anche rinunciando al risultato finale, e nel Me­morial Pantani e al Gp Prato ho lanciato buoni segnali. Sicuramente sono dispiaciuto, ci speravo quindi è stata una delusione, ma è già stato un onore essere inserito nella preselezione dei 14 per Richmond. Ovviamente correre il mondiale sarebbe stato la ciliegina sulla torta di una stagione positiva, ma prendo atto delle scelte fatte e so che in gioco ci sono tante variabili. Mi dispiace, ma non è morto nessuno. L’im­portante è an­da­re forte, le occasione ar­riveranno».

Sei tra i corridori me­no considerati in Italia: pensi abbia inciso anche que­sto nelle scelte del ct?
«Io penso soltanto a fare bene il corridore, poi le decisioni spettano ai tecnici. Oggettivamente è vero, non c’è mol­ta considerazione anche a livello mediatico nei miei confronti ma per me non è un problema importante. A me importa essere considerato all’interno della mia squadra così da poter disputare un buon calendario. Per quanto ri­guarda la na­zio­nale, spero l’an­no prossimo di poter fare esperienza in maglia azzurra, di avviare un rapporto più consolidato con il ct e dimostrarmi all’altezza per il mondiale in Qatar».

È arrivato il momento di alzare l’asticella delle ambizioni, sei d’accordo?
«Sì, per questo voglio preparare al meglio il 2016. Desidero confermarmi al livello raggiunto. Voglio ripartire con maggiore consapevolezza nei miei mezzi e obiettivi precisi, vo­glio puntare con ancora più decisione alle corse più adatte alle mie caratteristiche e conquistare un’altra tappa in un grande giro. Vor­rei essere protagonista alla Milano-Sanremo e alle Ardenne, in particolare all’Amstel Gold Race e alla Freccia del Brabante. Se la MTN Qhubeka avrà modo di disputare il Giro (a oggi non so ancora se avremo licenza Professio­nal o World Tour), lo spero davvero, diverrebbe il mio obiettivo principale. So­gno una tappa in ro­sa».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di ottobre
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