MATTEO TRENTIN, DOTTOR MONDIALE

MONDIALI | 25/09/2015 | 07:00
Ci ha abituato bene Matteo Tren­tin: protagonista nelle classiche e nelle corse a tap­pe, due frazioni concluse a braccia alzate al Tour de France (Lione 2013 e Nancy 2014) e un curriculum di tutto rispetto considerati i suoi 26 an­ni. Mentre prepara la pappa per il suo piccolo Giovanni, il trentino di Borgo Valsugana ci racconta di voler raddrizzare il suo 2015, che tra acciacchi e sfortune non gli ha permesso di esprimersi come al suo solito. Il tempo è dalla sua parte. Di gare da affrontare prima della fine della stagione in ma­glia Etixx Quick Step e non solo ce ne sono ancora, una in particolare che si terrà a Richmond il prossimo 27 settembre.

Sei contento?
«Non tanto, la stagione finora non è an­data come immaginavo tra malanni e sfortune, varie ed eventuali. La caduta al Tour of Oman ha rallentato il mio programma di avvicinamento alla campagna del nord poché mi ha causato problemi alla schiena. Alle classiche non sono riuscito a esprimermi al massimo e al Tour sono andato forte nelle due settimane finali ma non ho raccolto più che un paio di belle fughe, perché ormai le tappe adatte alle mie ca­rat­teristiche le avevamo alle spalle. Il 2015 però non è ancora finito, mi sono allenato bene e le ultime corse mi han­no dato buone indicazioni, quindi sono fiducioso di poter risollevare la stagione in questi ultimi mesi. Al Tour du Poitou Charentes sono riuscito a tornare alla vittoria, che mi mancava ormai da tredici mesi. Un risultato im­portante che mi dà la spinta per lavorare con maggiore impegno in vista del finale di stagion, un risultato che è stato frutto dell’ottimo lavoro di squadra svolto dalla mia Etixx Quick Step».

Ai risultati hai sopperito con la vita privata: sei diventato papà e ti sei laureato.
«Già. Giovanni è bravo e con la mia compagna ci siamo divisi bene i compiti. Claudia (Morandini, ex sciatrice professionista di buon livello, campionessa italiana di slalom speciale nel 2002, che ora lavora come conduttrice sportiva, conosciuta a una partita di basket, ndr) gli sta dietro parecchio, fin dai primi mesi di notte si svegliava sempre lei, in modo che io potessi riposare come si deve. Sono venuti a vedermi a un po’ di gare, siamo veramente felici. Per quanto riguarda gli studi, sono sod­disfatto di aver portato a termine la carriera universitaria in Scienze Mo­to­rie all’Università di Verona con una tesi dal titolo “Uso dei misuratori di potenza nel moderno allenamento del ciclismo su strada”. È stato un percorso lungo, non è per nulla semplice conciliare gli impegni e i viaggi che comporta il nostro lavoro con i libri, ma ce l’ho fatta e ne vado orgoglioso».

Da grande a quale corridore vorresti assomigliare?
«Non ho mai avuto un campione preferito. So per certo che voglio raggiungere il meglio che posso. Se la mia carriera sarà quella di un gregario mi piacerebbe seguire le orme del Toso (Mat­teo Tosatto, ndr), che ha una grandissima esperienza e tutti lo vogliono in squadra con sé, Contador compreso. Diventare un corridore così non sarebbe per niente male. Se invece riuscirò a dimostrarmi vincente, non ho troppe pretese o qualcuno da imitare nello specifico. Sarò Matteo Trentin e andrà già alla grande così».

Dopo il Tour che hai fatto?
«Al termine della Grande Boucle ho staccato, ho corso solo la Classica di San Sebastian ma per il resto ho mollato un po’. Sono salito a Livigno il 5 agosto per allenarmi in altura e stare con Claudia e il nostro bimbo una ventina di giorni. Sono rientrato alle corse il 26 agosto alla Druivenkoers - Ove­rijse in Belgio per poi disputare il GP Ouest France - Plouay. Poi il Tour of Bri­tain, dove ho vinto una bella tappa, per arrivare con la condizione che Dio comanda fino a Richmond».

Come ti sembra il percorso che assegnerà la maglia iridata?
«Già tempo fa mi sono confrontato con Cav (il compagno Mark Cavendish, campione del mondo nel 2011, ndr) che l’ha provato: mi ha detto che se­condo lui verrà fuori una corsa dura. Il percorso presenta un discreto dislivello, gli strappi si faranno sentire e favoriranno corridori da classiche. Cosa pos­so aggiungere? C’è poco da fare, bi­sognerà andare forte. Ho lavorato per questo con il mio allenatore Tom Steels e con il direttore sportivo Da­vide Bramati».
 
C’è anche del pavè...
«Sapete che lo amo, la Roubaix insieme al Fiandre è la mia corsa preferita, ma quel poco che c'è qui a Rich­mond non farà la differenza perché è troppo breve. Servirà più per lo spettacolo che per altro. Per quanto riguarda lo svolgimento della gara, nazionali co­me la Germania, l’Australia e il Belgio -  che hanno uomini più forti sulla carta di noi, penso a Degenkolb, Matthews, Boonen ma anche a Sagan - dovranno fare la corsa e controllare ogni azione. Noi non partiamo tra i favoriti, ma do­vre­mo dare il massimo per ciavarli (sorride, ndr)».

La maglia iridata è il sogno di tutti.
«Sì, ma io sono uno coi piedi ben saldi a terra e dire certe cose sarebbe sparare troppo alto, non è da me. Non amo per niente i proclami, preferisco parlare poco e dimostrare coi fatti quanto valgo. Di certo punto a far bene per me, per la mia squadra (anche nel 2016 difenderà i colori del team di Lefevere, ndr) e i miei cari, a partire dalla mia fa­miglia: mamma Francesca, papà Ales­sandro e mio fratello Daniele, che ga­reggia tra i dilettanti con la maglia della Mastromarco. Ho iniziato a correre in bici da giovanissimo nel ’96 con la ma­glia del Veloce Club Borgo, la squadra del mio paese: di strada ormai ne ho fatta un po’ ma spero che il bello debba ancora da venire».

Vinci poco ma bene e sognare non costa nulla.
«Hai ragione, ma se li racconti, i sogni non si avverano. Non so se funziona proprio così, ma nel dubbio preferisco tacere e pedalare».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di settembre
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